Roberto Gualtieri

Archivio mensile: dicembre 2008

La riforma per chiudere la transizione

Le affermazioni sul presidenzialismo pronunciate da Silvio Berlusconi hanno riportato al centro dell’attenzione il tema delle riforme costituzionali e in particolare il nodo della forma di governo. Si tratta di un tema cruciale, che nei mesi scorsi ha avuto nel dibattito politico una apparente marginalità ma che in realtà è alla base di qualsiasi intervento riformatore in materia istituzionale, a cominciare dall’attuazione del federalismo.

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Johnny Stecchino e la fisica quantistica

Giancarlo Schirru mi segnala questa strepitosa dichiarazione del ministro ombra della cultura <sic> del Pd Vincenzo Cerami, perfettamente rappresentativa della (sotto)cultura di stampo economicistico e antiscientifico che ha da tempo colonizzato la sinistra <sic> italiana e che in questi anni ha teorizzato e promosso il processo di liceizzazione dell’Università.

“Basta con la demagogia. Non è vero che questo governo fa la lotta ai baroni”, dichiara Vincenzo Cerami, ministro ombra dei Beni culturali, che incalza: “La ministra Gelmini, piuttosto che premiare i docenti che pubblicano in fantasmatiche case editrici il risultato delle loro ricerche, dovrebbe dare consistente valore alla didattica, che ad oggi non costituisce alcun punteggio nell’ambito della carriera universitaria”. E aggiunge: “Gli studenti pagano l’onerosa retta per essere istruiti e non per il curriculum di presunta scientificità dei professori. Ella deve sapere che nel quasi cento per cento dei casi si tratta di pubblicazioni inutili, pretestuose e improvvisate a mero scopo carrieristico. Temiamo che questo governo voglia dare l’impressione di cambiare molto senza, in realtà, cambiare niente”.

In effetti, perché perdere tempo a scrivere saggi noiosi di fisica quantistica o filologia romanza su riviste che non legge nessuno, quando gli studenti potrebbero applicarsi con profitto alla sceneggiatura di Johnny Stecchino?

Pronti a tutto

Mentre la Lega abbandona le suggestioni confederaliste del “modello lombardo” e presenta un ddl sull’attuazione del federalismo fiscale che, per quanto meritevole di approfondimento e di modifiche, è coerente con il modello di federalismo solidale della sussidiarietà delineato dal nuovo Titolo V della Costituzione, Massimo Cacciari accusa il partito di Bossi di “statalismo” e sul Foglio di oggi ci propone un’ardita revisione costituzionale volta ad azzerare l’intera esperienza dello Stato unitario e a sostituire l’Italia con una confererazione di macroregioni sul modello di Gioberti e del “primo Pio IX”. Qualcuno potrebbe pensare a uno scherzo, ma Cacciari ricorda giustamente agli smemorati che lui il federalismo lo ha “imparato proprio da Miglio alla fine degli anni settanta quando nessuno ne parlava”; quando cioè, aggiungiamo noi, quell’operaismo di cui egli era uno dei massimi esponenti (insieme a Mario Tronti, Toni Negri e Alberto Asor Rosa) sfociava con grande naturalezza nel “pensiero negativo”. E’ l’ennesima conferma che i problemi in cui di dibatte il Pd non sono politici ma culturali. E che dietro l’insostenibile susseguirsi di assurdità e di follie che impietosamente ogni giorno i giornali ci rammentano (da ultimo la proposta del “Pd del nord”) c’è il totale sbandamento di una generazione di intellettuali e di politici privi di bussola e pronti a tutto, perché formatisi in una temperie, quella degli anni settanta, segnata da una crisi culturale e politica così profonda da rendere l’impatto del pensiero neoconservatore particolarmente devastante e da innescare una deriva nichilista che non ha paragoni nel resto d’Europa.

Prediche utili

“I dati in cui si riassume il divario – leggermente attenuatosi nella seconda metà degli anni ’90 e nuovamente aggravatosi negli ultimi anni – tra il tasso di crescita del Centro Nord e quello del Mezzogiorno, sono troppo noti, non occorre richiamarli, sono stati certificati anche dalla Banca d’Italia. Tali dati riguardano sia la crescita del Pil, sia quella dell’occupazione, specie femminile, e della disoccupazione, al netto di una ripresa di flusso migratorio dal Sud verso il Centro Nord; essi riguardano anche il grado di efficienza di servizi e prestazioni fondamentali. Non si può non trarre da ciò materia di seria riflessione sulla validità delle politiche portate avanti nell’ultimo quindicennio dallo Stato e dalle istituzioni regionali e locali rispetto all’obbiettivo di una riduzione del divario tra Nord e Sud e di un’efficace promozione dello sviluppo del Mezzogiorno.”

Mentre il Pd era intento ad occuparsi degli abbonati di Sky e dei profitti di Murdoch, il Presidente Napolitano ha affrontato il vero problema che è alla base della crisi italiana: la questione meridionale. Espunta dal discorso pubblico nella furia iconoclasta degli anni novanta, ridotta a un patchwork di inefficaci patti territoriali e accordi di programma conditi dalla retorica ingannevole dello “sviluppo locale” e del “piccolo è bello”, la questione meridionale è più viva che mai ed alimenta la stessa cosiddetta “questione settentrionale”, che di essa è in realtà solo un derivato. Definire il profilo di un moderno riformismo in Italia significa essenzialmente fare i conti con questo nodo, innanzitutto attraverso una severa riflessione critica (ed autocritica) sulle politiche per il Mezzogiorno dell’ultimo quindicennio e sulla cultura che le ha alimentate. Sarebbe bello se le importanti parole di Napolitano consentissero finalmente di aprire questo dibattito.