Roberto Gualtieri

Archivio mensile: maggio 2008

Gli anni settanta no 2

Guido Pescosolido ha sicuramente sbagliato a concedere l’autorizzazione a Forza Nuova (che aveva opportunamente camuffato sotto un’altra sigla, la domanda per poi esibire provocatoriamente il suo simbolo), ma il tipo di contestazione che i collettivi hanno messo in scena nei suoi confronti rappresenta esattamente quella tragica (e grottesca) parodia degli anni settanta, intrisa di intolleranza e sopraffazione, che avevamo auspicato di non vedere. Urge una chiara presa di distanza degli studenti democratici verso questi metodi.

La nuova stagione colpisce ancora

In attesa di rallegarci il week end con l’inevitabile articolo di Ceccanti che ci spiegherà che il Papa è veltroniano (inspiegabilmente non è apparso oggi, ma attendiamo fiduciosi), la “nuova-stagione-delle-coalizioni-omogenee-perché-non-costruite-contro-ma-per”, dopo le applauditissime performances dell’Italia dei Valori su sicurezza e immigrazione, mette in scena l’annunciata proposta di legge della Lega nord per un referendum contro la ratifica del Trattato di Lisbona.

La laicità positiva

La cinquantottesima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è destinata a rilanciare il dibattito sui rapporti tra religione e politica. Non tanto perché sia il Pontefice che Bagnasco nei loro discorsi hanno fatto apertamente riferimento a questioni politiche e programmatiche che sono al centro della discussione tra i partiti. Tali riferimenti non costituiscono certo una novità, fanno parte della fisiologia del ruolo pubblico di una componente così rilevante della società civile italiana quale è la Chiesa cattolica e – specialmente quelli più direttamente politici – sono stati formulati con equilibrio e senza alcuna partigianeria. Sarebbe quindi auspicabile che non si realizzi la consueta strumentalizzazione delle parole del Papa e del Presidente della Cei, interpretandole come un “endorsement” per questo o quell’esponente politico o, specularmente, denunciandole come un’intromissione che minerebbe la laicità dello Stato.
Ciò che è mutato e che rende necessaria una adeguata riflessione sul contributo delle religioni alla nostra democrazia dunque non è tanto il ruolo attivo e propositivo della Chiesa sui temi centrali nel proprio magistero o sulle questioni fondamentali della vita nazionale, quanto il contesto politico italiano. Con la nascita del Pd e del Pdl si sono infatti gettate le premesse per un superamento del bipolarismo ideologico e frammentato affermatosi nell’ultimo quindicennio. Per le sue caratteristiche strutturali, quel bipolarismo era pericolosamente incline a incentivare una impropria politicizzazione e strumentalizzazione del ruolo della Chiesa, che a sua volta assegnava a quest’ultima un peso diretto nella definizione degli equilibri tra i poli e in quelli interni ad essi (dove delle autonome formazioni “cattoliche” svolgevano un ruolo determinante). Sia pure nella camicia di forza “bipolarizzante” (e quindi deformante) di una pessima legge elettorale, i processi di aggregazione dei mesi scorsi hanno ora posto le premesse per l’apertura di una nuova fase della vita politica italiana, caratterizzata dalla competizione virtuosa tra i partiti per la soluzione dei problemi (e se necessario anche sulla collaborazione sotto forma di grande coalizione) invece che sulla contrapposizione ideologica e pregiudiziale tra due poli precostituiti.
Questo nuovo assetto (specialmente se sarà incentivato da una legge elettorale di tipo proporzionale) appare assai più idoneo del precedente a favorire un rapporto tra religione e politica fondato su quello che il Cardinale Bagnasco ha definito come un “concetto positivo di laicità”, in cui anche le religioni sono chiamate, “come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco”. E può consentire quindi di affrontare finalmente su basi nuove e più mature (oltre che più “laiche”) la questione del contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese. Si tratta di una tema centrale per tutti i partiti italiani, e particolarmente per il Partito democratico. Non solo perché il Pd è la forza che ha fatto dell’incontro con il riformismo cattolico-democratico un elemento costitutivo della propria identità. Ma anche perché di fronte al compito ineludibile della definizione di una cultura politica e di un progetto per l’Italia all’altezza delle sfide del nostro tempo, i valori cristiani e la concreta azione della Chiesa cattolica costituiscono una risorsa fondamentale.
A questo proposito, il recente seminario della Fondazione Italianieuropei su “Religione e democrazia” ha manifestato in primo luogo la consapevolezza della necessità, per una personalità del peso di Massimo D’Alema, di misurarsi direttamente e in prima persona con questi problemi per contribuire all’elaborazione di una nuova cultura politica democratica e riformista. Ed ha avuto come risultato fondamentale l’approdo ad una concezione “positiva” della laicità in sintonia con la definizione proposta da Bagnasco. Tale importante premessa può consentire ora di superare una discussione puramente “metodologica” e di avviare un vero confronto culturale e politico che entri nel merito delle questioni. Su questo terreno, i problemi di un mondo sempre più interdipendente rendono evidente l’inadeguatezza del contrattualismo di matrice liberale e illuministica, che concepisce la società come un’insieme di regole imposte dall’alto (e che da troppi anni a sinistra, nelle forme della cultura azionista, ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi del socialismo). Di fronte alla crescente aridità di tale impianto, la visione proposta dalla Chiesa di una società civile come fonte del diritto (che facendo scaturire le norme dal legame sociale le fonda su un’antropologia non invidualistica e “mercantile”), la difesa della vita e della dignità della persona, l’inedito riconoscimento contenuto nell’enciclica “Spe Salvi” (con un esplicito riferimento al pensiero di Marx) del ruolo svolto dalla dimensione economica e materiale dei rapporti sociali, l’elaborazione e l’azione sui temi della pace, della convivenza tra i popoli e della riforma dell’attuale modello di sviluppo, l’attenzione al problema di un’educazione capace di rafforzare un’etica pubblica innervata dai valori della Costituzione, la centralità assegnata alla sussidiarietà, la riflessione sull’eticità della scienza, rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per chi abbia a cuore il destino dell’Italia e dell’Europa e la definizione di una nuova agenda riformista. Sarà opportuno quindi che la riflessione prosegua e contribuisca ad animare un dibattito e un confronto largo e qualificato, che da troppo tempo è stato rinviato e che è di vitale importanza per il futuro del nostro paese.

(sul Mattino di oggi)

Gli anni settanta no

In questa meravigliosa nuova stagione della democrazia italiana non poteva mancare una classicissima come lo scontro tra fascisti e collettivi all’Università di Roma (ferma restando ovviamente la differenza tra aggressori ed aggrediti). Fortunatamente, il rettore vicario Frati ha preso in mano la situazione con saggezza ed equilibrio (ritirando un’autorizzazione concessa con troppa leggerezza e allo stesso tempo invitando gli studenti a non alimentare le tensioni), e nell’assemblea promossa oggi dai collettivi – a cui sono intervenuto con altri docenti tra cui lo stesso Frati – insieme ai soliti insopportabili slogan minoritari e alla consueta passerella dei vari gruppi e gruppetti in cerca di visibilità e proselitismo è sembrata emergere nella maggioranza degli studenti la consapevolezza che il regalo più grande che si potrebbe fare a Forza Nuova e quanti vogliono rimestare nel torbido è quello di ingaggiare con essa una tragica parodia degli anni settanta.

La Cei e il riformismo

Adinolfi ironizza sulla rassegna stampa dedicata al seminario di Marina di Camerota e sui suoi tendenziosi travisamenti. Crediamo di essere facili profeti prevedendo che un’analoga banalizzazione politicista sarà riservata tra poche ore alla bella e importante prolusione di Monsignor Bagnasco all’Assemblea generale della Cei. Aspettiamoci dunque di veder sviscerate le implicazioni sul quadro politico della manifestata attesa di un periodo di “operosa stabilità” (un’attesa che peraltro introduceva un’agenda sui problemi dell’Italia assai diversa da quella ruiniana), e trascurate le importanti notazioni sul “concetto positivo di laicità” in cui “le religioni […] sono chiamate, come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società prulaliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco”. O ignorata la centralità assegnata alla crisi alimentare mondiale e il sostegno all’appello dell’Onu (definito con le parole di Ratzinger il “‘centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentono a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni”‘) per una mobilitazione a sostegno delle popolazioni colpite e per delle “riforme strutturali” che “modifichino le condizioni di ingiustizia”. E di veder trasformate in caricature le riflessioni sulla condizione giovanile (“il problema dei giovani sono gli adulti”), sugli effetti negativi di una concezione mercantile delle relazioni sociali, sull’errore di ritenere che “l’organizzazione della vita giovanile e ancor più il tipo di applicazione intellettuale a cui sono abituati, impressionistica ed episodica, quasi falcidi – dalla base – la possibilità di itinerari distribuiti nel tempo e dunque progressivi e metodici”, sulle implicazioni della diffusione della televisione digitale in Europa rispetto al problema della produzione di contenuti. Tutti temi sui quali il dialogo – e naturalmente la discussione – con la Chiesa è essenziale per chi abbia a cuore il destino dell’Italia e la definizione di una nuova agenda riformista.

Viva Zapatero?

Mentre la vituperatissima Germania tante volte in questi anni data per spacciata dai nostri soloni continua a stupire con la sua crescita sostenuta (che trascina con sé anche la nostra “quarta Italia”, sempre più integrata nel sistema produttivo tedesco), accompagnata (o meglio: determinata) da coesione sociale (imperniata sulla concertazione e la sussidiarietà) e stabilità politica (fondata su grandi partiti democratici e non leaderistici e su una legge elettorale proporzionale), la Spagna annaspa e, come riporta il Sole 24 Ore, si scopre che negli ultimi anni ha avuto una produttività declinante con una curva pressoché identica a quella italiana.

Clinton e Obama

Mario Del Pero, che lo aveva detto da tempo, ci spiega in modo assai convincente perché Hillary Clinton ha perso. Il ruolo svolto dalla critica alla guerra (più netta e coerente in Obama che nella Clinton) nel determinare l’esito della competizione e la crisi di un certo modello di riformismo tecnocratico “anni novanta” che la Clinton incarnava costituiscono certo due elementi positivi. Ma resta il fatto che di fronte alle minori chances di Obama di battere Mac Cain (ha perso in tutti gli stati determinanti ed ha uno scarso appeal verso segmenti strategici dell’elettorato: il che dovrebbe indurre perlomeno a una certa prudenza nonostante il suo attuale vantaggio nei sondaggi) l’enorme popolarità di cui ha goduto nei media non può fare a meno di suscitare qualche interrogativo. 

Se questa è l’opposizione meglio la grande coalizione

La messa a punto operata la settimana scorsa dal Partito democratico su questioni cruciali come l’analisi del voto, il pluralismo interno e il rapporto tra “vocazione maggioritaria” e alleanze, non sembra avere finora investito il problema centrale con cui il Pd dovrà misurarsi nei prossimi mesi: la definizione di un profilo dell’opposizione a Berlusconi coerente con l’ambizione a costruire una credibile alternativa di governo al centrodestra. Di fronte al forte impatto politico del primo Consiglio dei ministri e dei provvedimenti in esso annunciati, è emerso infatti con chiarezza il rischio che un'”opposizione dialogante” fortemente incentrata sull’azione di contrappunto dei vari “ministri ombra” nei confronti dei singoli provvedimenti dei loro omologhi al governo risulti pericolosamente inadeguata. Traducendosi da un lato in una scarsa capacità di condizionamento verso un esecutivo che dispone in parlamento di una maggioranza assai ampia, e dall’altro in una potenziale subalternità nei confronti dell’agenda politica del centrodestra poco compatibile con l’affermata “vocazione maggioritaria” e “bipolare” del Pd.
Colpisce a questo proposito che nel prospettare i caratteri dell'”opposizione diversa” e del dialogo con Berlusconi, i massimi dirigenti del Partito democratico abbiano fatto riferimento all’atteggiamento assunto del Pci togliattiano di fronte al primo centro-sinistra (Bettini) e al dialogo fra Moro e Berlinguer (Veltroni). L’opposizione dialogante del 1962 e la solidarietà nazionale infatti non nascevano solo da un significativo grado di convergenza programmatica, ma erano anche la conseguenza di una particolarità del sistema politico italiano che fortunatamente è superata da tempo: l’impossibilità di dare vita a una normale democrazia dell’alternanza a causa del ruolo peculiare del Pci, che in virtù della sua originale natura e del suo parziale riformismo aveva “occupato” gran parte dello “spazio” politico ed elettorale delle socialdemocrazie senza disporre (per i persistenti legami politici con l’Unione Sovietica e per l’irrisolto profilo ideologico) della corrispettiva legittimazione a governare. Quello che non convince insomma non è tanto il paragone, pure piuttosto insolito, tra Berlusconi e Aldo Moro o quello tra Berlusconi e Fanfani, ma il riflesso condizionato che porta esponenti di una generazione politica formatasi nell’epoca del tramonto della cosiddetta “prima repubblica” a proiettare sul Pd le vicende e l’esperienza del comunismo italiano.
In una moderna democrazia dell’alternanza in cui per di più, anche grazie alla meritoria scelta del Pd di abbandonare l’antiberlusconismo ideologico, è venuta meno la delegittimazione reciproca, non c’è infatti spazio né per l'”opposizione diversa” né per la “solidarietà nazionale”: o si fa l’opposizione per preparare l’alternativa di governo o si realizza una grande coalizione. E ciò non per ragioni astratte, ma perché essendo scomparse (nel mondo occidentale) le robuste fratture ideologiche e di classe che hanno segnato la politica novecentesca, la riproposizione di una condizione di subalternità politica quale quella che il Pci sperimentò negli anni settanta porterebbe con sé il rischio concreto di un assorbimento “molecolare” delle forze rappresentate dal Pd nell’orbita della maggioranza. Se dunque le proposte del Partito democratico sono solo “emendative” dell’impianto dell’agenda del centrodestra e dei provvedimenti che da essa derivano, è non solo lecito ma anche doveroso, come avviene in molti paesi europei, impostare il dialogo a partire dalla proposta di una grande coalizione tra Pd e Pdl, cioè di uno scambio politico trasparente finalizzato ad affrontare in modo consensuale e condiviso i principali problemi del paese. Altrimenti, e sembra questo il caso, sarebbe più utile evitare di inseguire i singoli provvedimenti e i singoli annunci del governo e, fatta salva la normale fisiologia della dialettica parlamentare (che ovviamente vive anche di accordi e di convergenze), concentrare la propria azione nella costruzione di una piattaforma alternativa nel parlamento e nel paese, facendola poggiare sulle fondamenta di una opposizione tanto netta quanto seria e rigorosa.
Un’impostazione più rigorosa dei rapporti con la maggioranza sui temi del governo consentirebbe anche di affrontare in modo più limpido il dialogo sulle riforme costituzionali ed elettorali, che richiede anch’esso, con ogni evidenza, una messa a punto che ne precisi gli obiettivi e i confini. Un conto è infatti una opportuna convergenza su una razionalizzazione del parlamentarismo nel quadro dei risultati a cui si era giunti (in modo largamente consensuale) nella scorsa legislatura. Altro sarebbe fuoriuscire (formalmente o de facto) da questo orizzonte, perché ciò porrebbe immediatamente un duplice problema di legittimità: quello di un parlamento che per effetto del combinato disposto del premio di maggioranza, della soglia di sbarramento e della scelta di Pdl e Pd di correre (parzialmente) da soli non ha la legittimazione sufficiente per sovvertire gli esiti del referendum costituzionale del 2006, e quella di un gruppo dirigente che non dispone di un mandato congressuale per uscire dal perimetro fissato dalle bozze Violante e Bianco. Anche su questo fronte le prossime settimane costituiranno un banco di prova decisivo, a partire dalla discussione sulla riforma della legge elettorale europea. Che consentirà agevolmente al Partito democratico di misurare l’effettiva disponibilità al compromesso del centrodestra e di precisare il proprio ruolo di fronte all’opinione pubblica contrastando con forza l’assurda pretesa di privare per l’ennesima volta i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti.

(sul Riformista di oggi)

Parlamento e governo in Francia

Mentre in Italia si vagheggia il presidenzialismo francese e la riduzione del peso delle assemblee elettive, in Francia al centro della discussione è proprio la “rivalorizzazione del ruolo del Parlamento”. A proposito della quale i presidenti delle commissioni finanze dell’Assemblea nazionale e del Senato Didier Migaud e Jean Arthuis (entrambi Ump), in un importante articolo apparso il 16 maggio su “Le Monde” (e meritoriamente pubblicato nel ricchissimo sito di Astrid) propongono l’abolizione dell’articolo 40, che priva i parlamentari del diritto di presentare emendamenti che comportino un aumento della spesa pubblica.