Roberto Gualtieri

Archivio mensile: luglio 2009

L’ossessione politologica che ha preso il Pd

Nei giorni scorsi diversi esponenti della mozione Franceschini hanno ripetutamente messo in guardia dalle conseguenze negative, se non addirittura esiziali, che a loro dire una vittoria di Pierluigi Bersani avrebbe sulla tenuta del bipolarismo e sulla stessa sopravvivenza del Partito democratico. Sulle pagine di questo giornale, Giorgio Tonini ha affermato che la strategia bersaniania porterebbe il Pd a schiacciarsi su una posizione “di sinistra” strutturalmente minoritaria e ad assecondare i disegni di disarticolazione del sistema politico italiano e dello stesso bipolarismo. In termini analoghi si sono espressi Michele Salvati e Dario Franceschini, che ha addirittura paventato il rischio, nel caso di una sua sconfitta al congresso, di una vera e propria scomposizione del Pd. Si tratta di accuse che non appaiono giustificate da un reale dissenso nei confronti delle proposte di Bersani sulla politica economica, la politica internazionale o su quella sociale, alle quali non viene rivolto alcun significativo rilievo critico. Se ci si limitasse al confronto di natura programmatica dunque, il singolare sillogismo di Tonini in base al quale non si può chiedere al Pd di rappresentare anche la sinistra perché ciò ne farebbe venir meno l’identità di centrosinistra (e quindi l’unità), apparirebbe unicamente un bizantinismo fumoso e nominalistico (oltre che tipicamente autolesionistico). Un sofisma, peraltro, del tutto paradossale, visto che è stato proprio con una linea identitaria più che politica come quella del Lingotto che il Pd ha perso gran parte dei voti di centro che l’Ulivo aveva saputo intercettare, finendo con l’assomigliare pericolosamente al declinante e impotente Pci degli anni ottanta e rendendo surreale il dibattito sulla sua presunta “vocazione maggioritaria”.
Esaminando con più attenzione le affermazioni di Tonini, Salvati e Franceschini non si fa però fatica a individuare la vera causa del loro allarme: la legge elettorale. I pericoli di dissoluzione del Pd e del bipolarismo sono infatti ricondotti alla possibilità che “attraverso cambi di leggi elettorali […] torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decise dagli elettori ma sono varianti e mobili” (Franceschini). Sul banco degli imputati è in primo luogo il sistema tedesco, ma la critica sembra estendersi a tutti i sistemi che non contemplino il premio di maggioranza o l’elezione diretta dell’esecutivo: cioè praticamente a quelli in vigore in tutte le democrazie parlamentari del mondo, dove come è noto (o dovrebbe esserlo) i cittadini non eleggono direttamente il governo né votano per una maggioranza, ma esprimono il loro voto per un partito (o per un candidato) che è libero di cambiare il Premier (come avviene spesso in Gran Bretagna) e di scegliere con chi allearsi (come fa ad esempio Zapatero all’indomani del voto). Il dibattito potrebbe quindi chiudersi con l’invito a ripassare i testi di diritto costituzionale e di storia patria (compresa la differenza tra bipolarismo, che in Italia c’è dal 1948, e democrazia dell’alternanza, la cui assenza non è dipesa dalla legge elettorale bensì dalla guerra fredda), ma esso merita di essere approfondito.
A veder bene infatti, se c’è una posizione che dovrebbe suscitare allarme è proprio quella di coloro che ritengono che l’unità del Pd sarebbe messa a rischio dall’abbandono di quel pessimo surrogato del presidenzialismo, giustamente bandito in tutte le democrazie del mondo, che è il premio di maggioranza. Pensare che il Pd stia insieme solo perché “costretto” dal vincolo di una determinata legge elettorale, significa infatti non aver compreso le ragioni profonde, di carattere storico-politico oltre che sociale, che sono alla base della fondamentale unità che, ormai da quindici anni, caratterizza il nucleo fondamentale del suo elettorato e rende velleitaria ogni tentazione scissionistica. Il problema della legge elettorale è certo importante, ed esso dovrà essere affrontato in modo non ideologico: recuperando coerenza con la forma di governo parlamentare, guardando alle diverse esperienze europee senza anatemi e pregiudiziali, mettendo al centro alcuni principi (rappresentanza, governabilità e diritto di scelta dei deputati) e affidando al confronto parlamentare l’individuazione del giusto mix tra di essi, magari a partire da quella “seconda bozza Bianco” che, se non fosse stata abbandonata, ci avrebbe dato una buona legge elettorale e avrebbe garantito la sopravvivenza del governo Prodi. Tuttavia, sarebbe bene che il confronto congressuale consentisse finalmente di superare quella vera e propria “ossessione politologica” che da vent’anni caratterizza il nostro dibattito e che, affidando all’ingegneria istituzionale i destini del centrosinistra, ha finora pericolosamente inibito le potenzialità espansive del Pd e la sua capacità di candidarsi credibilmente a chiudere l’interminabile transizione italiana.

(sul Riformista di ieri)

Beppe Grillo e la parabola dell’antipolitica

La vicenda grottesca della candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del Partito democratico ha senza dubbio rappresentato il culmine e al tempo stesso può costituire il punto di svolta di quella dura battaglia sulla natura, l’articolazione e le caratteristiche del sistema politico italiano, e in primo luogo del “campo” progressista, che ha segnato per oltre un quindicennio la parabola politica della cosiddetta “seconda repubblica”. Al di là del suo scontato esito, l'”affaire Grillo” ha messo in luce la persistenza nel Pd di due grossi nodi irrisolti, la cui origine va ricondotta alla crisi del vecchio sistema politico e alle forme che essa ha assunto. Il primo nodo riguarda la natura e la stessa legittimità del professionismo politico. L’incapacità dei partiti italiani di rinnovarsi per tempo e le modalità traumatiche del loro crollo all’inizio degli anni novanta, insieme alla persistente fragilità e precarietà dei nuovi soggetti che ne hanno preso il posto, hanno infatti contribuito ad alimentare nel nostro paese una durissima polemica nei confronti della classe politica. Una polemica che è andata ben oltre la giusta critica delle forme e dei percorsi tradizionali del funzionariato di partito come esso si era venuto configurando nel corso del primo quarantennio repubblicano. E che è giunta a mettere in discussione l’autonomia e la specificità stesse della politica, intesa come sfera distinta e specializzata dell’attività umana, il suo essere cioè una “professione/vocazione” (Beruf) nel senso weberiano del termine. Di qui la retorica sulla superiorità della società civile, la critica della democrazia mediata (cioè del parlamentarismo) e il mito di quella “immediata”, la contrapposizione tra il leader e gli “apparati”, l’esaltazione acritica del “nuovo”. E di qui la sempre minore considerazione che sono venute assumendo nel discorso pubblico virtù tipiche del professionismo politico quali la responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni, il rigore, lo studio, la serietà, il senso della misura, la capacità di valutare obiettivamente la “realtà effettuale” ed i rapporti di forza. Virtù sempre più sostituite da quella “vanità” che Max Weber considerava tipica del demagogo e della sua attitudine a comportarsi come un “attore” che si preoccupa innanzitutto delle impressioni suscitate dalle sue prese di posizione e della “fascinosa parvenza del potere”. Se a destra questo dispositivo retorico e culturale è stato funzionale all’affermazione ed al consolidamento della leadership berlusconiana, sull’altro versante dello schieramento esso si è tradotto in un singolare processo di delegittimazione (e spesso di autodelegittimazione) del centrosinistra che ha avuto tra le sue conseguenze quella di ostacolare la formazione di nuovi gruppi dirigenti impedendo un reale rinnovamento al vertice.
Il secondo nodo irrisolto riguarda l’idea di partito politico, e in particolare la questione se in un partito la sovranità debba appartenere o no ai suoi aderenti, e se esso debba avere una “ambizione” o invece una “vocazione” maggioritaria. Si tratta di due problemi strettamente intrecciati tra loro, in quanto l’idea di un “partito degli elettori”, in cui le scelte fondamentali sono sottratte al controllo degli iscritti e sono appannaggio di una platea indefinita di cittadini, è la diretta conseguenza di una concezione della democrazia dell’alternanza che punta a modellare in chiave bipartitica il sistema politico. Solo in un sistema bipolare bipartitico (in cui cioè tutti coloro i quali non sostengono uno dei due partiti devono necessariamente sostenere l’altro), la naturale ambizione maggioritaria di una forza politica si trasforma infatti in una “vocazione”, ossia in una sorta di vincolo esterno che di fatto prescinde dalla effettiva capacità di radicamento e di raccolta del consenso. In questo senso, la “vocazione” (e non l’ambizione) maggioritaria del Pd, l'”autosufficienza bipartitica” e l’utilizzo delle primarie “aperte” (senza cioè neanche il registro degli aderenti) come strumento ordinario di selezione dei gruppi dirigenti di partito, sono elementi inscindibilmentemente connessi, che a loro volta, come dimostra l’obbligo statutario di identificazione di leadership e premiership, rimandano a una concezione della democrazia di tipo presidenzialistico.
La delegittimazione del professionismo politico e la trasformazione del centrosinistra in un unico grande partito-coalizione (cioè di fatto in un cartello elettorale) sono dunque i due fili conduttori di quella offensiva antipolitica che ha percorso l’ultimo quindicennio. E tuttavia, occorre essere consapevoli del fatto che la forza e la pervasività di tale offensiva sono innanzitutto la conseguenza della condizione di fragilità politica e culturale in cui le classi dirigenti del centrosinistra si sono trovate dopo il crollo dei vecchi partiti. Non è un caso dunque che di fronte alla realistica possibilità che il congresso del Pd consenta finalmente di voltare pagina, ponendo su basi più solide l’edificazione nel nostro paese di una moderna democrazia dei partiti capace di riannodare i fili con la sua storia e al tempo stesso di avviare un reale rinnovamento delle sue classi dirigenti, quell’offensiva giunga al parossismo. E assumendo le forme estreme, ma al tempo stesso innocue, della candidatura di un comico alla segreteria del principale partito di opposizione, riveli la sua inconsistenza e la sua vera natura.

(sul “Riformista” di oggi)