Roberto Gualtieri

Archivio mensile: giugno 2008

Linee immaginarie, fobie tedesche e allucinazioni

Secondo Michele Salvati nel Pd esisterebbero due linee: una (quella di Veltroni), che “scommette su un futuro bipolare del sistema politico, su una competizione dei due principali partiti nel campo degli elettori centristi, su un possibile sfondamento al Nord, su politiche economiche e sociali attente ai bisogni dei più deboli, ma modernizzanti e liberali”; l’altra (presumibilmente quella di D’Alema), che “vede il Pd come strutturalmente perdente in un confronto bipolare e il Nord come una fortezza inespugnabile del centrodestra”, che considera “l’intera strategia dell’Ulivo, il tentativo di fusione dei riformisti laici e cattolici […] un errore”, secondo cui “il terreno di scontro sarebbe il Sud, non il Nord”, e “anche l’antiberlusconismo più radicale può servire a cementare coalizioni incoerenti”, che afferma la necessità di “stare molto attenti a proposte modernizzanti, quando queste sono percepite come una minaccia dai ceti più vicini al centrosinistra”, che intende provare a tornare al governo “pagando lo scotto di un rafforzamento dei partiti centristi e di un Pd dimagrito e più vicino alla sua componente Ds”. Ci asteniamo dal fornire una nostra descrizione altrettanto tendenziosa della prima linea (accontentandoci di osservare i suoi fino ad ora non esaltenti risultati pratici e invitando Salvati a leggere la assai più equilibrata relazione di Veltroni all’Assemblea nazionale del Pd). Quanto alla seconda linea, pur consapevoli che la fobia per il sistema tedesco che affligge i commentatori del Corriere della sera inducendo loro allucinazioni è probabilmente incurabile, noiosamente ripetiamo che: 1) il sistema tedesco non cementa coalizioni incoerenti ma al contrario consente di andare per davvero da soli alle elezioni, senza doversi alleare ad esempio con l’Italia dei Valori in quella che difficilmente definirei una “coalizione coerente”. Inoltre esso è tutt’alltro che un prorzionale puro, e oltre a ri9durre la frammentazione determina una forte “disproporzionalità” a favore dei due partiti maggiori. 2) L’antiberlusconismo radicale mi sembra lo stia praticando l’alleato prescelto dagli strateghi della prima linea come unico degno di apparentarsi con il Pd, e se dovessi dare un consiglio al mio partito lo inviterei a non inseguire Di Pietro su questo terreno (io poi personalmente considero giusto ed equilibrato il lodo Alfano, anche se non sono in grado di dire se esso possa essere oggetto di una legge ordinaria o di una revisione costituzionale, e riterrei una vera sciagura impostare la nostra opposizione sui guai giudiziari del premier, che dovrebbero rimanere rigosamente al di fuori dalla lotta politica). 3) Bipartitismo e bipolarismo sono due cose diverse che Salvati evidentemente confonde, e criticare il primo come artificioso non significa certo voler rinunciare al secondo (che fortunatamente è nelle cose e non nella disponibilità dei politilogi). In ogni caso le leggi bipartitizzanti che vanno per la maggiore (come la spagnola) avrebbero il paradossale risultato di premiare la coalizione di centrodestra tra il Pdl, la Lega e l’Mpa (che come partiti regionali sarebbero premiati da quel sistema elettorale), e punire tutti i potenziali alleati del Pd. Inoltre, l’effetto principale di un bipartitismo coatto come quello che ad esempio scaturirebbe da una vittoria dei sì al referendum sarebbe quello di trasformare il Pd in un cartello elettorale privo di fisionomia (e probabilmente di voti). 4) La scarsa fiducia nel Pd e nell’Ulivo non è di chi propone una legge tedesca ma semmai di chi ritiene che il Pd possa esistere solo in presenza di un vincolo derivante dal sistema elettorale. Fortunatamente gli italiani non la pensano così, e alle europee del 2004, con un proporzionale puro senza soglia di sbarramento e senza ombra di voto utile (oltre che senza i radicali nelle proprie liste, che presero il 2,2%), hanno dato alla lista Uniti nell’Ulivo (che si presentava per la prima volta) il 31,1% (una percentuale ahimè asssai superiore di quella che i sondaggi attribuiscono attualmente al Pd). 5) L’identificazione meccanica (e assai ideologica) tra modernità e liberismo andrebbe forse sottoposta a qualche revisione critica, magari dopo aver osservato la politica economica di tutti i principali paesi europei (sia con governi di centrodestra che di centrosinistra). 6) La storia del Sud e del Nord e quella che uno dei suoi principali inventori e protagonisti considererebbe l’intera strategia dell’Ulivo un errore preferiamo non commentarle per educazione. In ogni caso, quando prima o poi si farà un congresso, Salvati sarà liberissimo di scriversi la sua mozione. Ma forse concederà che la nostra ce la scriveremo da soli.

Con il tedesco non si torna indietro

Nell’editoriale di Europa di venerdì scorso venivano affrontati alcuni problemi cruciali relativi alla strategia del Pd e alla riforma del sistema politico-istituzionale. Con riferimento al recente seminario promosso da un gruppo di Fondazioni (tra cui Italianieuropei) ed alla proposta di legge elettorale di tipo tedesco avanzata in quella sede, l’articolo paventava il rischio del ritorno ad una vecchia strategia delle alleanze, che potrebbe mettere in discussione il progetto del Partito democratico curvandone l’evoluzione in senso socialdemocratico. Ancora più drastico appare il giudizio di Giorgio Tonini ed Enrico Morando, che in due interventi apparsi ieri sulla stampa hanno sostenuto che il sistema tedesco sarebbe incompatibile con il bipolarismo e con la stessa sopravvivenza del Pd. In realtà, Italianieuropei condivide l’impianto emerso nel seminario del 17 giugno proprio perché individua in quella piattaforma una delle condizioni per un’evoluzione del sistema politico-istituzionale coerente con il progetto del Pd e con l’obiettivo di dare finalmente vita in Italia a una moderna democrazia dell’alternanza fondata su grandi partiti di tipo europeo. Non si tratta quindi di tornare indietro ma, al contrario, di portare a compimento un’interminabile transizione caratterizzata da un bipolarismo frammentato e ideologico che si è rivelato tanto inadeguato di fronte ai problemi del paese quanto pericolosamente squilibrato.
Il sistema politico affermatosi nell’ultimo quindicennio ha il merito di aver portato al superamento della democrazia bloccata, all’allargamento dell'”area della legittimità”, alla realizzazione dell’unità dei riformisti sotto il segno dell’Ulivo. Ma queste positive innovazioni hanno convissuto con due elementi, strettamente intrecciati tra loro, che hanno a lungo impedito lo sbocco verso un assetto politico-istituzionale di tipo europeo: da un lato l’assenza di partiti degni di questo nome, dall’altro l’affermazione di un inedito “maggioritario di coalizione” che ha incentivato la frammentazione politica, la caratterizzazione del bipolarismo come contrapposizione ideologica e l’introduzione di una sorta di “presidenzialismo di fatto” all’interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare. La nascita del Pd e il conseguente processo di innovazione che ha investito l’intero sistema politico hanno posto finalmente le condizioni per superare entrambi questi limiti. Perché ciò avvenga, è necessario però consolidare il nuovo partito (sul piano organizzativo ma soprattutto su quello politico-culturale), e al tempo stesso realizzare delle riforme costituzionali ed elettorali sulla linea di un moderno “parlamentarismo razionalizzato” in grado di coniugare equilibrio tra i poteri, efficienza e legittimazione delle istituzioni. In questo quadro, l’opzione per una legge elettorale di tipo tedesco appare quella più coerente con tali obiettivi. In primo luogo, essa consentirebbe di realizzare compiutamente l’innovazione introdotta dal Pd con la scelta di “andare da soli”, archiviando definitivamente la stagione delle coalizioni preventive e facendo di eventuali alleanze il frutto di una trasparente convergenza politico-programmatica. In secondo luogo, il sistema tedesco è maggiormente compatibile con una realtà assai distante dal bipartitismo e con l’esigenza di consolidare il Pd, mentre una legge che forzasse artificialmente il sistema politico in senso bipartitico rischierebbe di farne un semplice cartello elettorale (peraltro, l’ipotesi più in voga tra i fautori di un “bipartitismo coatto”, cioè una legge di tipo spagnolo, avrebbe tra i suoi numerosi difetti anche quello di incentivare il localismo, adattandosi perfettamente al sistema di alleanze del Pdl e colpendo invece pesantemente tutti i potenziali alleati del Pd). Infine, il sistema tedesco è assai distante dal proporzionale puro, e con il combinato disposto della elevata soglia di sbarramento e del meccanismo dei collegi uninominali realizza in modo diretto (e soprattutto indiretto) una significativa “disproporzionalità” coerente con un bipolarismo organizzato intorno a due grandi partiti e ad un numero assai limitato di partiti intermedi, oltre che con l’ambizione di fare del Pd la prima forza del paese.
Quanto all’impatto che tale sistema avrebbe sulla tenuta del Partito democratico, la tesi di Tonini secondo cui senza la “spinta maggioritaria” verrebbe meno la ragione di “mettersi insieme tra diversi” appare assai singolare. Concepire l’identità e la funzione del Pd in termini meramente politologici è infatti alquanto riduttivo. L’incontro tra riformismi che ha portato al Partito democratico è maturato sulla base di motivazioni profonde connesse alla particolarità della storia d’Italia, che rendono la tradizione socialista da sola strutturalmente inadeguata di fronte al compito di dare vita a un grande partito riformista e fanno dell’apporto (e della pari dignità) di altre culture, a cominciare da quella cattolico-democratica, una condizione indispensabile che non può essere elusa o ridimensionata. E’ un incontro che ha basi solide anche perché si è cementato nell’esperienza dell’Ulivo, che ne ha dimostrato la particolare fecondità di fronte ai problemi inediti del presente. Perché possa consolidarsi, sfociando nell’elaborazione di una nuova cultura riformista all’altezza delle sfide dei nostri tempi e in una credibile “ambizione maggioritaria”, deve poter maturare in un partito vero. Emancipandosi dal modello di “coalizione-partito” rappresentato dall’Unione, così come dalla prospettiva di un “partito-coalizione” costruito sulla base di un bipartitismo tanto artificioso quanto funzionale all’egemonia della destra.

(su Europa di oggi)

L’Europa disinnescherà la mina ceca

La risoluzione approvata dal Consiglio d’Europa che invita i sette stati che non hanno ancora ratiticato il Trattato di Lisbona a procedere con la ratifica (e che punta a indurre l’Irlanda a ritornare sui suoi passi con un secondo referendum da tenere in autunno) è saggia e dimostra che i leader europei hanno saputo tenere i nervi saldi senza farsi condizionare dalla demagogia e dal populismo (e bisogna dare atto  Berlusconi di essersi mosso in modo coerente con gli interessi e la tradizione europeista dell’Italia, dimostrando che la stagione dei “volenterosi” e degli attacchi all’euro è ormai defintivamente alle spalle). Ora i nemici dell’Europa si affidano alla Repubblica Ceca e all’euroscetticismo del suo principale partito di governo (l’Ods) e del presidente della Repubblica Klaus. In realtà anche il governo di Praga alla fine ha firmato la risoluzione, dopo una mediazione della Merkel e della Presidenza slovena che ha inserito nel testo una nota in cui si vincola la ratifica al parere della Corte costituzionale sul ricorso contro il Trattato di Lisbona presentato dallo stesso Ods. Ma una dichiarazione del premier ceco Topolanek sulle scarse probabilità della ratificha ha infiammato le agenzie (siamo curiosi di vedere domani come sarà rilanciata dai giornali). Occorre però considerare che se è vero che l’Ods è euroscettico e smaccatamente filoamericano (come dimostra la sua posizione sull’installazione dei radar del sistema antimissilistico americano), la sua maggioranza è risicatissima (si regge su due deputati transfughi dell’opposizione), si fonda sull’alleanza con i filoeuropei cristiano-democratici, vede nell’esecutivo il ministro degli esteri Schwarzenberg (accusato dall’Ods di essere contrario agli interessi nazionali per i suoi legami con l’Austria) differenziarsi apertamente da Klaus (al Consiglio europeo a dichiarato di prevedere una ratifica entro il 2008), mentre tutti gli ultimi sondaggi danno in largo vantaggio i socialdemocratici. Il che indice a ritenere che il “nocciolo duro” europeista che sotto la guida della Germania sta dirigendo l’Unione avrà più di una carta da giocare per disinnescare anche questa mina.

Alla faccia del Financial Times

Alla faccia dei gufi, dei falsi amici e della retorica sull'”Europa dei cittadini” (esemplare a riguardo il Financial Times di oggi, con un editoriale in cui si afferma che il Consiglio europeo di oggi dovrebbe rinunciare a un nuovo trattato e evitare di “try to gang up and bully Ireland into voting again”, seguito da un articolo di Charles Wyplosz che lamenta l’assenza di democrazia dell’Ue, salvo poi notare che un auspicato approdo di tipo federale fondato sul voto diretto dei cittadini per i vertici dell’Ue “would divide nations and people within each nation”), il Regno Unito ha ratificato il trattato di Lisbona e la Merkel ha detto ieri in Parlamento che occorre “dare a Dublino la possibilità di rientrare in gioco”, respingendo sia l’ipotesi di un’Europa a due velocità che quella di un abbandono del trattato. Come era prevedibile l’Europa dei parlamenti nazionali e dei governi è più saggia di quella dei giornali, ed il Consiglio europeo di oggi pomeriggio dovrebbe confermarlo.

Contro Habermas

Nel suo impegnativo articolo sulla Suddeutsche Zeiting Jürgen Habermas dirà pure le solite cose giuste circa la necessità di uno sviluppo del processo di integrazione che metta l’Europa in condizione di governare i processi economici e svolgere un ruolo globale. Ma la sua polemica contro un trattato “troppo complicato”, la denuncia del “cinismo” con cui i governi avrebbero scelto una “soluzione di ripiego” arrogandosi il diritto di decidere da soli del destino dell’Europa scavalcando i popoli, il suo grottesco “elogio degli irlandesi” (è proprio questo l’infelice titolo dell’articolo), la suicida invocazione di un referendum consultivo da svolgere in tutti i paesi (ne ha parlato anche Gaetano Palombelli, in un post per il resto assai sensato), sono tutti argomenti assai infelici che ripropongano quella “illusione costituzionalistica” del tutto astratta e giacobina che ha già condotto a commettere l’errore di considerare una “costituzione” il testo del trattato poi affossato dai referendum francese e olandese. Quello di Lisbona è un trattato che doveva essere discusso e approvato dai governi e dai parlamenti, che esprimono la sovranità popolare su temi così complessi molto meglio dei referendum. Basta con il mito dell’appello al popolo, che è l’altra faccia di una preoccupante diffidenza verso la democrazia rappresentativa che da troppo tempo si è diffusa a sinistra! Un superstato e una costituzione europei legittimati direttamente dai cittadini sono soluzioni premature e inevitabilmente destinate a scontrarsi contro un muro di diffidenza dei cittadini. Perché ci si arrivi (ammesso e non concesso che mai si giungerà a uno sbocco federale classico) è prima necessario far procedere il processo di formazione di una società civile europea, che non può essere forzato da soluzioni giuridiche (e che potrà svilupparsi proprio grazie al trattato di Lisbona). Smettiamola quindi di dire che il trattato di Lisbona è morto, procediamo alle altre ratifiche di quello che resta un eccellente testo e troviamo un escamotage tecnico per rimediare a un infortunio che deriva innanzitutto da un uso improprio (ancorché previsto dalla legge irlandese) del referendum (sul quale peraltro invito a leggere quanto ha scritto domenica Barbara Spinelli sulla Stampa: “il militante più potente del No è un ricchissimo industriale, Declan ganley, che s’è preparato dal 2007 fondando l’associazione Libertas”, che “riceve finanziamenti ingenti dai neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley – presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati – è membro da anni”).

L’Europa al bivio e il paradosso di Lisbona

E’ presto per valutare se la proposta del ministro degli esteri tedesco Steinmeier di concordare con l’Irlanda una sua temporanea uscita dall’Ue per procedere alla ratifica del trattato di Lisbona a 26 sia praticabile. Certo leggendo i commenti dei alcuni dei principali quotidiani europei (la Faz, le Monde, il Corriere), risulta evidente che se ciò non risulterà possibile la spinta per procedere a due velocità sarà molto forte, così come fin d’ora è agevole rintracciare l’origine e la natura della posizione opposta di quanti, come fa il Financial Times, già dicono che “loosing Lisbon should not be seen as the end of the world”, e che quindi ci si potrebbe limitare a introdurre alcuni miglioramenti al trattato di Nizza rinunciando all’impianto del teato bocciato dagli elettori irlandesi (o meglio da una loro minoranza). Resta un paradosso: il trattato di Lisbona ha opportunamente rinunciato ad assumere quella veste semi-costituzionale che era stata tipica del testo bocciato dai referendum francese e olandese (e che aveva contribuito non poco al suo affossamento); ma l’obbligo del referendum previsto dalla legislazione irlandese (e che di per sé sarebbe del tutto ingiustificato per un trattato internazionale) lo ha reso di fatto quello che non è (cioè una costituzione). Il problema non è quindi, come scrive oggi Francesco Gui su Europa, che l’Europa paga il non aver compiuto fino in fondo la scelta federalista, ma che l’illusione proceduralista di costruire uno superstato con un trattato internazionale ha continuato a fare danni anche dopo essere stata realisticamente messa da parte in favore di un modello di “Europa delle nazioni” fondata su una multilevel governance in cui gli stati non cessano di avere un ruolo centrale.

L’Europa della Merkel dopo il referendum

Superamento dello “strongly Anglo-Saxon dominated system” a partire dalla creazione di un’agenzia europea di rating, per consolidare la relativa indipendenza che l’Europa ha conquistato grazie all’Euro, e che deve tradursi in una adeguata capacità di influenza sulle regole che governano i mercati finanziari e in un più generale ripensamento del rapporto tra capitale e rischio; costruzione di una “Bildungsrepublik” (repubblica della formazione). Bisogna dire che avviando con un impegnativo discorso e con un’intervista al Financial Times i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dell'”economia sociale di mercato” (ossia della riforma monetaria di Ludwig Ehrard che ne segnò l’avvio), Angela Merkel non si è certo limitata a una celebrazione di maniera, ma ha posto esplicitamente e in modo nuovo il problema delle condizioni di una diffusione della “Soziale Marktwirtschaft” in Europa e nel mondo. Il che se non altro ci consentirà di affrontare la crisi del trattato di Lisbona innescata dall’infausto esito del referendum irlandese su basì politiche e culturali un po’ più solide di quelle su cui si è fondato il discorso pubblico europeo negli ultimi anni.

L’identità del Pd nel cantiere Europa

La questione della collocazione internazionale del Partito democratico ha costituito fin dall’inizio uno dei nodi più complessi da dirimere per la nuova formazione politica, ed era prevedibile che in vista delle elezioni europee del 2009 esso tornasse prepotentemente alla ribalta. Il modo particolarmente aspro con cui nei giorni scorsi un dibattito a lungo sopito si è riacceso, non manca però di suscitare alcuni interrogativi. Fin dal convegno di Orvieto dell’ottobre 2006 era emersa e si era progressivamente consolidata la comune consapevolezza che il problema della collocazione in Europa del Pd andava affrontato in termini politici e non ideologici e identitari, e coerentemente con questa impostazione nel primo “Manifesto per il Partito democratico” si affermava la volontà di “contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale”. Questo approccio non derivava solo dalla constatazione che tutte le grandi famiglie politiche continentali – a cominciare dalle due principali, il Pse e il Ppe – hanno conosciuto da tempo una profonda trasformazione – tuttora in corso – che ha fatto venir meno ogni elemento ideologico nella definizione delle rispettive identità, facendone dei grandi contenitori che raggruppano partiti tra loro profondamente diversi. Ma soprattutto scaturiva dalla coscienza che il progetto stesso del Pd si fonda sul riconoscimento dell’inadeguatezza delle diverse storie e tradizioni in esso confluite di fronte all’obiettivo di dotare finalmente l’Italia di un grande partito riformista in grado di affrontare le sfide inedite del nuovo secolo.
Da tutto ciò derivavano due conseguenze, sulle quali è progressivamente maturato un largo consenso. La prima è che il Partito democratico rappresenta la costruzione di una nuova casa comune dei riformisti e non la semplice ristrutturazione un edificio già esistente mirante a consentire l’ingresso di forze nuove. Un “partito nuovo” cementato dall’esperienza dell’Ulivo, le cui ragioni e le cui caratteristiche sono innanzitutto la conseguenza della particolarità della storia del riformismo italiano e della necessità di unirne i diversi filoni assicurando ad essi pari dignità. E allo stesso tempo un partito che considera l’unità dei riformismi una necessità non solo italiana, e che per questo ambisce a concorrere alla costruzione, in Europa e nel mondo, di un nuovo e più largo campo di forze capaci di misurarsi con la sfida di un governo democratico della globalizzazione. La seconda conseguenza di quest’impostazione è che proprio l’ambizione del Pd di non limitarsi a rappresentare l’emblema di una perenne anomalia italiana ma di contribuire al rinnovamento della politica europea, impone di respingere qualsiasi ipotesi di autosufficienza e di isolamento, perché le famiglie politiche continentali non si cambiano certo dalla ridotta del gruppo misto di Strasburgo. In questo quadro, il rapporto con il Pse, che costituisce il principale raggruppamento politico riformista e di cui fanno parte le forze più affini al Partito democratico in termini politico-elettorale e programmatici, è con ogni evidenza ineludibile. E non rappresenta quindi solo un’esigenza “identitaria” della componente del Pd che già ne fa parte, ma è una necessità per tutto il partito, a cominciare da quanti più convintamene puntano a una sua effettiva trasformazione.
Queste premesse largamente acquisite non precostituiscono già una soluzione ad un problema che rimane complesso e che richiede disponibilità al confronto (che pure si è manifestata in più occasioni) anche da parte del Pse, ma certo dovrebbero indurre a un certo ottimismo. Se dunque nei giorni scorsi la discussione ha assunto toni così accesi, la ragione va probabilmente cercata altrove, e innanzitutto nei problemi politici emersi nel Pd dopo la sconfitta. Una sconfitta che da un lato ha messo in evidenza come la strada della elaborazione di una nuova cultura politica adeguata ai problemi del paese e agli sconvolgenti mutamenti in atto su scala mondiale sia ancora lunga. E dall’altro ha fatto emergere un preoccupante deficit di democrazia interna che rischia di consolidare la separatezza delle diverse anime del partito. L’emergere di una disputa dai toni identitari intorno al nodo della collocazione europea costituisce insomma soprattutto il sintomo di un persistente deficit di identità politico-culturale del Pd, ed il pericolo che essa determini una lacerazione dagli esiti imprevedibili va affrontato a partire dalle sue cause profonde.
Allo stesso tempo, è giunto il momento di misurarsi con le concreta questione dei legami internazionali del Partito democratico e del suo ruolo nel futuro Parlamento europeo. Il meeting dei parlamentari europei del Pse in corso a Napoli, che vedrà oggi la partecipazione di Walter Veltroni e di Massimo D’Alema, costituisce da questo punto di vista una tappa importante verso l’individuazione di una soluzione che scongiuri il rischio di un isolamento internazionale del Pd e consenta di impostare in termini politici una sua partecipazione al gruppo del Pse di Strasburgo. Non facendone il risultato di una confluenza nella “famiglia” socialista, ma concependolo come la necessaria premessa per l’apertura di un cantiere politico che punti a rinnovare il profilo e la funzione del riformismo europeo.

(sul Mattino di oggi)

L’uovo di Colombo

Dopo quindici anni di fallimentare ideologia che ha contribuito non poco al tracollo del Mezzogiorno, capita di leggere sul Corriere di oggi delle considerazioni sensate e critiche verso il pensiero unico che ha portato a derubricare la questione meridionale dall’agenda politica. Piacevolmente sorpresi, vediamo argomentata la tesi che “la chiusura dell’intervento straordinario abbia segnato la rottura fra Mezzogiorno e Stato e abbia determinato quella fluttuazione senza ormeggi di un’area civile che non ha più saputo pensarsi nella sua unità strategica”; e troviamo la constatazione che “lo sforzo immaginativo di quel meridionalismo che ha puntato generosamente e finanche giustamente sull’autoreferenzialità, sulle virtù dell’ordinarietà, della buona amministrazione, dell’efficienza e del salto delle classi dirigenti dentro i paradigmi della modernità, della relazionalità vittuosa, della distrettualità, ha finito con il disperdere il senso di una missione che restava quella di riconnettere, in uno stadio più avanzato, Mezzogiorno, Stato ed Europa”. Finalmente delle idee nuove rispetto alla cultura politica oggi dominante. Infatti sono di Emilio Colombo.