Roberto Gualtieri

Archivio mensile: luglio 2008

A sinistra la sfida possibile

L’esito del congresso di Rifondazione comunista, con l’elezione sul filo di lana di Paolo Ferrero alla segreteria nazionale e le aspre polemiche che l’hanno accompagnata, ha sorpreso gran parte degli osservatori. La lettura che è risultata largamente prevalente è quella di un arroccamento identitario e ideologico che chiude ogni prospettiva di dialogo con le altre forze di centrosinistra (e in primo luogo con il Pd), segnando una brusca cesura – e un arretramento – non solo con l’esperienza della Sinistra arcobaleno ma con l’intera storia di Rifondazione comunista. Si tratta di un giudizio che senza dubbio coglie alcuni elementi di realtà, ma ridurre una complessa vicenda congressuale al confronto tra i fautori delle alleanze e quelli dell’identità – o addirittura tra politica e antipolitica – rischia di impedire di cogliere appieno i nodi di fondo sui quali si è svolto lo scontro interno a Rifondazione e di prefigurare il possibile impatto del congresso sul sistema politico italiano.
Se si supera la tendenza, che si è affermata nel corso dell’ultimo quindicennio, a considerare i congressi dei referendum tra leader in cui esito è determinato dal loro appeal sui media, e i partiti politici delle oligarchie non contendibili e non degli organismi democratici la cui linea politica e il cui gruppo dirigente sono decisi di volta in volta dagli iscritti sulla base di una valutazione dei risultati conseguiti negli anni precedenti, l’esito del congresso di Rifondazione dovrebbe apparire assai meno sorprendente. Nonostante le indubbie qualità personali di Nichi Vendola e la novità rappresentata della sua candidatura alla segreteria infatti, lo schieramento che ha sostenuto il presidente della Regione Puglia portava l’evidente marchio di Fausto Bertinotti, e proponeva, sia sotto il profilo dell’impostazione politico-culturale che sotto quello del gruppo dirigente diffuso, una sostanziale continuità con un’esperienza di direzione politica durata oltre un decennio, e il cui esito si è rivelato incontestabilmente fallimentare. Di quell’esperienza l’opzione governativa ha costituito un aspetto importante ma non certo l’unico. A Bertinotti vanno infatti ascritte altre scelte che hanno avuto un ruolo non meno determinante per il catastrofico risultato delle elezioni del 2008: dalla scelta per una postazione prestigiosa e visibile come la Presidenza della Camera invece che per un ministero di maggior peso, all’annunciata “separazione consensuale” dal Pd (del tutto speculare e contestuale alla decisione di Veltroni di “correre da soli”), che ha contribuito non poco alla caduta del governo e ha aperto la strada alla campagna sul “voto utile”, privando l’intero progetto della Sinistra arcobaleno di ogni credibile prospettiva politica. La sconfitta dei congressuale dei bertinottiani dipende dunque non solo e non tanto dalla partecipazione in quanto tale al governo Prodi, quanto soprattutto dal giudizio negativo degli iscritti sull’incapacità di Rifondazione comunista e del suo leader di condizionare maggiormente le scelte e la politica dell’esecutivo e sul modo con cui ne ha gestito la crisi: dall’essere stata cioè Rifondazione allo stesso tempo troppo dentro (sul piano simbolico) e troppo fuori (su quello dei risultati concreti) dalle stanze del potere. Sarebbe naturalmente ingeneroso imputare questo risultato solo a Rifondazione e al suo leader. Ma certo la peculiare e multiforme cultura politica espressa da Bertinotti e dal suo gruppo dirigente, nell’evidente difficoltà che essa ha manifestato di affrontare in modo rispondente alle condizioni reali del paese il problema della rappresentanza sociale del mondo del lavoro e delle classi popolari interpretandone sul terreno politico la potenziale conflittualità, ha contribuito non poco a tale esito (basti pensare alla scarsa incisività manifestata da Rifondazione in occasione della prima manovra finanziaria varata da Padoa Schioppa, rivelatasi poi sovradimensionata, che è stata fatale per il consenso dell’esecutivo).
Il fatto che a guidare il fronte avverso a Bertinotti sia stato un uomo come Ferrero, che nella sua esperienza di ministro si è rivelato persona ragionevole e molto meno incline di numerosi suoi colleghi al diffuso sport della dichiarazione polemica e della distinzione ad ogni costo, è dunque meno paradossale di quanto possa sembrare. Certo, la conformazione assai poco razionale degli schieramenti congressuali, che è stata condizionata in misura rilevante dall'”abbraccio fatale” di Bertinotti a Nichi Vendola, ha esasperato una polarizzazione che ha schiacciato notevolmente Ferrero a sinistra, in un’alleanza con le componenti più estremiste da cui sarebbe saggio aiutarlo a uscire quanto prima. Ciononostante, anche alla luce dell’elementare constatazione che alle porte non ci sono elezioni politiche ma una lunga stagione di opposizione, una proposta politica incentrata sul rilancio della questione sociale e sull’attenzione per quella consistente fascia di elettorato popolare che nel nord si è rivolta alla destra (e in primo luogo alla Lega) non appare priva di una sua razionalità.
A suo modo dunque, la scelta di Rifondazione per un profilo più classico di sinistra radicale e la fine del bertinottismo e degli “arcobaleni”, cioè di quel confuso impasto di radicalismi postmoderni rivolti prevalentemente a segmenti del cosiddetto “ceto medio riflessivo” che hanno prosperato nel quindicennio della “seconda repubblica”, può costituire un altro tassello verso la strada della europeizzazione del sistema politico italiano che è stata innescata dalla costituzione del Pd. Le prossime elezioni amministrative ci diranno se il partito di Ferrero sarà – come dice di voler essere – un partner più esigente ma comunque disponibile a misurarsi con la prova del governo, o se la deriva massimalista da molti paventata è un dato reale e non un semplice argomento di polemica congressuale. E se la nascita di una sinistra radicale “normale” in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale potrà costituire, invece che un elemento di regressione, una utile sfida e uno stimolo positivo per il Pd e per l’intero sistema politico.

(sul Mattino di oggi)

Il congresso di Rifondazione

L’esito del congresso di Rifondazione è – e non lo diciamo con il senno di poi – il più logico e il più sensato. Dispiace per una persona di valore come Nichi Vendola, ma l’impostazione della sua campagna congressuale era del tutto sbagliata, politicamente confusa, e pagava l’identificazione suicida con Bertinotti, cioè con il principale responsabile della catastrofe del partito (oltre che uno dei congiurati che più attivamente hanno tramato per la caduta di Prodi). L’abbraccio mortale di Bertinotti non ha solo affossato Vendola, ma soprattutto ha impedito un diverso e più razionale assetto del confronto congressuale e degli schieramenti interni, e successivamente ha probabilmente contribuito a determinare quel rifiuto sdegnoso ad un accordo che ha spinto Ferrero (insieme a Russo Spena una delle figure di maggior valore espresse dal suo partito nella stagione del governo Prodi) nelle braccia dei trotzkisti. Auspichiamo che, raffreddatisi i bollori congressuali, la parte più ragionevole dello schieramento che ha sostenuto Vendola rinunci a ogni proposito scissionista e accetti la proposta di gestione unitaria, senza farsi influenzare da una campagna di stampa tanto deformante quanto poco disinteressata. Per parte sua il Pd e il sistema politico non potranno che trarre giovamento dalla presenza di una sinistra radicale “normale”, in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale – soprattutto al nord – senza baloccarsi con attrezzi inservibili come le rimasticature della “cultura dei diritti” della Fgci degli anni Ottanta o le suggestioni degli psicanalisti alla moda. Di fronte a tutto ciò, sarebbe del tutto paradossale che il Pd rinunciasse alla sfida della definizione di un coerente profilo riformista per giocare alla scissione di Rifondazione e per imbarcare i naufraghi del bertinottismo e dell'”arcobaleno”: quanto prima i quali cadranno nel mertitato oblio, tanto più ci avvicineremo al traguardo di un sistema politico finalmente europeo.

Veleni e notizie

Mentre la tradizionale campagna estiva di veleni di Repubblica, affidata come sempre al “cronista” Giuseppe D’Avanzo, non riesce a infiammare le cronache (anche perché basata su materiale riciclato e scadente), il Sole 24 Ore ci informa che Giovanni Consorte, dopo aver ottenuto l’archiviazione delle accuse di associazione a delinquere (che aveva determinato la sua cacciata da Unipol), di truffa ai danni dello Stato e di ricliciaggio, rientra anche in possesso dei 50 milioni di euro che gli erano stati sequestrati due anni fa perché considerati il frutto di operazioni illecite (e che molti avevano insinuato costituissero delle tangenti per i Ds), in quanto il Gup di Milano Luigi Varanelli concludendo che il denaro era il frutto di una consulenza effettivamente svolta, ne ha disposto il dissequestro. Ovviamente sui giornali “d’opinione” di tutto ciò non c’è traccia.

Riforme quella svolta nel Pd

Il convegno promosso da quindici Fondazioni e associazioni sulle riforme costituzionali ed elettorali che si è svolto lunedì a Roma segna un punto di svolta nel dibattito sulle nostre istituzioni. La lettura tutta politicista dell’evento che è stata data da gran parte degli organi di informazione non aiuta a cogliere il senso di quanto è avvenuto nelle oltre nove ore di discussione che hanno coinvolto il fior fiore del pensiero costituzionalista italiano e una nutrita schiera di esponenti di primo piano del mondo politico. Il documento preparato dai promotori, che ha costituito la base del dibattito, non si è limitato infatti a esprimere la preferenza per un pacchetto di riforme costituzionali e per un modello di legge elettorale, ma ha proposto una visione più complessiva dei problemi e delle prospettive della nostra democrazia, che rappresenta una vera e propria svolta rispetto alla cultura politica che è stata egemone, a destra come a sinistra, nell’ultimo quindicennio.
Il convegno ha messo apertamente in discussione i due principali miti che hanno caratterizzato gran parte del discorso pubblico (e dell’iniziativa politica) sui temi istituzionali almeno a partire dagli anni novanta. Il primo mito è quello della “democrazia immediata”, fondata sull’idea che dagli elettori debba scaturire una investitura diretta del capo del governo e l’identificazione di una maggioranza, della quale il leader prescelto è in sostanza il “padrone”. Il convegno ha sottoposto questa visione a una critica radicale, sottolineando l’impossibilità di realizzare una commistione tra due forme di governo così diverse come la presidenziale e la parlamentare. La prima infatti prevede degli importanti contrappesi al potere del presidente, a partire da quello di un Parlamento eletto separatamente e dotato di poteri, prestigio e autonomia; la seconda invece si fonda sull’elezione di Camere pienamente sovrane e responsabili del rapporto fiduciario con l’esecutivo, ed è incompatibile con qualsiasi forma di legittimazione autonoma del premier. Di qui la denuncia del “presidenzialismo di fatto” che in questi anni si è affermato all’interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare, e che anche grazie a leggi elettorali scellerate come l’attuale sta pericolosamente compromettendo gli equilibri della nostra democrazia senza per questo rendere più efficiente l’azione di governo. E di qui la necessità di una chiara e inequivoca scelta per un sistema parlamentare razionalizzato, cioè dotato di correttivi che favoriscano la governabilità senza ledere le prerogative del parlamento e violare di fatto i principi della nostra Costituzione.
L’altro mito che il convegno ha messo in discussione è la “religione del maggioritario”, cioè l’idea che tra bipolarismo e sistema maggioritario esista un diretto rapporto di causa ed effetto, e la propensione ad assegnare a quest’ultimo la funzione di plasmare in senso bipartitico il sistema politico. Questa convinzione, unita al mito della “democrazia immediata”, ha favorito l’affermazione di un inedito “maggioritario di coalizione” incentrato sui leader invece che sui partiti e del tutto privo di corrispettivi in Europa. Un sistema che ha favorito la frammentazione politica, ha accentuato il carattere di contrapposizione ideologica dello scontro tra gli schieramenti e si è rivelato drammaticamente inadeguato a offrire al paese una rappresentanza politica qualificata. Al convegno è stato ricordato da un lato che alla base della “democrazia bloccata” non vi era il proporzionale ma la “questione comunista”, che non permetteva l’alternanza di governo. E dall’altro che un atteggiamento meno ideologico su questo tema permetterebbe di vedere che il problema principale che l’Italia ha davanti a sé oggi non è garantire con degli artifici legislativi il bipolarismo e l’alternanza, che sono entrambi acquisiti da tempo e non in discussione, ma dotare il paese di una legge elettorale capace di coniugare maggiormente governabilità, rappresentanza e legittimazione delle istituzioni. In questo senso, dal convegno è emersa una chiara opzione per il sistema tedesco. Esso infatti non solo, contrariamente a quanto afferma una cattiva vulgata, grazie a una serie di complessi meccanismi favorisce i partiti maggiori e quindi il bipolarismo, ma a differenza di altri sistemi elettorali non consegue questo effetto bipolarizzante a scapito della rappresentanza. E’ dunque un sistema che risulta più aderente di altri alla effettiva conformazione del sistema politico italiano, che resta assai distante dal bipartitismo. Ma soprattutto, appare il più idoneo a incentivare la nascita e il consolidamento di partiti forti e radicati: perché non offre le “stampelle” maggioritarie e le rendite di posizione che hanno consentito all’attuale “maggioritario di coalizione” di risultare pienamente funzionale alla cristallizzazione dei segmenti di ceto politico emersi dal crollo dei vecchi partiti; perché con i collegi uninominali garantisce la qualità delle candidature e il rapporto tra eletti e territorio; e perché consente ai partiti di presentarsi di fronte all’elettorato per davvero “da soli” e non in coalizione, legando la coerenza tra programmi e alleanze, come avviene in tutta Europa, non all’effetto di un “vincolo esterno” di natura giuridica ma alla loro affidabilità di fronte all’elettorato.
Su questa piattaforma si è registrato il significativo consenso di Roberto Calderoli (oltre a quello dell’Udc e di Rifondazione), a dimostrazione del fatto che la Lega intende mantenere su questi temi una propria autonomia ed è seriamente interessata al dialogo con il Pd. Ma al di là dei concreti e immediati esiti di un negoziato con la maggioranza inevitabilmente tutt’altro che agevole (come ha dimostrato la posizione di netta chiusura di Fabrizio Cicchitto), il dato più significativo è l’ampia convergenza che si è realizzata tra un vasto arco di forze interne al Partito democratico (pur con qualche cautela da parte di Veltroni sul sistema elettorale). Il che non costituisce solo una importante novità politica, ma rappresenta innanzitutto una svolta culturale che chiude un’ambiguità durata troppo a lungo e consente di dare corpo e credibilità all’ambizione del Pd di aprire una nuova stagione nostra democrazia italiana che archivi la lunga transizione italiana e i miti che l’hanno alimentata.

(sul Mattino di ieri)

La discussione politica nel Pd 2

Incurante del noto invito che Palmiro Togliatti rivolgeva ai nuovi membri della direzione del suo partito di non osare neanche prendere la parola in un organismo così autorevole se non avevano un intervento scritto, sono intervenuto alla prima riunione della direzione del Pd sulla base di una semplice scaletta, stimolato dalla singolare affermazione di Marina Sereni secondo cui sarebbe un errore per il Pd dotarsi di una propria proposta in tema di legge elettorale (oltre che dai rischi di un regolamento che imponeva le primarie di partito per tutte le cariche istituzionali sottovalutando pericolosamente il problema di eventuali alleanze), e dalla volontà di contribuire alla manifestazione del 25 ottobre suggerendo di non limitarsi a raccogliere firme ad una petizione “generalista”, ma di attivarsi da subito e in modo differenziatio con i singoli mondi e settori della società brutalmente colpiti dal Blitzkrieg tremontiano (basti pensare all’Università in subbuglio e del tutto negletta da un ministro ombra che finora non ha dato segni di vita). E puntualmente, come spesso avviene quando si parla a braccio, ho sforato i tempi e sono stato ripetutamente richiamato dal segretario a concludere l’intervento. Quando Veltroni nelle conclusioni ha iniziato a parlare di coloro che intervengono leggendo un testo scritto pensavo dunque che stesse per partire un elogio a quanti, come Gianni Cuperlo, avevano fatto la fatica di scrivere il loro pensiero ed avevano potuto così essere sintetici e completi, ed una nuova ramanzina a coloro, come me, non avevano avuto la stessa accortezza. Mi sbagliavo.

La sinistra e i girotondi

Secondo Ernesto Galli della Loggia l’iniziativa dei girotondi, nonostante il suo carattere fortemente minoritario, è “in grado di mettere in grave imbarazzo il Partito democratico” (che per la verità meritoriamente non ha aderito alla manifestazione dell’8) perché essa “evoca […] tre grandi miti che dominano da sempre l’immaginario e la pratica della sinistra italiana”: il “mito delle due Italie”, quello dell'”unità” e “il mito del moralismo”. Che da tempo il moralismo antipolitico abbia assunto un ruolo centrale nella cultura politica della sinistra italiana è indubitabile, ma che esso rappresenti da sempre un suo elemento costitutivo è assai discutibile. Il moralismo antipolitico si è infatti prepotentemente imposto nel lessico e nelle pratiche del Pci e dei suoi epigoni a partire dalla nota intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari del 1981, quando l’abbandono del gramscismo (che risale all’inizio degli anni settanta) e la crisi politica connessa al fallimento della strategia del “compromesso storico” erano sfociati in una drammatica impasse politico-culturale. Determinando le condizioni per una crescente subalternità del comunismo italiano nei confronti di quella cultura azionista, intrisa di moralismo elitario e per questo da sempre ostile nei confronti del gramscismo e del togliattismo, che dalle pagine di “Mondo Operaio” proprio intellettuali come Norberto Bobbio e Ernesto Galli della Loggia avevano contribuito a rilanciare.