Roberto Gualtieri

Archivio mensile: settembre 2008

La scuola ai tempi di Attila

Mentre il dibattito sulla scuola innescato dai tagli dissennati del governo si attesta sul suo abituale livello economicistico, l’intervista odierna di Luigi Berlinguer su Repubblica ci offre uno squarcio istruttivo dell’impianto culturale che da molto tempo è alla base delle politiche scolastiche di una parte significativa della classi dirigenti italiane: “dobbiamo cancellare definitivamente la scuola ideata nel ’25 da Giovanni Gentile, una scuola chiusa alla curiosità scientifica, all’arte praticata, alla centralità dell’alunno, al suo coinvolgimento intellettuale all’education” <sic>. In effetti, di quella grande scuola italiana di impianto sanamente umanistico e storicistico che costituisce uno dei risultati migliori e più vitali – oltre che più attuali nella realtà odierna del mondo della globalizzazione – dell’esperienza dello stato unitario, rimane ormai in piedi molto poco. Ma il maoismo sindacal-confindustriale che con il suo antintellettualismo pseudoscentifico e il suo vacuo pedagogismo importato d’oltreoceano imperversa indisturbato da molti anni non demorde e, implacabile come terminator, vuole completare la sua opera. Vnene da chiedersi: perché non rivolgersi direttamente ai responsabili formazione di Lehman Brothers?

La preferenza per evitare le oligarchie

La questione della riforma della legge elettorale europea, a dispetto del suo ruolo apparentemente secondario rispetto ai principali temi al centro del confronto tra i partiti, sta assumendo un peso sempre più rilevante nel dibattito politico italiano. L’esigenza di una riforma è riconosciuta da tutti i principali partiti, in quanto l’attuale meccanismo di voto (proporzionale senza soglia di sbarramento) ha sinora determinato un’eccessiva frammentazione della nostra rappresentanza europea favorendo la proliferazione di micro-liste in grado di eleggere un proprio parlamentare con una percentuale di voti irrisoria. La proposta presentata dal Pdl e rilanciata da Berlusconi di introdurre una soglia di sbarramento del cinque per cento e di eliminare le preferenze va però ben oltre l’esigenza di correggere questo difetto, ed è stata giudicata negativamente da tutte le forze di opposizione oltre ad essere significativamente diversa da quella annunciata prima della pausa estiva dal ministro Calderoli (che avrebbe dovuto prevedere una soglia del quattro per cento e il mantenimento di una preferenza). La questione principale non è tanto quella della soglia di sbarramento al cinque, che pure appare sproporzionata rispetto all’obiettivo di ridurre la frammentazione (visto che la legge elettorale europea a differenza di quelle nazionali ha il compito di favorire la rappresentanza e non quello di garantire la governabilità), e che nella concreta situazione politica scaturita dalle scorse elezioni politiche potrebbe mettere in difficoltà alcuni partiti intermedi – in particolare la sinistra radicale – incentivando un’artificiosa torsione bipartitica che non corrisponde alla effettiva geografia politica italiana. Il vero problema, come emerge sempre più chiaramente, riguarda la questione delle preferenze.
L’argomento utilizzato dagli esponenti del Pdl che nei grandi paesi dell’Ue le preferenze non sono previste non tiene infatti conto di una differenza macroscopica tra l’Italia e le altre nazioni europee. Nel resto del continente i sistemi elettorali nazionali e il funzionamento dei partiti garantiscono dei meccanismi democratici di regolazione della vita interna ai partiti e di selezione delle candidature (in Germania ad esempio non solo esistono i collegi uninominali, ma è obbligatorio per legge il voto degli iscritti o degli elettori sulle candidature). Al contrario nel nostro paese, come i cittadini sanno bene, il famigerato meccanismo delle liste bloccate previsto dalla legge elettorale nazionale ha incentivato la già robusta tendenza da tempo presente nei partiti a praticare, nella composizione delle liste, il metodo della cooptazione dall’alto senza ricorrere ad alcuna procedura democratica né interna (con il voto degli organismi dirigenti o degli iscritti) né esterna (attraverso il metodo delle primarie). L’abolizione delle preferenze anche nelle elezioni europee favorirebbe il consolidamento di questa deriva oligarchica, e se di fronte al difficile compito di trasformare il Pdl in un partito è comprensibile che Berlusconi abbia la tentazione di evitare un vero confronto tra le diverse anime impegnate nel progetto consolidando l’anomalia di una forza politica priva di una sostanziale vita democratica interna, ciò avrebbe conseguenze esiziali per la capacità del Pdl di radicarsi stabilmente nel paese oltre che per il futuro della democrazia italiana. Alcuni commentatori hanno insinuato maliziosamente che anche Veltroni potrebbe essere tentato di condurre un’opposizione di facciata nei confronti dell’abolizione delle preferenze, con l’obiettivo di utilizzare la gestione delle liste per consolidare la sua leadership. E’ un’ipotesi poco credibile in quanto tale atteggiamento sarebbe del tutto autolesionistico: non solo perché esporrebbe inevitabilmente il segretario del Pd all’accusa di aver contribuito a sottrarre ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, ma soprattutto perché, in un momento particolarmente delicato per il futuro del partito e del suo gruppo dirigente come la prima consultazione nazionale dopo la sconfitta del 2008, l’abolizione delle preferenze priverebbe la campagna elettorale del Partito democratico del fondamentale “traino” rappresentato dalla competizione dei candidati sul territorio.
Nelle prossime settimane sarà comunque agevole per Veltroni dimostrare l’effettiva natura della sua opposizione al progetto del Pdl. Se infatti Berlusconi deciderà di inaugurare la stagione delle riforme approvando la nuova legge elettorale europea a colpi di maggioranza, il Pd non potrebbe che aprire uno scontro durissimo a tutto campo, a cominciare dal federalismo fiscale: una prospettiva che verosimilmente indurrebbe sia la Lega che le forze interne al Pdl più interessate al buon esito delle riforme a spingere sui “falchi” del proprio schieramento per realizzare un accordo con le opposizioni. Intorno alla legge per le europee si annuncia dunque una partita dal risultato tutt’altro che scontato, che è destinata a condizionare in misura assai rilevante la trasformazione del sistema politico-istituzionale italiano e l’evoluzione della legislatura. C’è da augurarsi che essa sia condotta da tutti in modo responsabile e lungimirante, evitando al paese la duplice prospettiva di uno scontro lacerante sulle regole della nostra democrazia e di un allargamento della frattura tra i cittadini e il sistema dei partiti.

(sul Mattino di oggi)

Cultura ombra

Non pago della sua brillante performance nel già leggendario dibattito con Bondi (invito a guardare per credere, soprattutto i minuti 56-62), il ministro ombra della cultura del Pd Vincenzo Cerami ha imbracciato la penna e a scritto sull’Unità quel che pensa di Gramsci. I passaggi concettualmente più densi dell’impegnativo articolo, con il quale per la prima volta un esponente di primo piano del Pd è entrato in un dibattito che ha visto protagonisti finora esponenti del Pdl (cfr. tra gli altri gli interventi di Bondi e di Zecchi), sono i seguenti: “Gramsci è per noi un caposaldo, un punto di partenza etico fondamentale per una concezione alta della lotta politica[…] ed è la sua lezione che mi ha fatto dire l’altra sera che bisogna guardare il presente per capirlo e per meglio agire politicamente e culturalmente […]. Si impone in questi giorni [sic] un’analisi nuova della nostra società, che ha ben pochi agganci con il passato”, perché rispetto al periodo fascista si è compiuta “l’omologazione pasoliniana”. Qual è questa analisi nuova? “Giorno dopo giorno emerge la nuova classe degli ‘impoveriti’, una classe che i linguisti chiamerebbero ‘sincretica’” [sic], a cui noi dobbiamo offrire “la sicurezza reale”. E Gramsci? “Gramsci, con i suoi scritti e con il suo esempio, esorta gli uomini a non rassegnarsi mai, a non accettare supinamente lo stato delle cose[…], ci dice di studiare, di organizzarci, di agire per ‘cambiare il mondo’. Parole quantomai sacrosante in questo periodo di depressione sociale. Non dimentichiamo, certamente, i nostri padri, ma neanche i nostri figli”.

Non ci permettiamo di giudicare questo scritto di Cerami (anche perché si giudica da sé). Ci limitiamo a consigliare amichevolmente al suo autore di dare corso a quanto ha affermato nel dibattito con Bondi, che a questo punto appare quantomai saggio e opportuno: si conceda una (possibilmente lunga) pausa da Gramsci, riponga nel cassetto i suoi scritti e torni a occuparsi d’altro. Lui gliene sarebbe sicuramente grato. E noi pure.

Scherzi estivi

Va bene, lo scherzo di quello che torna da un viaggio dopo un mese senza giornali e trova il mondo alla rovescia è vecchio ma è sempre divertente (per un po’): e allora passi Bondi che sostiene l’importanza e l’attualità di Gramsci e il ministro ombra del Pd che invita a lasciarlo nel cassetto, passino gli esponenti del mio partito che accusano il governo Berlusconi di non essere abbastanza liberista su Alitalia, di non essere abbastanza filoamericano sulla Georgia, di violare la sovranità degli Usa e della Nato sul suolo italiano escludendo colpevolmente la possibilità di un attacco armato alla Libia dal nostro paese (non si sa mai). Ma la Lazio capolista non fa ridere per niente.