Roberto Gualtieri

Archivio mensile: febbraio 2010

Tutto Febbraio al Parlamento Europeo: la Newsletter

I due principali avvenimenti che hanno caratterizzato l’ultimo mese di attività dell’Unione europea sono senza dubbio la drammatica crisi finanziaria che ha investito la Grecia e che minaccia altri paesi della zona euro, in primo luogo la Spagna, e l’insediamento della nuova Commissione Barroso dopo il voto di fiducia del Parlamento europeo.

Prima di commentare queste due vicende, vorrei però soffermarmi su un episodio che dimostrato la portata dei cambiamenti introdotti dal Trattato di Lisbona rispetto al peso e al ruolo del Parlamento europeo, ed ha impresso una significativa modificazione nell’equilibrio istituzionale dell’UE.

Mi riferisco al voto con cui l’aula di Strasburgo ha respinto l’accordo Swift, che consentiva la cessione agli Stati Uniti dei dati sensibili bancari europei ai fini di lotta al terrorismo. Si tratta di un voto storico, che non solo ha giustamente bocciato un accordo che violava pericolosamente le leggi europee e i diritti dei cittadini, dimostrando la capacità del Parlamento di resistere alle fortissime pressioni che sono state esercitate dagli Stati membri e dagli stessi Stati Uniti e di assolvere fino in fondo il suo ruolo di istituzione che rappresenta direttamente i cittadini europei ed incarna la legittimità democratica dell’UE.

Il voto su Swift ha anche evidenziato le conseguenze della “comunitarizzazione” dello “spazio di libertà sicurezza e giustizia” operata dal Trattato di Lisbona, mostrando come la fuoriuscita di queste materie dalla dimensione intergovernativa non potrà non avere profonde implicazioni destinate a condizionare in misura considerevole anche l’azione esterna dell’Unione e la sua stessa sostanza politica e democratica.

Le parole con cui l’ambasciatore statunitense presso l’UE ha commentato il voto in una recente intervista a “Le Monde”, sottolineando la disponibilità dell’amministrazione USA a condurre un negoziato per un nuovo e migliore accordo che coinvolga anche il Parlamento, sono a questo proposito estremamente significative. Le prossime settimane ci diranno se tale negoziato sarà fruttuoso.

Sono certo che il Parlamento europeo avrà modo di dimostrare come il suo no a Swift non implicava affatto una sottovalutazione dell’importanza e dell’utilità dell’uso dei dati bancari nella lotta al terrorismo, né una mera volontà di mostrare i muscoli ed esercitare i suoi nuovi poteri, ma ha costituito un importante contributo per collocare la cooperazione tra Europa e Stati Uniti sui solidi binari dello stato di diritto, nella consapevolezza che una vera e duratura sicurezza non può che passare per la difesa e la valorizzazione dei grandi principi della nostra civiltà giuridica.

Nel ruolo esercitato dal Parlamento sulla vicenda Swift il gruppo dei Socialisti e dei Democratici ha svolto, insieme all’ALDE, una funzione decisiva e trainante di fronte a un PPE diviso e incerto. Non è un caso perciò che il voto di fiducia che ha consentito alla nuova Commissione di entrate in carica abbia registrato un significativo cambio di maggioranza rispetto a quello che aveva confermato la nomina di Barroso alla presidenza del collegio dei commissari.

Mentre infatti in quell’occasione si era formata una maggioranza di centro-destra imperniata su PPE, ALDE e gli euroscettici dell’ECR (mentre i Socialisti e Democratici si erano astenuti), questa volta l’ECR si è astenuto e il nostro gruppo ha votato a favore. Ciò è avvenuto dopo la sostituzione (da noi richiesta e ottenuta) dell’impresentabile commissaria all’aiuto umanitario Jeleva, e dopo la negoziazione delle linee di un accordo interistituzionale con la Commissione volto a valorizzare le prerogative e il ruolo del Parlamento europeo. Non si tratta di una cambiale in bianco ma di un sostegno condizionato che dipenderà dalla capacità della Commissione di tornare a svolgere quel ruolo di impulso del processo di integrazione che essa ha saputo esercitare in passato e che negli ultimi cinque anni si era totalmente smarrito.

Il primo test di questa volontà non potrà che essere la crisi finanziaria e il governo dell’area euro. La prudenza dimostrata nel Consiglio straordinario dello scorso 11 febbraio e nel successivo ECOFIN, che hanno evitato di indicare (e quantificare) fin d’ora in modo esplicito delle misure di sostegno finanziario alla Grecia, è ovviamente comprensibile di fronte alla necessità di mantenere un equilibrio tra l’esigenza di rassicurare i mercati e quella di non incentivare un’indisciplina fiscale incompatibile con la tenuta di un’unione monetaria.

E’ tuttavia è del tutto evidente che una valuta unica non può reggersi a lungo solo su una politica monetaria comune e ha bisogno di una politica fiscale, pena l’alternativa tra stagnazione e default. La definizione di strumenti nuovi per una politica di investimenti a livello europeo, per una migliore regolamentazione dei mercati finanziari, per garantire lo svolgimento dell’indispensabile funzione di “prestatore di ultima istanza” alle istituzioni europee e per assicurare in modo più cogente il rispetto delle regole comuni costituisce quindi la principale sfida che l’Europa avrà dinanzi a sé nei prossimi anni, e che insieme a quella della costruzione degli strumenti per un’incisiva azione internazionale dell’UE (a partire dal nuovo Servizio Europeo di Azione Esterna, sul quale torneremo nei prossimi numeri della newsletter) misurerà la sua capacità di essere un protagonista del mondo del XXI secolo.

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Dalla lotta alle discriminazioni, alla strategia contro il terrorismo: il programma della Presidenza Spagnola dell’UE.

Dopo la presentazione da parte del Primo ministro Zapatero del programma della Presidenza spagnola lo scorso 20 gennaio al Parlamento europeo di Strasburgo, anche i ministri del suo governo espongono le priorità della nuova Presidenza nelle Commissioni competenti, come da consuetudine per ogni inizio di Presidenza semestrale dell’UE. La settimana dal 25 al 28 gennaio ha visto uno scambio di opinioni con gli eurodeputati nelle commissioni Libertà Civili, Industria ed Energia, Commercio internazionale e Affari sociali.

Giustizia e affari interni: in commissione LIBE il Ministro degli interni spagnolo, Alfredo Perez Rubalcaba, ha affermato la necessità di una strategia unica per la sicurezza interna, attraverso la definizione di un documento europeo. Tra le priorità della Presidenza, il rafforzamento delle relazioni transatlantiche in materia di lotta alla criminalità organizzata, lotta al terrorismo e riconoscimento dei visti, e il miglioramento della cooperazione tra le forze di polizia europee, in particolare attraverso un progetto di scambio “Erasmus per la polizia”. In tema di immigrazione, il Ministro per il lavoro e l’immigrazione Celestino Corbacho Chaves si è impegnato a sviluppare una politica di immigrazione “ampia, sostenibile e integrale”, insistendo sul bisogno che l’Europa ha di forza lavoro proveniente da altri paesi, ma puntando sull’immigrazione legale e sulle politiche di integrazione. Infine, il ministro della Giustizia, Francisco Caamaño ha affermato l’importanza di applicare rapidamente il Programma di Stoccolma, recentemente approvato dal Parlamento europeo, così come le proposte in materia di diritti dei cittadini europei presenti nel Trattato di Lisbona. E’ inoltre importante proseguire l’armonizzazione legislativa europea su diversi temi, tra cui ad esempio la comunicazione dei dati riguardanti i passeggeri aerei.

Industria ed energia: in Commissione ITRE, il Ministro dell’industria e del commercio Miguel Sebastián Gascün ha illustrato l’obiettivo di una politica industriale europea competitiva e sostenibile. In particolare, come rilevato anche da Zapatero, intende concentrarsi sul settore automobilistico attualmente in difficoltà, per conciliare entrambi gli obiettivi di rilancio economico e di rispetto delle politiche ambientali. La competitività dell’industria europea passa inoltre soprattutto per le piccole e medie imprese, e per questo è importante sostenere la strategia in favore delle PMI attraverso l’attuazione dello Small Business Act. In materia di energia, le priorità di Madrid sono molteplici: sicurezza e solidarietà europea nell’approvvigionamento energetico, rafforzamento delle infrastrutture e delle reti transeuropee di trasporto di energia (RTE-E), rispetto dei piani di azione nazionali di sviluppo delle energie rinnovabili, attuazione del “Terzo pacchetto legislativo” per la liberalizzazione del mercato interno dell’energia.

Commercio internazionale: sempre il ministro Gascün, in Commissione INTA, ha presentato gli obiettivi della politica commerciale europea, rispetto alla quale le competenze del PE sono state notevolmente ampliate dal Trattato di Lisbona. La politica commerciale rappresenta infatti uno degli strumenti più importanti per affrontare la crisi economica, ma dovrà rispondere alla duplice esigenza di aumento della competitività europea e di rafforzamento di una crescita sostenibile per tutti gli attori economici. E’ cruciale in questo senso il ruolo dell’OMC, per questo Madrid auspica la conclusione dei negoziati di Doha e la realizzazione di un accordo globale. La Presidenza intende inoltre soffermarsi, su scala regionale, al rilancio dei negoziati per l’accordo di libero scambio tra UE e Mercosur, e in generale per sviluppare la cooperazione economica con gli Stati dell’America Centrale e Meridionale. Tra le altre aree di interesse, i paesi del partenariato Euromed e Asean. Particolare importanza viene data agli accordi bilaterali con partner commerciali importanti per l’UE come Cina e la Russia, così come all’intensificarsi del partenariato transatlantico.

Affari sociali e uguaglianza: la Spagna di Zapatero ha sempre fatto della lotta alle discriminazioni sul piano lavorativo e sociale una delle sue priorità, e ciò è stato ribadito sia dal Ministro degli Affari sociali Trinidad Jimenez che dal Ministro dell’uguaglianza Bibiana Aido, in commissione EMPL. E’ necessario, per questo, rafforzare il modello sociale europeo, attraverso misure per garantire l’uguaglianza tra i cittadini e la coesione sociale. In particolare, con riferimento all’anno europeo della lotta alla povertà, la Presidenza proporrà, sotto la direzione di Felipe Gonzalez, una relazione-quadro sulla lotta contro la povertà, e riunirà un Consiglio UE dedicato all'”inclusione attiva” delle persone meno abbienti, delle minoranze etniche e delle persone disabili e anziane. Sul piano dell’uguaglianza uomo-donna, il Ministro Aido ha riaffermato l’assoluta importanza del principio di pari opportunità tra uomini e donne, che rappresenta a suo avviso un diritto fondamentale. Questo diritto deve riflettersi in primo luogo sul piano lavorativo, attraverso la rimozione degli ostacoli alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro e alla loro carriera professionale. La Presidenza spagnola intende inoltre portare a termine la direttiva europea sul congedo di maternità, e proseguire sul piano delle misure per la conciliazione tra vita privata e vita professionale delle donne. Infine, è essenziale intervenire anche sul tema delle discriminazioni al di fuori del luogo di lavoro e della lotta agli stereotipi di genere.

Nel Lazio è irresponsabile evocare una guerra di religione.

Le parole del sindaco di Roma Gianni Alemanno sulla presunta giustificata preoccupazione della Chiesa cattolica per la candidatura di Emma Bonino alla Presidenza della Regione Lazio sono il frutto di una palese volontà di strumentalizzazione del tutto impropria ed inopportuna.

I cittadini sono chiamati ad eleggere il Presidente della giunta e il Consiglio regionale, ed è irresponsabile tentare di trasformare le competizione tra centro-sinistra e centro-destra in una sorta di guerra di religione.

La personalità di Emma Bonino rappresenta per i cittadini una assoluta garanzia di rigore, competenza, rispetto delle regole  ed equilibrio al servizio di tutti i cittadini della nostra regione.

Il Pd a sua volta, come bene ha ribadito Pierluigi Bersani, saprà interpretare al meglio, ed in modo coerente con la sua natura di punto di incontro dei riformismi socialista, cattolico democratico e liberaldemocratico, la concezione di una “laicità positiva” capace di garantire la laicità dello Stato e delle istituzioni valorizzando al tempo stesso l’insostituibile ruolo delle religioni nella sfera pubblica.

Il nuovo ruolo del Parlamento Europeo dopo il voto di oggi.

Il voto con cui il Parlamento Europeo di Strasburgo ha respinto oggi 11 febbraio l’accordo Swift sulla cessione agli Stati Uniti dei dati sensibili bancari europei ai fini della lotta al terrorismo, rappresenta una vittoria storica per l’Europa dei cittadini e dei diritti delineata dal Trattato di Lisbona.

Facendo pieno uso delle sue nuove prerogative istituzionali, il Parlamento europeo ha interpretato al meglio il suo ruolo di rappresentante diretto dei cittadini europei bocciando un accordo che violava le leggi europee e si fondava su un’inaccettabile scissione tra sicurezza e diritti dei cittadini, che in realtà contraddice la ricerca di una vera sicurezza.

Forte del suo nuovo ruolo e di un equilibrio tra le istituzioni dell’Ue che dopo questo voto non sarà più lo stesso, spetta ora al Parlamento europeo, insieme al Consiglio e alla Commissione, di lavorare a un nuovo negoziato con gli Stati Uniti per migliorare l’accordo Swift e offrire un reale contributo alla lotta al terrorismo e alla tutela degli inalienabili diritti dei cittadini europei.

La tragedia di Haiti e la riforma della protezione civile europea

Le polemiche che hanno accompagnato la laboriosa attivazione di una risposta dell’UE all’emergenza umanitaria di Haiti hanno finora eluso, con scarse eccezioni, una attenta valutazione del grado di evoluzione e dell’adeguatezza degli strumenti di protezione civile dell’Unione, concentrandosi prevalentemente su questioni marginali come la mancata presenza di Catherine Ashton sul luogo della tragedia o la scarsa visibilità degli aiuti europei rispetto alla presenza statunitense. In realtà, tenuto conto delle caratteristiche del “Meccanismo comunitario di protezione civile” (CCPM) istituito nel 2001 l’azione dell’Unione europea non andrebbe giudicata troppo negativamente. Le risorse finanziarie comunitarie impegnate sono state considerevoli (336 milioni di euro), il “Centro di monitoraggio e informazione” (MIC), cioè il principale strumento operativo del CCPM, ha coordinato l’invio di uomini e mezzi da parte degli stati membri ed ha spedito sul luogo già il 14 gennaio un Civil Protection Team, l’Alto Rappresentante ha presieduto due riunioni del Consiglio su Haiti e ha assunto il ruolo di coordinamento e di direzione dello sforzo dell’Unione. Anche la scelta di agire sotto l’ombrello ONU sia sul fronte della protezione civile che su quello della sicurezza (il che ha fatto venir meno la possibilità di una missione CSDP) è stata ragionevole di fronte al massiccio invio di truppe americane e alla necessità di non appesantire la catena di comando della missione ONU MINUSTAH. L’invio da parte degli Stati membri di almeno 300 uomini della gendarmeria europea da mettere direttamente a disposizione delle Nazioni Unite e di 6 navi militari (tra cui la portaerei italiana “Cavour”), 15 elicotteri e 60 aerei, coordinati da un’agile cellula presso il segretariato del Consiglio, mostra uno sforzo significativo anche sul versante militare.
Ciò che invece meriterebbe di essere discusso è proprio l’adeguatezza del Meccanismo comunitario di protezione civile e dei suoi strumenti di fronte a catastrofi naturali delle proporzioni di quella verificatasi ad Haiti. E ciò anche tenendo conto del fatto che il nuovo Trattato di Lisbona (che conferisce poteri sussidiari all’UE rispetto agli Stati membri sul versante della protezione civile, e che introduce, tra gli obiettivi dell’azione esterna dell’UE, quello di “aiutare le popolazioni, i paesi e le regioni colpiti da calamità naturali o provocate dall’uomo”) ha espressamente previsto l’istituzione di “corpo volontario europeo di aiuto umanitario” e ha attribuito alla Commissione la facoltà di “prendere qualsiasi iniziativa” per “rafforzare l’efficacia” dei dispositivi dell’Unione e nazionali di aiuto umanitario. D’altronde, l’esperienza dello Tsunami del 2004 aveva già messo in evidenza i profondi limiti della capacità di azione dell’Europa, e a poco più di un anno dalla tragedia indonesiana uno studio commissionato da Barroso e dalla presidenza di turno austriaca a Michel Barnier aveva proposto la creazione di una forza europea di protezione civile (Europe aid), composta su base volontaria attraverso il coordinamento del personale e degli equipaggiamenti degli stati membri. Il rapporto Barnier aveva inoltre sostenuto la necessità di trasformare il MIC in un vero e proprio Operation Centre, di acquisire delle capacità comuni aggiuntive in termini di equipaggiamento e mezzi di trasporto e di valutare il possibile ruolo complementare delle risorse militari dell’Unione. Si trattava di una proposta ambiziosa che non varcava comunque i confini di un approccio sussidiario e “bottom-up” rispettoso del ruolo e delle prerogative degli Stati membri. Nonostante ciò, il piano è rimasto sulla carta e nel novembre del 2007 il Consiglio ha varato una decisione che si limitava a introdurre alcune limitate modifiche del sistema istituito nel 2001, senza intaccare la sostanza di un meccanismo leggero e volto sostanzialmente a smistare informazioni e coordinare le azioni degli stati membri. La consapevolezza dell’inadeguatezza della riforma del 2007 doveva essere ben presente alla Commissione, se pochi mesi dopo essa elaborava una Comunicazione sul potenziamento delle capacità di reazione dell’Unione europea alle catastrofi che riprendeva alcuni aspetti del piano Barnier, ma che tuttavia è rimasta anch’essa inattuata.
Il risultato è che il meccanismo europeo di protezione civile presenta seri gap sia in termini di concreta capacità di utilizzazione dei mezzi esistenti presso gli Stati membri che di vera e propria carenza di alcune risorse (come i rifugi di emergenza, i depuratori di acqua, gli ospedali da campo e i mezzi per l’evacuazione dei cittadini europei). La persistenza di questi gap non è il frutto di semplice inerzia burocratica, ma dipende da precise ragioni politiche. Per superare tali lacune occorrerebbe infatti, come ricordato in un recente studio commissionato dalla DG ambiente,  trasformare il MIC in un vero e proprio Centro operazioni, sviluppare delle capacità europee a fianco di quelle degli Stati membri e attribuire alla Commissione il potere di disporre in circostanze eccezionali l’impiego di risorse degli Stati membri (la cosiddetta mandatory solidarity). Si tratta di sviluppi che inevitabilmente cozzano con la resistenza di alcuni Stati membri a dotare l’Unione di sedi di gestione operativa e strumenti comuni soprattutto in un settore “sensibile” come la protezione civile, che tradizionalmente è strettamente collegato con quello della sicurezza nazionale. Non a caso, un dibattito analogo a quello che investe la protezione civile è in atto sulla questione dell’istituzione o meno di un centro per la pianificazione operativa delle missioni militari nell’ambito della Politica di sicurezza e difesa comune. Non si tratta di una semplice analogia e le due questioni appaiono strettamente collegate, in quanto crisi umanitarie della gravità di quella di Haiti richiedono inevitabilmente l’impiego congiunto di strumenti logistici e operativi militari e civili, ed è probabile che proprio questo potenziale intreccio abbia contribuito a frenare la riforma del meccanismo europeo di protezione civile.
Vista la debolezza dimostrata in questi anni dalla Commissione Barroso, non stupisce che su un terreno delicato come quello della protezione civile sia mancata quella forte capacità di iniziativa politica e di autonomia nei confronti del Consiglio che sarebbe stata necessaria a sbloccare questa impasse. Dopo aver evitato lo scandalo di un commissario incaricato della risposta alle crisi inadeguato come la bulgara Jeleva, il Parlamento europeo dovrà esercitare tutte le sue prerogative per spingere la nuova Commissione e le nuove figure create dal Trattato di Lisbona a superare uno stallo che dura ormai da troppo tempo.

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