Roberto Gualtieri

Archivio mensile: maggio 2009

L’immigrazione e il mito del ventre molle

La discussione sulla scelta del governo di respingere le imbarcazioni di immigrati intercettate nel canale di Sicilia ha finora trascurato un dato che dovrebbe indurre ad esprimere valutazioni meno affrettate. Nonostante la diffusa tendenza a dipingere il Mediterraneo come il “ventre molle” dell’Europa, il quadro che risulta dai dati disponibili è infatti assai differente. Come ricorda Ferruccio Pastore (uno dei massimi esperti in materia) in un recente rapporto di Italianieuropei e dalla Feps (la Fondazione del Pse), in Italia la quota degli immigrati irregolari provenienti dal mare sul totale dei cosiddetti “clandestini” è appena del 13%, mentre a livello europeo questa percentuale scende addirittura sotto il 10%. Anche nel nostro paese dunque, come nel resto dell’Ue, gli immigrati irregolari sono in larghissima parte persone entrate con un regolare visto e poi trattenutesi dopo la sua scadenza (nel 2006 il 64% del totale), mentre la frontiera di gran lunga più permeabile dell’Europa è quella orientale e non il Mediterraneo.
Siamo quindi di fronte ad un vero e proprio mito, alimentato artificiosamente (non solo in Italia ma in tutt’Europa) da gran parte dei media, e sul quale si innestano l’allarmismo e la retorica del centrodestra. Un mito che favorisce la diffusione nell’opinione pubblica di una visione impropria dell’immigrazione irregolare delle sue rotte, e che è strettamente collegato a un atteggiamento asimmetrico dell’Europa verso i suoi due principali confini. Il poderoso investimento economico e politico che in questi anni ha portato ad erigere un vero e proprio “muro” nei confronti del continente africano (che si è tradotto anche nel drammatico aumento del numero dei morti nel canale di Sicilia: dai 200 nel 2004 ai 642 nel 2008, fino ai 339 nei primi 4 mesi del 2009) è infatti innanzitutto il riflesso della scelta europea di privilegiare la direttrice orientale rispetto a quella mediterranea. Per questo, la decisione del governo di contravvenire al diritto internazionale in materia di asilo e alla regola del “più vicino porto sicuro” va contrastata non solo perché è illegittima ed esprime una concezione inaccettabile e assai poco liberale dei diritti individuali (che per Berlusconi sarebbero sacrificabili in nome del fatto che “statisticamente” nelle navi respinte coloro i quali possono chiedere asilo sono solo una minoranza). Ma anche perché essa è il frutto di un’idea di Europa miope e subalterna, che non comprende come la costruzione di una vera partnership euro-mediterranea, fondata sul dialogo e sull’apertura e non sull’erezione di barriere politiche e culturali, sia essenziale per il futuro del nostro continente e per gli interessi dell’Italia.

(su l’Unità di oggi)

Se l’Italia non scopre l’Europa

Il voto con cui il Senato della Repubblica ceca ha ratificato l’altro ieri il Trattato di Lisbona rappresenta una tappa decisiva lungo la strada del rilancio del processo di integrazione che il referendum irlandese del 2008 aveva bruscamente interrotto. Non solo perché, nonostante i suoi proclami, si riducono i margini di manovra del presidente ceco Klaus per non firmare il Trattato. Ma anche perché il segnale che viene da Praga è destinato a influire positivamente sull’atteggiamento degli irlandesi, che si esprimeranno nuovamente in ottobre su un testo ormai ratificato da 26 parlamenti nazionali su 27.
Il Trattato di Lisbona irrobustisce notevolmente la struttura istituzionale dell’Ue e il ruolo del Parlamento, rendendolo titolare, alla pari del Consiglio, del procedimento legislativo ordinario e attribuendogli il potere decisionale sull’intero bilancio dell’Ue. Sono prerogative fondamentali, che si aggiungono a quelle assai rilevanti che il Parlamento europeo ha già oggi: basti pensare, per fare solo gli esempi più recenti, al no con cui i deputati hanno bocciato la direttiva che prevedeva un innalzamento dell’orario di lavoro oltre le 48 ore, o all’emendamento al “pacchetto Telecom”, approvato due giorni fa a Strasburgo, che nega la possibilità di imporre limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet senza una decisione preliminare dell’autorità giudiziaria.
La prospettiva di un’imminente entrata in vigore del Trattato di Lisbona dovrebbe dunque spingerci ad accentuare ulteriormente lo sforzo, che il Pd sta compiendo, di mettere al centro della campagna elettorale l’Europa. Occorre insomma contrastare con decisione il tentativo del Pdl di sminuire la portata del voto (come dimostra anche la campagna qualunquistica che i giornali vicini alla destra stanno conducendo contro il Parlamento europeo), trasformandolo in un referendum su Berlusconi. In realtà, le elezioni del 6 e 7 giugno sono molto più che un test sulla popolarità del Premier, e gli equilibri che esse determineranno nell’aula di Strasburgo sono destinati a condizionare notevolmente il futuro del nostro continente. A confronto ci sono due diverse idee di Europa: un’Europa chiusa, conservatrice e intergovernativa, e un’Europa aperta, capace di promuovere il proprio sviluppo, rilanciare il suo modello sociale e concorrere a un governo democratico della globalizzazione. Il destino del nostro paese, così intimamente legato a quello della costruzione europea, dipenderà molto da quale prospettiva prevarrà. E tanto più sapremo far emergere questa posta in gioco, quanto più la scelta di serietà che ha contraddistinto la formazione delle nostre liste sarà premiata.

(su l’Unità dell’8 maggio 2009)