Roberto Gualtieri

Archivio mensile: marzo 2008

Il piano Paulson

Ad un primo sguardo (profano), il piano appena presentato al Congresso dal segretario al tesoro Paulson per un nuovo modello di regolazione delle banche d’affari appare largamente insufficiente. Le banche vengono infatti sottoposte alla vigilanza della Fed, dalla quale erano incomprensibilmente rimaste escluse dopo l’abolizione nel 1999 (in piena Clinton era, ahimé…) del Glass-Steagall act di rooseveltiana memoria, che aveva tenuto separate per oltre sessant’anni le banche commerciali da quelle di investimento con grande profitto per la stabilità ed il benessere del pianeta. Dal piano mancano però quei vincoli più stringenti all’attività delle banche d’affari chiesti dal Congersso per limitare il ricorso spregiudicato alla finanza creativa attraverso la cartolarizzazione selvaggia. D’altronde Paulson è l’ex capo di Goldman Sachs e sarebbe difficile aspettarsi di più. Bisogna ammettere che su questi temi dopo un iniziale silenzio Obama ha preso una posizione apprezzabile nel discorso sull’economia del 27 (decisamente migliore di quello in cui ha detto di volersi ispirare in politica estera a Reagan e Bush senior). Intanto in Italia i giornali sembrano finalmente essersi accorti che non siamo più negli anni novanta e che il liberismo è un tantino in crisi in tutto il mondo, ma per il momento, con poche meritevoli eccezioni, ci propinano surreali riedizioni del dibattito tra protezionisti e liberoscambisti dell’età giolittiana.

Slow food

Giornalista: “C’é un filo che unisce l’esperienza di oggi con l’impegno politico di un tempo?”

Intervistato: “La nostra militanza continua oggi valorizzando ciò che migliora la qualità della vita degli esseri umani. Il piacere del bello, del buono, il gusto fa parte di questo”.

Dopo aver letto il libro di Miguel Gotor mi ero chiesto che fine avesse fatto Enrico Fenzi, raffinato filologo ai vertici delle Br tra il 1978 e il 1981, le cui qualità potrebbero esser state utili alla sofisticata opera di denigrazione di Aldo Moro attraverso la manipolazione dei suoi scritti efficacemente ricostruita nel volume. Dovevo immaginare che, poiché non fa il giornalista di vaglia, Fenzi doveva essersi almeno dato allo “Slow food”, aprendo con la sua compagna un’elegante trattoria a Genova, inaugurata lo scorso anno dalla crème dell’intellighentia genovese con in testa Fabio Fazio.

Sotto i nostri occhi

L’acquisto di Land Rover e Jaguar da parte dell’indiana Tata e l’inaspettato aumento in Germania e in Francia dell’indice che registra la fiducia degli imprenditori (che raggiunge il livello più alto da molti mesi a questa parte in barba alla crisi delle banche e alla recessione negli Stati Uniti) dovrebbero essere due eventi sufficientemente clamorosi per convincere chi si ostina a guardare all’economia globale con gli occhiali del decennio passato che forse il mondo sta cambiando. Noi di evento ne vogliamo però segnalare un altro, che in Italia rischia di passare sotto silenzio e che invece ci sembra particolarmente emblematico della drammatica inadeguatezza di alcune delle principali categorie che hanno infestato per anni il discorso pubblico del nostro paese – e della sinistra – impedendo di cogliere i macroscopici fenomeni in atto sotto i nostri occhi. Che dire infatti della notizia, riportata oggi dalla stampa tedesca, secondo cui i dati rivelano che è in atto in Germania, nonostante l’euro forte, un boom senza precedenti dell’occupazione (50.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo anno, 10.000 solo nel 2008) nell’industria siderurgica e in quella meccanica ? Non ci avevano spiegato che si trattava di industrie “vecchie” destinate a declinare inesorabilmente di fronte all’avvento dell'”economia della conoscenza”, alla “fine del lavoro”, alla “società del tempo libero”, al “postfordismo” e al “postmoderno”? Non ci avevano detto che per essere moderni dovevamo svendere la Terni e chiudere Bagnoli per fare agriturismi e parchi della conoscenza? E il bello è che continuano pure a farci la lezione.

New York New York

Sul NYT di oggi Krugman critica il silenzio sospetto di Obama e Clinton sullo scontro tra Congresso e Casa Bianca che ha per oggetto la regolamentazione delle banche d’affari di Wall Street come contropartita per il sostegno pubblico di fronte alla loro crisi. D’altronde, quelle banche hanno provveduto a finanziarli abbondantemente entrambi, ed è probabile che anche se vinceranno i democratici la dialettica tra Congresso e Presidente non cambierà di molto (a proposito delle presunte virtù del presidenzialismo). Dallo stesso giornale apprendiamo che nel 2007 l’industria della finanza ha erogato quasi un terzo dei redditi dei newyorkesi, mentre la percentuale degli occupati nel settore costituisce l’11 per cento della forza lavoro della città oltre ad alimentare un indotto tre volte superiore. E dopo l’inatteso collasso di Bear Stearnes, i primi indicatori empirici (compravendita case, pasti consumati nei ristoranti ecc.) segnalano una situazione di grande nervosismo e incertezza sul futuro della città.

Inquietudini

Nella quiete faticosamente conquistata di una difficile digestione pasquale concedersi la agognata partita a Othello sul notebook nuovo di zecca e scoprire con sgomento che tutto il dileggio riservato per anni al Club di Roma e al discorso sui “limiti del progresso” forse era esagerato, dato che poi su Vista Othello non c’è più. E cosa ne sarà ora della ricerca sulla superiorità degli intermedi giapponesi nei confronti degli esperti europei? Non vorrete mica farci passare le serate guardando la campagna elettorale a Ballarò?

Visti da fuori

Per il Financial Times di oggi le bizzarre liste proposte agli elettori dai partiti italiani, con le loro “facce nuove controverse, seduttive, eroiche, di successo e persino, contro-intuitivamente, prive di esperienza e di successo” hanno lo scopo di “dare un’illusione di scelta” ai cittadini “mantenendo in realtà il vecchio ordine”. Le Monde, sempre oggi, sottolinea l’abbandono di Napoli e la strumentalizzazione della tragedia dei rifiuti da parte dei diversi schieramenti. Per parte sua, la Frankfurter Allgemeine Zeitung il 18 ha ospitato un’ampia analisi di Wolfgang Schieder (uno dei più importanti storici tredeschi), secondo cui il principale problema del paese è “l’assenza di partiti veri”. Le cause profonde di questa situazione andrebbero ricercate nel modo in cui “Giolitti, per paura dell’ascesa dei partiti di massa […] impedì la costruzione di un ‘konstitutionelles Parteienstaates'” (espressione non a caso assente dal nostro lessico). La presenza di due grandi partiti degni di questo nome – la Dc e il Pci – si ebbe successivamente solo grazie alla pressione della guerra fredda, ma quell’epoca è finita e ora “ciò che in Italia manca sono partiti organizzati, dotati di programmmi e di una processo decisionale interno democratico”, e capaci quindi di selezionare democraticamente i loro gruppi dirigenti e le loro candidature. Il risultato è una campagna elettorale impostata sulle persone e non sui partiti, e quindi intrinsecamente oligarchica. Ci sarebbero molti validi argomenti con cui replicare a queste ingenerose rappresentazioni della nostra politica. Ma in questo momento non ci vengono in mente.

Leaderismo senza partiti

Difficile descrivere gli effetti di questa legge elettorale e del leaderismo senza partiti da essa incentivato meglio di come abbia fatto Giuseppe De Rita sul Corriere di oggi. Se si vuole uscire dal recinto del nostro blocco sociale tradizionale, sarebbe forse meglio tentare di cambiare il registro della campagna elettorale del Pd per sfuggire dalle pastoie di uno schema presidenzialistico perversamente indotto dal Porcellum ed inadatto a scalfire gli equilibri consolidati di un paese come l’Italia. Non a caso avevamo deciso di fondare un “partito nuovo”. Usiamolo.

Aldo Moro e la meglio gioventù

Da non perdere la magistrale edizione einaudiana delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro curata da Miguel Gotor con la maestria del filologo di razza. Dalla collatio dei testi escono molte cose nuove e importanti: da un lato colpisce la finora sottovalutata (quando non misconosciuta) capacità con cui le Br manipolarono gli scritti del prigioniero inviando solo una parte delle lettere da lui redatte, rendendone pubbliche alcune a sua insaputa, costringendolo spesso a riscriverle per inserire pensieri non suoi (esemplare ad esempio la scelta di rendere pubblica la celebre lettera a Cossiga vanificando la proposta di trattativa in essa prefigurata, così come il mancato recapito di una seconda lettera a Cossiga in cui Moro si lamentava della pubblicità data alla sua precedente missiva attribuendola erroneamente allo Stato invece che alle Br); dall’altro lato commuovono gli strenui sforzi di Moro per mettere in guardia da queste manipolazioni disseminando i testi di studiati errori difficilmente riconoscibili dai suoi carcerieri e di messaggi in codice. E ancora: le due trattative segrete giunte quasi a termine (“la fermezza pubblica e la trattativa segreta sono l’unica condizione possibile dell’esercizio del potere in una situazione di eccezionale emergenza, quando l’autorità centrale è fragile, priva di fiducia reciproca e luogo di un’endemica lotta frazionaria”), la controversa sorte degli scritti: temi sui quali Gotor formula ipotesi stimolanti che dovranno essere verificate ma che mettono in evidenza i limiti e l’inutilità del filone dietrologico come pure l’inadeguatezza della verità giudiziaria e della sua difesa in blocco da parte di Vladimoro Satta (da me finora considerata convincente), rilanciando in parte la tesi del “doppio ostaggio” di Giovanni Pellegrino. E infine, il ritratto spietato ma drammaticamente fedele di una generazione che non è stata all’altezza di quelle che l’avevano preceduta, e che ancora oggi è lì impegnata in prima fila a giocare sulla pelle dell’Italia: “Allora ragazzi, oggi con i capelli imbiancati e i corpi appesantiti dal trascorere del tempo e delle occasioni. Ma sempre scaltri, intelligenti, cinici, ideologici, narcisi, camerateschi, capaci di cogliere gli estremi delle due posizioni in campo, descriverli con efficacia e poi navigarci in mezzo sicuri del loro mestiere, padroni del proprio disincanto, maestri nel soffiare a fasi alterne sul fuoco dell’antipolitica dei partiti, l’ultima traccia dell’extraparlamentarismo di una fuggita gioventù”…