Roberto Gualtieri

Archivio mensile: aprile 2009

Faccioni e programmi

Come chi si sia imbattuto nel mio faccione affisso sui muri di Roma può aver agevolmente notato, sono candidato alle elezioni europee. Il colpevole recente diradarsi dei miei post è la conseguenza della lunga e complessa fase che ha accompagnato prima la riflessione sulla proposta di candidatura, e poi la sua impostazione politica e organizzativa; oltre che della difficoltà di scrivere nella veste di candidato senza ancora esserlo formalmente (o alternativamente di fare finta di niente). Avrò modo presto, in questo blog e nel sito che stiamo predisponendo, di esporre le ragioni che mi hanno spinto a candidarmi e il mio programma. Intanto ringrazio quanti mi hanno incoraggiato e mi stanno sostenendo e aiutando. E per il momento beccatevi il faccione.

Crisi economica e culture politiche

Gettare uno sguardo oltre la crisi, significa prima di tutto interrogarsi sulle culture politiche di oggi e sulla loro inadeguatezza a misurarsi con le sfide di una crisi che non ha eguali dal dopoguerra. E’ un problema che riguarda l’Europa, e che in Italia è particolarmente evidente, perché da noi l’esaurimento del ciclo politico connesso alla stagione della democrazia nazionale e dell’economia mista è stato più traumatico che altrove. La crisi dei partiti che hanno animato la democrazia italiana si è accompagnata infatti all’affermazione nel mondo di una nuova cultura (non solo economica ma anche – e soprattutto – politica) che in Italia, proprio a causa delle ragioni e delle modalità del crollo del vecchio sistema politico, è stata fortemente pervasiva. Una cultura che ha posto il buon funzionamento dei mercati finanziari e della concorrenza come unico obiettivo legittimo dell’azione politica. Una vera e propria ideologia, eminentemente “antipolitica”, fondata sulla radicale contestazione dell’utilità, prima ancora che della necessità, della decisione presa in nome del bene comune.
Sul terreno della cultura economica, quella ideologia ha nutrito la cosiddetta “rivoluzione delle aspettative razionali”, o rivoluzione neoliberista, cioè quel ritorno ai modelli neoclassici e paretiani che è stato alla base del processo di deregolamentazione dei mercati finanziari e dello sviluppo abnorme della finanza derivata fondata sul debito invece che sul risparmio. Ma la rivoluzione neoliberista non è una semplice cultura economica: è un’idea della società e della politica, una visione dell’uomo, una concezione del mondo, che fa dell’economia non una semplice tecnica, una mera scienza dei mezzi, ma la eleva a scienza dei fini, ne fa una vera e propria filosofia. Una filosofia che postula – ossia prescrive – la separazione tra la sfera dell’economia e quella della politica, e che quindi ha inevitabilmente un’idea povera della politica, perfettamente esemplificata dalla battuta secondo cui i mercati comandano, i tecnici amministrano, i politici vanno in Tv. E’ un’ideologia che concepisce la società come semplice somma di individui, la persona come mero “homo oeconomicus”, cioè come una sorta di monade animata unicamente dalla spinta alla massimizzazione del proprio utile individuale, e che considera quindi il bene comune come qualcosa che scaturirebbe automaticamente dalla semplice somma delle diverse spinte individuali, tanto maggiore quanto più ciascuna di esse è liberata da ogni vincolo di responsabilità sociale. A ben vedere, il perverso meccanismo della finanza derivata è la perfetta traduzione di questa concezione dell’uomo e della società. Secondo la teoria che lo ha ispirato infatti quanto più è elevata la leva, cioè il debito, tanto più si ridurrebbe il rischio e si produrrebbero risorse per gli investimenti. In altre parole, l’attitudine dei consumatori americani a indebitarsi, cioè a aumentare indefinitamente i propri consumi al di fuori di ogni rapporto con il lavoro svolto e con il reddito da esso prodotto, determinerebbe un aumento ricchezza individuale e collettiva tale da ripagare il debito.
La prima condizione per l’elaborazione di una nuova cultura politica riformista è dunque quella di definire un’autonomia culturale e un pensiero critico nei confronti di questa ideologia, verso cui in questi anni l’atteggiamento prevalente è stato dettato da un misto di subalternità e conservatorismo. E’ un’operazione indispensabile perché sarebbe una pura illusione pensare che una riscossa delle forze di progresso possa scaturire in modo meccanico ed automatico dalla crisi economica. Questa critica deve sforzarsi innanzitutto di ricostruire i nessi che l’ideologia della fine delle ideologie ha spezzato: il nesso tra economia finanziaria ed economia reale, tra economia e politica, tra individuo e società, tra la dimensione materiale e quella spirituale e morale e tra etica e poltica.
Ricostruire il nesso tra economia finanziaria ed economia reale significa vedere come lo sviluppo abnorme della finanza derivata non è solo una patologia dei mercati finanziari e il prodotto di un’assenza di regole, ma è una componente fondamentale di un modello di divisione internazionale del lavoro che, camuffata dall’ideologia della “fine del lavoro”, ha favorito la delocalizzazione delle imprese in Asia e la massiccia deindustrializzazione degli Stati Uniti e di gran parte dell’Europa. Questa nuova divisione internazionale del lavoro ha certo favorito la crescita economica dell’Asia, ma nelle forme in cui si è definita si è accompagnata a un massiccio sfruttamento e a un poderoso aumento delle diseguaglianze. Un massiccio sfruttamento, perché quel modello di sviluppo (la cosiddetta “seconda Bretton Woods”) si basa sul fatto che il ricavato delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti non va ai lavoratori cinesi ma viene investito in titoli del tesoro americani per finanziare quelle stesse importazioni e alimentare il meccanismo della finanza derivata e i consumi interni americani. E un poderoso aumento delle diseguaglianze, perché i frutti di quel meccanismo di accumulazione si sono concentrati prevalentemente in poche mani, ed è proprio la crescente diseguaglianza ad aver contribuito all’implosione del modello. Collegare economia finanziaria ed economia reale ci serve dunque non solo a capire meglio le ragioni della crisi, ma a fissare due tasselli che devono tornare ad essere la base di un moderno riformismo. Il primo tassello è la consapevolezza, che è il lascito più solido e duraturo del pensiero di Marx, che il valore, cioè la ricchezza, è prodotta dal lavoro dell’uomo e non dallo scambio di merci o di denaro. Il denaro non crea denaro, il consumo non produce ricchezza, ed è davvero significativo – e coerente con la valorizzazione del lavoro operata dalla dottrina sociale della Chiesa – che per trovare un riferimento alla “puntuale precisione” dell’analisi di Marx dei meccanismi alla base del modo di produzione capitalistico, accompagnato a una giusta sottolineatura della parzialità di quella visione e dei limiti del finalismo rivoluzionario, si debba ricorrere alle pagine dell’enciclica papale Spe Salvi. Il secondo tassello è che la giustizia e l’equità sociale non sono un freno alla crescita economica ma al contrario contribuiscono a renderla più forte e duratura. D’altronde, come ha recentemente sottolineato Dani Rodrik, contrariamente a quello che si ritiene tra il 1950 e il 1973, quando la distribuzione della ricchezza era assai più equa che ora, sia la crescita mondiale che quella del paese con il tasso di crescita maggiore – allora il Giappone, ora la Cina – sono stati superiori che nell’ultimo quindicennio.
L’altro nesso che va ricostruito è quello tra economia e politica. Il modello di sviluppo che si è affermato nel corso dell’ultimo trentennio non è il semplice frutto dell’andamento spontaneo di un mercato sempre più privo di regole. L’economia non è mai separabile dalla politica, e anche quel modello iperliberista è in realtà il risultato di una particolare forma di regolazione politica, fondata sull’unilateralismo, militare, politico ed economico – ormai in crisi – della potenza statunitense, e sull’incapacità che sinora l’Europa ha avuto di concorrere all’edificazione di un ordine mondiale multilaterale più democratico e più giusto. Ricostruire il nesso tra economia e politica dunque è essenziale in primo luogo per riaffermare il ruolo della politica democratica nel governo dello sviluppo. La crisi ci insegna che il risparmio è un bene scarso e che il suo impiego è affare pubblico che non può essere affidato esclusivamente a spregiudicati protagonisti della finanza globale che agiscono al di fuori del controllo e della capacità di indirizzo della democrazia.
Ma, e qui è il problema, in Europa questa capacità di controllo e di indirizzo per essere efficace deve travalicare la dimensione nazionale. Ricostruire su basi democratiche il nesso tra politica ed economia significa dunque assumere come centrale il problema della costruzione dell’Europa politica
e del suo ruolo di attore globale. Una delle ragioni dell’attuale debolezza delle forze progressiste europee è che, quando alla fine degli anni novanta esse si sono trovate al governo nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, non sono state in grado di superare la dimensione nazionale e di dotare l’Europa di strumenti adeguati di politica fiscale, di governo dello sviluppo, di intervento nel mondo. E così, oggi assistiamo al paradosso che nel momento in cui cresce nel mondo l’interesse per il modello sociale europeo il processo di unificazione europea attraversa una fase di difficoltà. C’è un’incapacità del nucleo economicamente più forte del continente di assumersi il ruolo di motore dell’unificazione. Nell’ultimo quarto di secolo la regione del continente con la più alta concentrazione del Pil (l’Italia del nord, la Baviera, la Renania, la valle del Rodano, l’Île-de-France, il sud dell’Inghilterra) è diventata progressivamente sempre più conservatrice. Ciò si traduce nella tendenza che caratterizza la destra europea a concepire un’Europa fortezza invece che un’Europa aperta, un’Europa intergovernativa invece che comunitaria, un’Europa egoista che rinuncia a sviluppare adeguate politiche per la coesione sociale e territoriale, come se l’area più ricca volesse isolarsi dal resto del continente e consumare le proprie ricchezze accumulate. C’è insomma una dissociazione di economia e politica che è anche dissociazione di materiale e spirituale, di forza e ragione, che si manifesta in un orientamento conservatore che rischia di trasformare l’Europa in una sorta di repubblica dei proprietari fondata sui patrimoni piuttosto che sul lavoro.
Per contrastare questa tendenza è indispensabile mettere al centro di un nuovo riformismo l’unificazione politica dell’Europa, la sua apertura verso oriente e verso il Mediterraneo, la sua capacità di integrare più che quella di respingere, la sua coesione interna sociale e territoriale, il suo sviluppo democratico. Ed è indispensabile anche per definire la cornice entro cui ricomporre una visione unitaria dell’Italia e del suo destino di nazione, che appare sempre più smarrita. Ma perché ciò possa avvenire, la dimensione strettamente politica non è sufficiente, e qui veniamo all’ultimo gruppo di nessi da ricostruire: quelli tra individuo e società, tra etica e politica, tra materiale e spirituale.
Amartya Sen ha recentemente ricordato le pagine in cui Adam Smith ricordava come la fiducia tra gli uomini sia un ingrediente indispensabile per il funzionamento del mercato, e ha sottolineato come le società contemporanee si fondino su un’insieme di meccanismi e istituzioni, a cominciare da quelle dello stato sociale, che non rispondono a logiche di mercato. Allo stesso modo, occorre essere consapevoli che la democrazia non vive solo di regole e di istituzioni, ma si basa sulla compresenza di una società politica e di una società civile, su una trama privata di vita associata, di etica condivisa, di rapporti di scambio (economico ma anche morale) tra i cittadini. Un nuovo riformismo che intenda porsi l’obiettivo di favorire l’unificazione dell’Europa deve quindi concorrere allo sviluppo di una società civile continentale. Ciò impone di misurarsi su una serie di piani che sono altrettanto cruciali di quelli più direttamente politici: l’emergenza educativa, la deriva di un’industria culturale e della comunicazione che non può essere ostaggio della comunicazione commerciale e deve poter contribuire alla crescita dello spirito pubblico e dell’identità comune dell’Europa, l’autonomia (e i limiti) della scienza e della ricerca.
Ma quale può essere il cemento di una potenziale società civile continentale? Come si costruisce un campo di etica condivisa che sostenga le istituzioni civili dell’Europa? Un moderno riformismo deve assumere il pluralismo culturale e religioso dell’Europa e delle sue radici come fondamento della sua ricchezza. Deve basarsi sul metodo di una “laicità positiva”, che consenta il riconoscimento reciproco della dimensione pubblica delle diverse scuole filosofiche ed etiche e al tempo stesso salvaguardi la laicità delle istituzioni. E deve trovare il fondamento di un’etica civile e pubblica nel dialogo, inteso socraticamente come cooperazione fattiva di interlocutori disponibili a cercare assieme una verità umana, e come condivisione di una disponibilità al confronto.
Questo terreno – la società – e questo metodo devono vedere protagonisti i partiti politici. La presenza nel Pd di affluenti che originano dalle grandi tradizioni popolari del riformismo italiano lo rende particolarmente predisposto a questo compito di motore di una rinnovata unità degli italiani nella nuova Europa. Ma ciò impone di abbandonare ogni deriva verso il modello di partito d’opinione fondato sulla comunicazione tra il leader e un’indistinta opinione pubblica concepita come aggregato di individui-consumatori, e di costruire una grande forza popolare e democratica che vive nella società e nel dialogo con i suoi corpi intermedi. Una forza che non può che porsi come obiettivo primario quello di offrire una rappresentanza al mondo del lavoro, e di promuovere una nuova etica del lavoro. Un partito capace di rendere partecipati e condivisi i processi di riforma e di ricostruire i luoghi e gli strumenti per elaborare una rinnovata autonomia culturale fondata su un robusto pensiero critico.
La crisi presenta dunque grandi rischi, ma offre anche inedite opportunità. L’opportunità di superare l’economicismo, l’individualismo e il nazionalismo che in questi anni sono stati alla base della crisi politica della sinistra e delle forze riformiste. E di avviare un cammino di rinnovamento politico, culturale e morale capace di realizzare una riscossa civile e politica che dia corpo a un nuovo riformismo all’altezza dei tempi, restituendo senso ed efficacia ai grandi valori di libertà uguaglianza, solidarietà, dignità della persona che hanno animato la storia della democrazia italiana ed europea e delle sue grandi forze popolari.

(Intervento pronunciato il 23 aprile al convegno di Nens “Uno sguardo oltre la crisi”)

Il Pd davanti alle sfide del Pdl

E’ senz’altro vero, come è stato sottolineato da molti osservatori, che il congresso del Pdl non ha offerto particolari sorprese ed è stato innanzitutto una celebrazione assai efficace dell’azione del governo e del cammino sin qui compiuto dal centrodestra italiano sotto la guida di Silvio Berlusconi. E tuttavia per il Pd sarebbe un errore derubricare l’evento a mera kermesse elettorale evitando di misurarsi con le oggettive novità che la nascita del nuovo partito è destinata a introdurre nel sistema politico italiano. La fusione tra Forza Italia, An e gli altri partiti minori del centrodestra costituisce un indubbio successo che non può essere nascosto. Ma se la credibilità della “vocazione maggioritaria” del Pdl è oggettivamente uscita rafforzata dal congresso di Roma, assai meno convincente appare l’aspirazione del suo leader all’autosufficienza. Infatti, se la “partitizzazione” del nucleo della vecchia Cdl è destinata a dare maggiore solidità e radicamento alla leadership di Berlusconi, allo stesso tempo tale risultato non può che approfondire i confini tra il nuovo partito, la Lega e l’Udc. Non a caso, la rottura con Casini è avvenuta sull’ipotesi di confluenza in una lista unitaria in cui l’incontro tra Forza Italia e An era destinato inevitabilmente a marginalizzare la componente più moderata dell’alleanza, e ora la fondazione del Pdl non fa che consolidare quel dato aprendo oggettivamente un maggiore spazio al centro per l’Udc. Un processo analogo avviene sul terreno della rappresentanza territoriale, dove lo spostamento del baricentro del nuovo partito verso il centro-sud non potrà che accentuare le distinzioni tra il Pdl e la Lega, che non a caso già alle ultime elezioni si è avvantaggiata non poco della lista unitaria tra Forza Italia e An. In altre parole, con la nascita del Pdl il passaggio da un bipolarismo di coalizioni imperniate sui leader ad una democrazia dell’alternanza incentrata sui partiti, compie un decisivo passo avanti. Ciò determina da un lato una riduzione della frammentazione che premia le due forze maggiori, ma dall’altro, a dispetto delle ambizioni bipartitiche di molti, delinea un moderato multipartitismo in cui il ruolo delle forze intermedie è tutt’altro che irrilevante ed anzi appare destinato ad accentuarsi.
E’ uno scenario che il Pd ha tutto l’interesse a favorire, ma ciò ha alcune implicazioni che non possono essere eluse. La prima è quella di riconoscere pienamente la realtà del nuovo partito, superando ogni residua concezione ideologica del bipolarismo fondata sull’antiberlusconismo e coniugando la nettezza dell’opposizione con la capacità di proposta e la costruzione di alleanze politiche e sociali capaci di evitare il ricompattamento intorno a Berlusconi di un più ampio blocco sociale di centrodestra. La seconda condizione è abbandonare definitivamente l’interpretazione sostanzialmente bipartitica della “vocazione maggioritaria” che era stata fatta propria dalla segreteria Veltroni. Ciò significa accogliere positivamente e rilanciare, sulla base di una diversa visione del futuro della democrazia italiana, la sfida costituente lanciata da Fini e ripresa da Berlusconi nelle sue conclusioni, ed evitare ogni ambiguità nei confronti di un referendum che, in caso di vittoria dei sì, avrebbe come effetto quello di determinare un bipartitismo artificiale che trasformerebbe inevitabilmente i partiti in cartelli elettorali e consoliderebbe la centralità del Pdl nel sistema politico. La terza condizione è rafforzare la proiezione europea del Pd. L’ingresso del Pdl nel Ppe costituisce un indubbio successo per Silvio Berlusconi, che se da un lato registra l’evoluzione “centrista” che in questi mesi ha caratterizzato l’azione del governo soprattutto sul terreno della politica estera e di quella economica, dall’altro è destinato a irrobustire positivamente il vincolo europeo sulla politica italiana. Allo stesso tempo, tale risultato condizionerà non poco il sistema politico europeo, accentuando ulteriormente quello spostamento a destra del Ppe che proprio l’ingresso di Forza Italia aveva inaugurato. Tutto ciò rende indispensabile (e al tempo stesso favorisce) l’esigenza di sciogliere il nodo della collocazione del Pd nel parlamento europeo, facendo del suo ingresso in un gruppo parlamentare comune con il Pse la prima tappa di un’evoluzione e un rafforzamento del campo progressista continentale che veda al suo interno un ruolo adeguato del nostro paese.
L’ultima sfida che il congresso del Pdl lancia al Partito democratico riguarda la cultura politica. La relazione di Berlusconi e alcuni interventi hanno evidenziato lo sforzo di elaborazione di una genealogia culturale che affonda le sue radici in modo abbastanza coerente nel liberal-conservatorismo italiano e nel pensiero di intellettuali come Nicola Matteucci e Augusto Del Noce. La rifondazione del liberalismo italiano e la costruzione di un rapporto con il cattolicesimo di tipo profondamente diverso da quello realizzato dalla Dc costituisce un progetto ambizioso, ma che allo stesso tempo si colloca su un terreno tradizionalmente minoritario che lascia aperto al Pd uno spazio molto ampio. Per occuparlo, è necessario però abbandonare, anche sul terreno culturale, la retorica del nuovismo, e cimentarsi finalmente con un vero sforzo di rielaborazione del rapporto con i filoni principali del riformismo italiano.
Il Partito democratico deve dunque raccogliere la sfida che il congresso del Pdl ha lanciato sul terreno politico e su quello della battaglia delle idee. Nella consapevolezza che si tratta di una sfida difficile che può apparire persino impari. Ma anche sapendo che il fatto che essa si compia sul terreno della costruzione di un rinnovato sistema dei partiti costituisce già una prima vittoria che, a dispetto delle apparenze, crea per la prima volta le condizioni per trasformare i rapporti di forza che per quindici anni hanno caratterizzato la politica italiana e per aprire una nuova stagione della mostra democrazia.

(sul Mattino di ieri)