Roberto Gualtieri

Archivio mensile: aprile 2008

Il rischio della vocazione minoritaria

Come era prevedibile, la linea scelta dal gruppo dirigente del Pd di rinviare una seria analisi del risultato delle elezioni politiche negando la sconfitta subita il 13 e 14 aprile o minimizzandone la portata non si è rivelata particolarmente felice di fronte alla sfida di un ballottaggio imprevisto e insidioso come quello di Roma. Non solo per evidenti ragioni di ordine generale (è in generale assai difficile far scattare nel proprio elettorato e nei propri militanti la volontà di riscossa se si continua a parlare di “successo” del Pd). Ma soprattutto perché, dopo che il risultato del primo turno aveva mostrato in maniera inequivocabile la presenza di un diffuso giudizio negativo dei romani sulla qualità dell’amministrazione capitolina e la difficoltà di arginare Alemanno in nome della continuità con il “modello Roma” e della retorica antifascista, quella linea ha precluso a Rutelli (che già scontava l’handicap forse insormontabile di una forte identificazione con quella vicenda) la strada di tentare di interpretare una forte discontinuità programmatica e politica con l’esperienza degli ultimi anni del governo della città: ad esempio facendo proprio con maggiore determinazione il tema del disagio dei cittadini (anche per evitare di doversi misurare con esso sul terreno proposto dalla destra e ad essa più congeniale, cioè quello della sicurezza), e perseguendo fino in fondo l’ipotesi di un allargamento al centro della maggioranza.
Di fronte alla portata della sconfitta ed alla necessità di indagarne le ragioni di fondo è però del tutto inutile attardarsi in recriminazioni di questo tipo, almeno altrettanto quanto lo sarebbe proseguire il singolare dibattito sulla necessità e le virtù del “tenere botta”. La doppia sconfitta nazionale e romana subita dal Pd chiude infatti con ogni evidenza un lungo ciclo apertosi all’inizio degli anni novanta, e mostra tutti i limiti della cultura politica prevalente nella generazione politica che si è formata negli anni del tramonto della prima repubblica e dei suoi partiti. Sono limiti che hanno segnato pesantemente le vicende dell’intero quindicennio, ma che lungi dall’essere superati con la formazione del Partito democratico sono apparsi anzi ulteriormente enfatizzati in modo a volte parossistico nei suoi primi mesi di vita.
La difficoltà ad emanciparsi da quella visione neoliberale fondata sul dogma della separazione tra economia e politica affermatasi alla fine degli anni ottanta ed ormai definitivamente tramontata in tutto il mondo, che ha segnato così pesantemente l’impianto della proposta programmatica del Pd rendendolo disarmato di fronte alla speculare conversione “centrista” operata dal Pdl. Il crescente peso di una visione negativa del lavoro e del mito della sua “fine” (che risale alla stagione degli anni settanta), che ha ostacolato o reso marginale ogni tentativo di rifondare su un terreno non classista i rapporti con quel mondo che rappresenta ovunque il principale referente sociale di una forza riformista. Un’idea atomistica della società (perfettamente simboleggiata dal concetto di “società liquida”) che elude il problema dello spessore dei suoi corpi intermedi spingendo a privilegiare l’idea di un rapporto indifferenziato con l’opinione pubblica ispirato alle modalità della comunicazione commerciale e a confondere così il concetto di “rappresentanza” con quello di “rappresentazione”. Una concezione della politica fondata su una diffidenza di matrice “movimentista” per i partiti politici, le loro regole e le loro strutture, che determina da un lato la persistente incapacità ad affidare la selezione della classe dirigente a procedure democratiche certe e dall’altra la tendenza a sottovalutare il problema delle alleanze politiche (magari riproponendo quella contrapposizione tra iniziativa politica “dal basso” e “dall’alto” tipica della cultura politica prevalente nell’ultimo Pci). Una visione negativa dell’impianto parlamentare della nostra Costituzione fortemente condizionata dalle critiche che ad essa sono sempre venute dalle correnti culturali e politiche di ispirazione presidenzialista.
Sono solo alcuni esempi di quel peculiare impasto tra “vecchio” e “nuovo” che ha fortemente condizionato la lunga transizione italiana impedendo finora di connotarla come uno sviluppo dell’eredità storica della nostra democrazia piuttosto che come un’apparente tabula rasa che in realtà favorisce la persistenza alcuni degli elementi più caduchi di quel passato, impedendo un vero ricambio di classi dirigenti e determinando la strutturale egemonia della destra. Liberare il Pd da questa ipoteca e consentirgli finalmente di dispiegare le sue potenzialità evitando il rischio di assumere stabilmente i connotati di un “partito a vocazione minoritaria” sarà un’impresa lunga e difficile, perché essa richiede la formazione di una nuova classe dirigente la cui crescita è stata pesantemente (e speriamo non irrimediabilmente) ostacolata dalle modalità alle quali è stata finora affidata la sua selezione e la sua promozione. Qualsiasi sarà il percorso scelto dal Pd per misurarsi con la sconfitta ed impostare la lunga stagione dell’opposizione a Berlusconi, sarà indispensabile gettare alle nostre spalle ogni tentazione a “contenere” il libero dispiegamento di un dibattito vero e di una reale dialettica democratica entro le logiche di vecchie appartenenze e dell’autotutela di un ceto politico che se non vuole scomparire deve imparare finalmente a confrontarsi senza rete.

(sul Riformista di oggi)

Teniamo botta

Soprattutto dopo aver letto le ultime interviste e gli articoli dei suoi massimi dirigenti, ci eravamo persuasi che fosse un’impresa disperata. Ma dopo aver appreso che Carlo Croccolo ha avuto una storia di tre mesi con Marilyn Monroe (dal “Giornale” di oggi), ci sentiamo di rettificare: forse è vero che tutto è possibile, e magari un giorno anche questo Pd riuscirà a conquistare il governo mentre Veltroni, come fa Croccolo con Marilyn, si lamenterà che ha la cellulite. E allora nel frattempo teniamo tutti botta.

u-Japan

Mentre in Europa si persevera nel considerare un ipotetico (e irrealizzabile) mercato perfetto tra gli operatori come condizione dello sviluppo delle infrastrutture delle telcomunicazioni (nonché degli altri tipi di reti), in Giappone, come ci racconta oggi Mucchetti sul Corriere, lo Stato è impegnato direttamente nel sostegno del progetto u-Japan. Grazie a un sistema di sussidi pubblici che consentono di compensare la bassa redditività dell’operazione, la Nippon Telegraph and Telephone (di cui peraltro lo Stato giapponese detiene più di un terzo del capitale) sta infatti investendo 31 miliardi di euro per offrire entro il 2010 la piena connettività fissa e mobile, a 100 mega al secondo e in qualsiasi luogo del paese, a tutti i cittadini che pagheranno un modesto canone (si parla di 15 euro). E così, grazie all’osservanza del logoro dogma liberista in base al quale “i governi devono restare neutrali” e “in un’economia di mercato le infrastrutture si fanno dove rendono abbastanza e chi non le ritrova a casa va loro incontro” gli azionisti avranno i loro dividendi (e i manager le loro stock options), ma l’Europa non avrà gli investimenti necessari a renderla competitiva.

Bipartitismo senza partiti

Su Le Monde di oggi Daniel Vernet analizza il risultato delle elezioni italiane per scoprire che il presunto “approdo bipolare e bipartitico” tanto celebrato dai nostri commentatori è assai poco “europeo” e configura anzi una profonda anomalia sulla scena continentale. “La nuova struttura che sembra emergere è un bipartitismo senza partiti”, nel quale “nessuna delle due formazioni è dotata della struttura, dell’identità e delle regole di funzionamento” tipici dei normali partiti politici. In questo quadro, “il solo vero partito sopravvissuto alle ultime elezioni è la Lega Nord”, anche se sul piano elettorale “l’insediamento geografico del Pd corrisponde a quello del Partito comunista italiano negli anni settanta, e l’insediamento del Pdl corrisponde a quello della Democrazia cristiana. Il rapporto di forze globale è pressappoco lo stesso. Non ne traiamo la conclusione che la III somiglierà alla I, ma diffidiamo degli inni alla novità”.

Gli implacabili

Non paghi dei buoni consigli dati al Pd, i nostri impareggiabili commentatori politici pare abbiano deciso di dedicarsi a quel che resta della Sinistra arcobaleno. E così stasera a otto e mezzo due esponenti di punta del brillante circolo che da tempo si prende amorevolmente cura delle sorti della sinistra italiana hanno spiegato con sussiego che la nuova maggioranza guidata da Ferrero che al CC di Rifondazione ha messo in minoranza i bertinottiani farebbe compiere a quel partito “un passo indietro” (Cazzullo), e che “un precario e un portantino non possono stare insieme” perché hanno interessi “incompatibili” (Pace). 

Bivio strategico

E’ probabile che sia stata la difficile scadenza dei ballottaggi a sconsigliare finora i dirigenti del Pd dal cimentarsi con una seria analisi del voto, attestandosi coralmente sull’interpretazione consolatoria fornita da Veltroni: buon risultato del Pd, che premia il suo profilo riformista, sconfitta determinata dall’exploit della Lega, e attribuibile all’impopolarità del governo oltre che allo scarso tempo a disposizione del nuovo gruppo dirigente. In realtà proprio la delicata sfida del secondo turno amministrativo pone al Pd alcuni dilemmi che difficilmente potranno essere sciolti in assenza di una lettura adeguata di ciò che è avvenuto il 13 e 14 aprile. La scelta se aprire all’Udc e avviare a Roma una nuova fase politica in discontinuità con l’esperienza precedente o invece rivendicare orgogliosamente l'”autosufficienza” del Pd e i risultati del “modello Roma” è infatti cruciale per le sorti di Rutelli. Ed è a sua volta strettamente connessa con la definizione del tipo di opposizione che i democratici svolgeranno nella nuova legislatura, privilegiando la “vocazione maggioritaria” del Pd e il dialogo con Berlusconi (e Fini) per consolidare, magari in senso presidenzialista, il “bipartitismo coatto” uscito (parzialmente) dalle urne, oppure costruendo un asse privilegiato con Casini (ma anche con la Lega) per favorire una maggiore articolazione del sistema politico come condizione per costruire un blocco potenzialmente alternativo al centrodestra e capace di intaccarne la costituency.
Di fronte a questo bivio, un esame dei risultati elettorali appare estremamente utile, anche se è destinato a ridimensionare notevolmente l’immagine, così cara a gran pare dei commentatori, di un “nuovo bipolarismo” virtuoso ed in grado di cancellare in un solo colpo le macerie ingombranti della prima repubblica. Leggendo bene i numeri risulta infatti evidente che dalle urne è uscito un bipolarismo fortemente asimmetrico, che rischia di somigliare di più a quello che negli anni ottanta opponeva il pentapartito a un Pci isolato e identitario che a un comodo trampolino per una pronta riscossa.
Il dato più evidente che emerge è la fragilità del risultato del Pd. Non solo infatti il partito di Veltroni ha incrementato i suoi consensi rispetto al 2006 in misura esigua (più 1,9% e solo 162.000 voti in cifra assoluta, nonostante l’ingresso dei radicali), ma il suo 33,1 si fonda in parte su un afflusso di consensi indotto dal meccanismo del “voto utile”. Il confronto dei risultati delle politiche con quello delle amministrative che si sono svolte negli stessi giorni appare da questo punto di vista illuminante, e consente di distinguere agevolmente tra un drenaggio di voti dalla Sinistra arcobaleno al Pd che potremmo definire “coatto” (cioè fondato unicamente sulla volontà di contribuire a sconfiggere Berlusconi) da uno di tipo “politico” (cioè basato su una maggiore capacità di attrazione del Pd).
Nella provincia di Roma ad esempio il Pd ha ottenuto il 39,1 alla Camera contro il 31,7 nel voto per il Consiglio provinciale, con una consistente flessione del 7,3 solo in minima parte attribuibile al risultato della lista civica, ed una lievissima riduzione rispetto al risultato di Ds e Margherita del 2003. Ancora più significativo il dato delle province meridionali: a Foggia il Pd ha preso il 31,1 alle politiche e il 23,1 alle provinciali, contro il 30,3 ottenuto da Ds e Margherita nel 2003, e a Vibo Valentia, Catanzaro e Benevento il dato è analogo. A Massa Carrara la distanza tra il voto politico e quello amministrativo del 2008 è invece consistente ma meno pronunciata che al Sud (dal 38,2 al 33,1), ma il raffronto con il 39,6 di Ds e Margherita alle provinciali del 2003 è notevole. Migliore appare la situazione al nord: a Varese i democratici passano dal 24,6 per la Camera a un 22,3 per la provincia che segna comunque un incremento consistente rispetto al 17% ottenuto cinque anni prima dall’Ulivo, e la stessa cosa avviene ad Asti.
Risulta dunque evidente che il 33,1 del Pd è un dato “drogato” da una quota significativa dei voti sottratti alla sinistra radicale, e che la base effettiva di consensi del partito di Veltroni supera quella dell’Ulivo al nord ma è sensibilmente inferiore al centro e soprattutto al sud. Questi caratteri del risultato del Pd rendono ancora più evidente il vero dato di novità emerso dalle urne, ossia il vero e proprio “sfondamento al centro” realizzato dal Pdl. Nonostante il buon risultato dell’Udc abbia in parte arginato questa penetrazione, essa è stata assai consistente, determinando uno spostamento del 7% tra i due blocchi che nel 2006 erano risultati alla pari (imputabile solo in parte all’astensionismo di sinistra), e consentendo a Berlusconi di recuperare “al centro” i voti ceduti a favore della Lega e della Destra con un guadagno complessivo dell’1,1.
A dispetto delle apparenze, non si tratta di uno spostamento a destra dell’elettorato ma di un sapiente spostamento al centro di Berlusconi, che è risultato evidente a chi abbia osservato con attenzione i toni e gli argomenti di una campagna elettorale in cui egli ha cercato in modo palese di ricalcare la “svolta centrista” e “popolare” della Cdu, proprio mentre il Pd si lasciava sedurre dall’impianto dell'”agenda Giavazzi” e dalla cultura di matrice azionista. Per i democratici fronteggiare questa nuova versione del berlusconismo non sarà facile, e molto dipenderà dalle scelte che verranno compiute nelle prossime settimane. Sarebbe bene che esse venissero fondate su una vera analisi del risultato elettorale, che appare necessaria quanto urgente.

(sul Riformista di oggi, col titolo – redazionale – Attento Walter hai meno voti di quel che dici)