Roberto Gualtieri

Archivio mensile: ottobre 2008

“Schieramento” e “merito” secondo Goffredo Bettini

Dopo la memorabile intervista in cui aveva indicato come prossimi leader del Pd Calearo e Madia, Goffredo Bettini ora denuncia un modello di partito caratterizzato dal “prevalere dello schieramento sul merito”, con le “radici nel popolo rinsecchite” ed “il potere locale […] dominante”, e che veda “leaderismo in alto; scambio mercato, clientele (quando non corruzione) nei piani bassi e diffusi dell’esercizio del potere”. Per chi come me in questi anni ha avuto la ventura di osservare molto da vicino i Ds di Roma e il loro funzionamento, e non ha potuto fare a meno di riconoscere alcuni tratti inconfondibili di quello stile di direzione nei primi passi del neonato Pd, questa severa autocritica, ancorché tardiva, è una piacevole sorpresa.

Un bel movimento

Non pago del brillante esito delle sue teorie applicate ai mercati finanziari, Francesco Giavazzi volge ora le sue amorevoli attenzioni all’Università italiana, definendo “non drammatico” il taglio operato dal governo e spiegandoci, in barba a quel che succede nel resto del continente, che l’unico modello possibile per i nostri atenei è quello americano (anzi, una sua caricatura). Non poteva mancare una citazione del pessimo Perotti, che da qualche giorno ci viene propinato a tutte le ore da Riotta & Co. con la sua stucchevole e ingannevole retorica “antibaronale”, pseudomeritocratica e antiscientifica. Fin qui nulla di nuovo: sono i frutti dell’economicismo confindustrial-sindacale di stampo maoista che da anni si è affermato a destra come a sinistra e che è strutturalmente incapace di concepire l’università e il sapere con categorie diverse da quelle dell’impresa e del mercato. Quel che c’è di nuovo e di positivo è che gli studenti che si stanno mobilitando sembrano immuni da questo bombardamento ideologico e si ostinano a parlare di cultura e di ricerca con linguaggi e argomenti diversi da quelli a cui ci ha abituato il dibattito pubblico degli ultimi vent’anni (e che la sinistra ha contribuito non poco ad affermare). Pazienza dunque che il documento sull’università varato oggi dal Pd, pur dicendo molte cose giuste e importanti, non contenga ancora traccia di quella profonda svolta culturale che sarebbe necessaria per archiviare la lunga stagione “berlingueriana” (nel senso di Luigi). Per una volta le parole d’ordine degli studenti e le forme di lotta nuove e intelligenti che essi hanno scelto di praticare, come le lezioni all’aperto (anche io ne terrò una giovedì a Piazza Farnese), ci fanno dimenticare l’Italietta cupa, decadente e rancorosa dei Giavazzi, dei Perotti e dei loro innumerevoli epigoni. E ci consentono di guardare al futuro con un po’ più di speranza.

Il riformismo che sfugge alla sinistra

L’annunciata manifestazione del Pd del prossimo 25 ottobre ha suscitato polemiche e discussioni che non hanno risparmiato lo stesso gruppo dirigente del partito. Mentre diversi esponenti democratici hanno sostenuto la necessità di rivedere il taglio e l’impianto dell’evento, alcuni si sono spinti fino a suggerire l’opportunità di annullare il corteo, giudicandolo non solo inopportuno per la grave situazione dei mercati finanziari ma anche contraddittorio con la disponibilità alla collaborazione con il governo manifestata dal Pd di fronte alla crisi. Alla fine la manifestazione si farà, e se, come è auspicabile, la ripresa dei listini allenterà la tensione dei giorni scorsi, la decisione di svolgerla risulterà paradossalmente rafforzata proprio dal successo dell’intervento coordinato di sostegno del sistema bancario adottato dai paesi europei, che ha visto il governo italiano tra i suoi principali sostenitori. La conferma dell’iniziativa del 25 è d’altronde di una decisione saggia. In primo luogo perché l’annullamento del primo grande appuntamento di massa del Pd, soprattutto se così da tempo annunciato e intensamente preparato, avrebbe avuto delle conseguenze assai negative sul morale di un partito ancora in costruzione proprio all’inizio di un anno politico denso di importanti scadenze elettorali. In secondo luogo, perché le manifestazioni di massa non sono affatto incompatibili con un profilo di forza di governo e neanche con la collaborazione dell’opposizione a risolvere i problemi e ad affrontare le emergenze più gravi del paese. D’altronde, se persino in un partito radicalmente “alternativo” come il Pci la mobilitazione di piazza non è mai stata storicamente in contraddizione con il voto favorevole nei confronti di provvedimenti del governo e neanche con lo svolgimento di una politica di “solidarietà nazionale”, non si vede perché questo problema dovrebbe valere per il Pd. Se dunque il corteo del 25 continua a far discutere, ciò è probabilmente perché la difficoltà del partito di Veltroni a conciliare la critica con il “dialogo” deriva da un non risolto problema di definizione del suo profilo politico e dei contenuti della sua opposizione, ossia in un deficit di identità di cui anche la discussione sull’opportunità della manifestazione costituisce un sintomo.
Se volessimo sintetizzare al massimo il problema che il Pd si trova di fronte, potremmo dire che esso consiste nella necessità (e nella difficoltà) di passare da un’opposizione “politologica” ad un’opposizione “politica”. Fare un’opposizione politologica significa definire il profilo del partito sulla base di un’accentuazione, inevitabilmente meccanica, della sua “alternatività”, concentrando tutto il fuoco sulla critica dell’azione del governo e in particolare del suo leader. Naturalmente, la critica anche molto dura del governo in carica è parte fondamentale di qualsiasi tipo di opposizione. Ma in quella “politologica” tale critica è il punto di partenza invece che essere il punto di arrivo di un’autonoma capacità di iniziativa fondata su una ben definita piattaforma politica, e il risultato rischia spesso di tradursi in un certo grado di subalternità all'”agenda” imposta dalla maggioranza. L’altro rischio insito nel modello “politologico” di opposizione è che esso, non basandosi sulla faticosa costruzione (e rappresentanza) di uno specifico blocco politico e sociale (sia pure definito intorno ad una visione generale degli interessi del paese), può determinare due atteggiamenti entrambi inadeguati soprattutto per una forza di centrosinistra: da un lato l’attitudine a privilegiare l’interlocuzione con un’indistinta opinione pubblica, inevitabilmente tutta mediata dai mass media e quindi incapace di “mordere” realmente nella società; e dall’altro la tendenza a svolgere di fatto un ruolo di rappresentanza di ogni singolo settore sociale colpito dall’azione del governo, che può assumere tratti sindacal-corporativi più che politici.
Se dunque vorrà riuscire a conciliare le manifestazioni con il dialogo, il Pd dovrà proseguire con più decisione sulla strada di un’opposizione di tipo politico, cioè ricostruire una capacità di rappresentanza sociale (da tempo smarrita nel centrosinistra italiano) saldandola con la definizione di una chiara e ben riconoscibile piattaforma politico-culturale. Gli spazi non mancano, visto che la crisi finanziaria mondiale ha prepotentemente riportato alla ribalta il ruolo dello Stato e della politica e il valore del lavoro e dell’industria, aprendo un campo di azione assai vasto alle forze progressiste che non a caso in tutto l’occidente mostrano segni di improvvisa vitalità. Basti pensare alla vera e propria resurrezione di Gordon Brown grazie alla sua incisiva azione di salvataggio (e nazionalizzazione) del sistema bancario britannico, al ruolo determinante svolto in Germania dall’Spd per piegare una riottosa Cdu alla necessità di un massiccio intervento pubblico, o al sorpasso di Obama su MacCain dopo l’esplosione della crisi. Per occupare questo terreno non basta però superare il riflesso condizionato dell’antiberlusconismo, ma è necessario compiere un processo di profonda revisione culturale, che liberi il Pd dalla persistente egemonia di una visione riduttiva e ormai datata del ruolo e dei compiti delle politiche pubbliche e dal logoro cliché dello Stato “arbitro ma non giocatore”. Perché tutto può permettersi una moderna forza riformista, tranne che lasciare questo compito a Tremonti e al nuovo centrodestra italiano.

(sul Mattino di oggi)

Farfalle

In Italia – per fortuna – sta rinascendo l’Iri, persino sul Financial Times ora scrivono che bisogna nazionalizzare le banche e che la crisi mostra che l’era dell’egemonia politica, economica e culturale dell’occidente è al tramonto, Frank Schirrmacher sulla Faz arriva a citare Engels, parla di “bancarotta della metafisica del mercato” e paragonando la tempesta finanziaria al terremoto di Lisbona conclude che essa “non cambierà solo il mondo ma anche il modo di pensare” (non parliamo poi di Heribert Prantl che sulla Sueddeutsche Zeitung dice che bisogna tornare a “dare allo Stato quello che è dello Stato” e non limitarsi a trattarlo come un “utile idiota”che paga e poi si ritira in buon ordine). Il giornalismo italiano si conferma quello culturalmente più di destra (e più ottuso) d’Europa. E noi continuiamo ad andare per farfalle.

La trasformazione del denaro in Capitale tra Marx e Giavazzi

Consapevoli del dramma del militante democratico costretto a rifarsi la biblioteca e a passare da smilzi pamphlet a ponderosi tomi, ci permettiamo di fornirgli un aiutino nella speranza di rendergli meno gravoso il forzato ritorno sui banchi di scuola: le mirabili pagine, opportunamente citate da D’Alema, dedicate a spiegare perché il denaro non crea denaro, ossia perché “la circolazione […] non crea nessun valore”, sono nel primo libro, seconda sezione, capitolo quarto, paragrafo secondo del Capitale (nell’edizione degli Editori Riuniti tradotta da Cantimori pp. 188-199).

Giuliano Procacci storico

Il dolore per la perdita di una persona cara è un sentimento troppo privato per un blog. Mi limito perciò a postare il non facile (non solo per il poco tempo e il poco spazio a disposizione, ma soprattutto per la difficoltà ad accettare l’uso del passato) articolo che su richiesta del Riformista ho scritto ieri pomeriggio su Giuliano Procacci storico.

 

E’ impossibile per me esprimere in un articolo il dolore e lo sgomento per la perdita di un maestro e un amico come Giuliano Procacci all’indomani della sua repentina e inattesa scomparsa. Mi limiterò perciò a cercare di dar conto dell’importanza della sua opera e del vuoto incolmabile che essa lascia nella cultura italiana, tentando di individuarne il filo conduttore e il tratto caratteristico fondamentale che lega assieme i suoi studi giovanili a quelli più recenti e che rende così originale e prezioso il suo lavoro di storico.
Allievo di Chabod, Morandi e Cantimori, dopo una ricerca sulle origini del capitalismo in Francia Procacci ha affrontato lo studio del Machiavelli e della sua fortuna come punto più alto di quella “funzione cosmopolita” degli intellettuali italiani al centro delle riflessioni gramsciane e come aspetto centrale dello sviluppo della modernità in Europa. Ricostruendo il significato progressivo del pensiero politico machiavelliano e della sua influenza sulla cultura europea, Procacci dava così alle celebri definizioni di De Sanctis e di Croce del Machiavelli come “fondatore dei tempi moderni” e pensatore della “verità effettuale” un’articolazione e un contenuto più profondi, offrendo uno degli esempi più riusciti di quell’innesto della lezione di Marx e di Gramsci sul tronco della grande tradizione dello storicismo italiano in cui era impegnata la giovane generazione di storici che gravitava intorno al “partito nuovo” di Togliatti. Era la stessa prospettiva che ha animato la Storia degli italiani, che svolgendo con rigore la tematica gramsciana del carattere corporativo della borghesia comunale e dell’assenza di una cultura nazional-popolare esprimeva al tempo stesso l’avversione “a quelle ricorrenti interpretazioni di tipo radicale” che presentano storia d’Italia “come una sequela di ‘occasioni mancate'” e faceva della vicenda storica del nostro paese un momento della “formazione e dello sviluppo della moderna civiltà europea”.
Con i saggi e i volumi di storia del movimento operaio e socialista e quelli sul pacifismo, sull’Urss, sui movimenti anticolonialisti, dal nesso Italia-Europa il centro dell’attenzione di Procacci si spostava al socialismo come espressione e volano del processo di mondializzazione della storia. Sono studi fondamentali e spesso anticipatori, che hanno alimentato e favorito il processo di rinnovamento della cultura internazionale del Pci e che si sono precocemente misurati con le novità connesse alla crescente interdipendenza dei processi mondiali. Con l’89 e con la crisi del socialismo democratico, Procacci non ha interrotto la sua ricerca e anzi si è tuffato con nuovo vigore e inesauribile curiosità intellettuale nello studio della globalizzazione. E’ la stagione più recente e bruscamente interrotta del suo impegno, che ci ha regalato ricerche originali e innovative per il loro orizzonte compiutamente globale sull’uso della storia nella ridefinizione delle identità nazionali e locali e sulla circolazione mondiale del lessico politico moderno.
Il centro dell’interesse di Procacci è sempre stato dunque il processo di progressiva e contrastata unificazione del genere umano e di formazione di una civiltà mondiale. Questa prospettiva costituisce la sostanza del suo marxismo gramsciano e del suo saldo ancoraggio alla grande tradizione dello storicismo europeo che va da Hegel a Croce, ed è alla base della sua idea di socialismo come processo collettivo di attiva e consapevole, e per questo integralmente “umanistica”, costruzione dell’interdipendenza, del multilateralismo e della sovranazionalità. Un’idea e una speranza che poggiava su un’antropologia integralmente laica e realista (come quella dell’amato Machiavelli), ma al tempo stesso dolorosamente simpatetica per il destino degli umili e ostinatamente fiduciosa nella capacità degli uomini di trovare le strade di una più alta forma di unità. E che esprimeva per questo tutte le caratteristiche della sua straordinaria moralità e umanità. Senza la quale ci sentiamo più soli.

Politica ed economia nella “crisi dei mutui”

Il precedente post mi impone di chiarire meglio un punto. L’intreccio tra il sistema politico e quello economico e finanziario degli Stati Uniti è talmente profondo e pervasivo da rendere la discussione italiana se la crisi sia colpa dei “politici” o del “mercato” semplicemente ridicola. Peraltro, la separazione tra politica ed economia come due sfere organicamente distinte è una brillante invenzione della cultura liberale che ha avuto molto successo nelle università e nelle redazioni dei giornali (specialmente italiane) ma a cui i suoi inventori si sono sempre guardati bene di credere. In realtà, persino un sistema sommamente “sregolato” come quello attuale è figlio di una peculiare forma di regolazione politica. Perché il meccanismo che fa sì che l’Asia riequilibri con la sua valuta il deficit della bilancia dei pagamenti americani è certo un meccanismo economico, che permette alla Cina di esportare molto tenendo bassa la propria valuta e agli Stati Uniti di consumare e debito. Ma questa particolare integrazione produttiva e finanziaria ora rumorosamente deflagrata (la cosiddetta “seconda Bretton Woods”), è anche il risultato di precise scelte politiche (in parte obbligate e in parte consapevoli) alcune delle quali ormai risalgono a più di trent’anni fa, così come è sorretta dal ruolo politico militare globale degli Usa, che è inscindibile da quello del dollaro come principale moneta internazionale di riserva. Sono scelte di politica internazionale, ma non solo. Perché, come appunto ci ha spiegato Geronimo, i fondamenti politici della “seconda Bretton Woods” e dei suoi corollari (la finanziarizzazione dell’economia, il ruolo delle banche d’affari, il meccanismo dei mutui come strumento per sostenere i consumi interni ecc.) sono anche il riflesso della natura del sistema politico americano e dei rapporti economici, sociali, politici e territoriali che esso esprime e incarna. Quindi per favore smettiamola di parlare di “crisi dei mutui” e di “crisi delle banche”.

L’America senza partiti

Andrea Romano ha ragione a sottolineare che il no del congresso al piano Paulson ci ha mostrato “la differenza che passa tra un parlamento di eletti dal popolo e un parlamento di nominati dai politici”: la diversa fonte di legittimazione tra il congresso e il presidente (che essendo eletto direttamente dai cittadini non ha bisogno della fiducia del parlamento, ma a sua volta non può scioglierlo) e il meccanismo dei collegi uninominali (che garantiscono l’autorevolezza dei parlamentari e il loro rapporto con le rispettive consituencies) costituiscono infatti alcuni di quegli indispensabili contrappesi senza i quali il presidenzialismo (quello vero ma anche quello “di fatto” che esiste in Italia soprattutto con l’attuale legge elettorale) cessa di essere democratico. Ma detto questo, è forse il caso di ricordare che abbiamo di fronte un segretario al tesoro che non si capisce se lavora ancora per Goldman Sachs, una corsa presidenziale tra due outsiders che nessuno dei due partiti voleva, dei congressmen che non rispondono più a nessuno. E allora inviterei a leggere le sacrosante parole con cui oggi Geronimo ha sottolieato che il voto di lunedì mostra anche i limiti di un sistema politico privo di veri partiti. Il sistema finanziario che è appena deflagrato è infatti anche figlio di un “intreccio soffocante tra politica e lobbies” che “mina alla base quel primato della politica che può esercitarsi solo se si ha una cultura politica di riferimento in un sistema di partiti ‘pesanti’ in grado di ammortizzare le pressioni indebite delle lobbies economiche e finanziarie non lasciando soli i singoli deputati e senatori”. Perché “senza il filtro dei partiti quell’intreccio basato sull’intreccio tra lobbies e singolli parlamentari o singoli gruppi genera nella vita della società americana quei fenomeni finanziari e sociali che sono lontano mille miglia dalla più solida democrazia europea […]. Insomma, è la crisi del modello americano sul piano politico oltre che su quello finanziario […]. Quanti fra economisti e politici […] volevano proporci quel modello […] da domani in poi avranno di che riflettere”.