Roberto Gualtieri

Archivio mensile: aprile 2010

Sul volo da Roma a Strasburgo

Sull’Espresso in Edicola (e sul sito di Repubblica online) è possibile leggere un articolo a firma di Giulia Cerino (“L’eurodeputato vola de luxe“) sull’utilizzo di un aereo privato da parte di numerosi eurodeputati italiani per recarsi mensilmente a Strasburgo a partecipare alle sessioni plenarie del Parlamento europeo. L’articolo ha complessivamente un tono piuttosto tendenzioso e allusivo, e implicitamente accusa i parlamentari di usare il denaro dei contribuenti per garantirsi un trattamento di lusso. Inoltre, sulla base di dichiarazioni decisamente discutibili del responsabile marketing della compagnia che organizza i voli, l’articolo adombra il sospetto che i deputati (o meglio, che tutti i deputati) usino il volo anche per far viaggiare collaboratori, parenti e amici a spese del Parlamento.

Facendo ricorso abitualmente a quel volo privato per raggiungere Strasburgo, ritengo doveroso fornire alcune precisazioni e dei chiarimenti.

1) Nelle precedenti legislature i deputati ricevevano un rimborso delle spese di viaggio commisurato sul costo del biglietto più caro disponibile sul mercato, indipendentemente da quanto effettivamente avessero speso. Il risultato era che molti deputati cercavano di viaggiare con il volo più economico possibile, ed intascavano così una differenza che poteva arrivare a quasi 1500 euro a settimana. In particolare, per recarsi a Strasburgo molti deputati italiani usavano un “low cost” della Ryanair Roma-Baden Baden (e da Baden a Strasburgo un pullman), che tra le altre cose (è un informazione non presente nell’articolo) non consente di arrivare in tempo per l’inizio della sessione di lunedì, quando spesso si svolge un importante voto sulla modifica dell’ordine del giorno e si svolgono le prime riunioni dei gruppi parlamentari. Spesso l’uso di tariffe economiche prive di flessibilità aveva anche l’effetto che, di fronte al protrarsi di una riunione, il deputato era costretto a lasciarla per non perdere il volo. Fortunatamente, con questa legislatura tale discutibile pratica è stata abolita e sostituita con un rimborso a piè di lista delle spese effettivamente sostenute per il viaggio (inoltre, anche se molti giornalisti non amano ricordarlo, sono stati uniformati gli stipendi di tutti gli eurodeputati riducendo quello degli italiani, che è ora inferiore allo stipendio di un consigliere regionale). Il tetto delle spese rimborsabili corrisponde a quello di un biglietto Business class, che oltre a un certo comfort consente la totale flessibilità e un risparmio dei tempi di imbarco e di sbarco. La stragrande maggioranza dei deputati (italiani e degli altri paesi) fa infatti ricorso a questa classe di volo, e quando ci si serve dell’agenzia del Parlamento i biglietti emessi sono automaticamente biglietti Business. Anche io per recarmi a Bruxelles (dove si svolge la gran parte del lavoro) molto spesso volo in Business, anche se a volte (specie quando sono io a farmi il biglietto e quando ho esigenze di tempo meno pressanti) ricorro alla classe flex-economy. Essendo stato eletto per la prima volta in questa legislatura, non ho mai viaggiato sulla base delle precedenti regole, e quindi non ho mai intascato la differenza tra prezzo del biglietto e rimborso forfettario.

2) L’utilizzo di un volo privato per raggiungere Strasburgo è stato ufficialmente autorizzato da una circolare dell’ufficio di presidenza del Parlamento, e le ragioni sono facilmente comprensibili. Quel volo infatti non ha solo il vantaggio di durare molto meno di un volo di linea (due ore contro le cinque-sei del volo di linea, che fa scalo a Parigi o a Lione), ma ha anche un costo leggermente inferiore a quello di un normale biglietto Business, e comporta quindi un risparmio per il Parlamento. Tale soluzione è utilizzata da molti deputati anche in altre città (in Italia, per fare solo un esempio, oltre a quello “incriminato” da Roma ci sono voli privati mensili per Strasburgo da Milano, Venezia e Bologna).

3) Il volo privato Roma-Strasburgo è tutto tranne che di lusso. L’aereo (a elica) infatti è stretto, scomodo, con sedili piccoli, balla in modo preoccupante ad ogni raffica di vento e contrariamente a quello che avviene nei voli di linea in Business class non serve champagne e pasti gourmet ma tramezzini e pizzette. Le fotografie degli interni di un jet di lusso che accompagnano il servizio sul sito de l’Espresso sono da questo punto di vista false e ingannevoli.

4) Non ho mai imbarcato sul volo per Strasburgo amici, parenti o collaboratori. Trovo comunque che non ci sia nulla di male a farlo a proprie spese (come so che hanno fatto alcuni miei colleghi), mentre non c’è dubbio che non sarebbe corretto gonfiare il prezzo del biglietto per scaricare il costo aggiuntivo sul Parlamento europeo. Se qualcuno lo ha fatto ha sbagliato, anche se trovo poco verosimile che ciò sia effettivamente accaduto, visto che sarebbe difficile giustificare dinanzi al Parlamento un costo maggiore per un biglietto uguale a tutti gli altri.

Chi leggerà l’articolo potrà farsi l’idea se esso costituisca o no un esempio di buon giornalismo. Forse l’unico interrogativo che andrebbe posto è se sia giusto che il Parlamento europeo faccia viaggiare i deputati in Business class (come fanno molte aziende per i propri dirigenti e molti giornali per i propri inviati). Sarebbe un dibattito interessante (che peraltro è in atto in Parlamento), ma esso non riguarda in misura particolare i passeggeri italiani del volo Roma-Strasburgo su cui si è soffermata l’autrice del pezzo. Quello che è certo è che per chi svolge il proprio impegno di Parlamentare seriamente e duramente (personalmente, come si può agevolmente verificare, ho il 100% delle presenze, sono a Bruxelles o Strasburgo dal lunedì al giovedì con un costante pendolarismo piuttosto logorante, arrivo in Parlamento prima delle nove e non ne esco mai prima delle 21 e dedico al lavoro il venerdì e buona parte del week-end) non è piacevole vedere il proprio nome in un articolo di quel tipo.

Le Sfide Di Aprile Al Parlamento Europeo.

Le vicende europee dell’ultimo mese hanno un segno contraddittorio ed ambivalente. Dopo lunghe discussioni, il Consiglio europeo del 25 e 26 marzo, ha finalmente varato una posizione comune sulla crisi finanziaria in Grecia, approvando un sostegno al governo di Atene di tipo “misto”, cioè formato in parte da prestiti bilaterali di paesi membri dell’Ue, e in parte proveniente dal Fondo Monetario Internazionale. L’accordo del Consiglio europeo su una concreta strategia in grado di rendere credibile l’impegno politico a evitare il fallimento di un paese dell’area dell’Euro costituisce senza dubbio un fatto positivo.

Al tempo stesso però risulta evidente come la soluzione prescelta sia al di sotto delle aspettative di quanti ritengono indispensabile un vero e proprio salto di qualità dell’Europa sul terreno della costruzione di un vero “governo economico comune”. La scelta di appoggiarsi in parte sull’Fmi e quella di seguire la strada degli interventi bilaterali infatti appare inadeguata di fronte all’esigenza sempre più manifesta di dotare l’Europa di una propria capacità di intervento sul versante finanziario e di superare il semplice coordinamento delle politiche economiche nazionali. A dimostrazione di questi persistenti limiti, la discussione sul futuro del bilancio europeo, a partire da quello per il prossimo esercizio (che il parlamento ha avviato approvando il suo rapporto sulle linee del bilancio 2011, come riportato in questa newsletter), si annuncia aspra e difficile. Il Consiglio appare infatti propenso a considerare il bilancio dell’Ue più come un costo da tagliare che come il principale strumento per rafforzare l’efficacia e l’incidenza della spesa pubblica di fronte a una crisi che se da un lato richiede di mettere in campo risorse, dall’altro esercita forti pressioni sui deficit nazionali. Spetterà al Parlamento europeo dimostrare la sua forza, la sua unità e la sua determinazione per modificare questo indirizzo, e fare del bilancio dell’Ue il volano di una effettiva strategia comune anticrisi.

Sul fronte dell’attività parlamentare la situazione appare decisamente migliore. Nella sua sessione di marzo infatti, l’aula di Strasburgo ha dimostrato come il Trattato di Lisbona e i nuovi compiti che esso assegna al Parlamento europeo sul fronte dell’azione esterna dell’Unione non abbiano colto impreparati i deputati. L’approvazione della relazione annuale sulla Politica estera e di sicurezza comune, di quella sulla Politica di sicurezza e difesa e comune (alla quale ho contribuito direttamente nella veste di coordinatore per i Socialisti e Democratici nella sottocommissione Sicurezza e Difesa) e di una risoluzione sulla Non Proliferazione (della quale sono stato uno degli estensori materiali, coordinando anche i lavori del comitato che ha portato alla redazione del testo comune), rappresentano infatti dei documenti di grande qualità e importanza politica, che dimostrano l’esistenza di una linea comune (o almeno maggioritaria) piuttosto avanzata sui principali temi di politica estera e sull’esigenza (autorevolmente richiamata da ultimo dal Presidente Napolitano) di rafforzare la politica estera dell’Europa anche sul fronte della difesa comune. In particolare, vorrei sottolineare l’invito contenuto nella risoluzione sulla Non proliferazione a considerare ormai anacronistica la presenza sul suolo europeo di armi nucleari tattiche statunitensi, in sintonia con quanto sostenuto dai governi tedesco belga e olandese (mentre al contrario colpisce e sconcerta il silenzio del governo italiano in materia).

Infine, il Parlamento europeo ha iniziato il lavoro sulla costruzione del nuovo Servizio Europeo di Azione Esterna previsto dal Trattato di Lisbona. Si tratta di una sfida cruciale per dotare l’Europa e la nuova figura dell’Alto Rappresentante/Vice Presidente di uno strumento in grado di dare coerenza ed efficacia all’azione esterna dell’Ue. Come “relatore ombra” di questo dossier nella commissione Affari Esteri, relatore per parere in Commissione Bilancio, e rappresentante della Commissione Bilancio nello Steering Commettee del Parlamento europeo sul SEAE, sono state (e saranno) settimane di lavoro molto intenso ma appassionante. Nelle prossime settimane cercherò di raccontare più nel dettaglio i risvolti di questa impresa davvero titanica per l’Europa, nella speranza che l’occasione per costruire una vera politica estera e di difesa comune non venga sprecata e nella convinzione che il Parlamento europeo userà tutti gli strumenti di cui dispone (che non sono pochi) per contribuire a raggiungere questo obiettivo.

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Il PD Lazio Dopo Le Elezioni.

Nel dibattito apertosi dopo il voto nel Pd del Lazio e’ davvero singolare che chi ha diretto il partito regionale in questi anni ed ha avuto responsabilità di primo piano nella giunta Marrazzo, scateni una polemica demagogica e strumentale contro un segretario in carica da pochi mesi, che ha ereditato una situazione difficilissima sia sotto il profilo del radicamento del partito che sotto quello del giudizio dei cittadini sull’esperienza di governo.

E’ bene ricordare che coerentemente con la linea del vecchio gruppo dirigente nazionale e locale, nei primi due anni di vita del Partito Democratico si è scelto consapevolmente di non procedere al radicamento della nostra organizzazione sui territori del Lazio. Il risultato lo si è visto chiaramente in queste elezioni: proprio dove Emma Bonino avrebbe avuto più bisogno del supporto di un lavoro organizzato sul territorio, cioè nella Provincia di Rome e nelle altre
province, si sono visti solo i candidati e la loro legittima corsa alle preferenze, in una totale latitanza delle strutture di partito che ha lasciato una vera e propria prateria elettorale alla Polverini e alla destra. Il congresso c’è stato e nessuno può tentare di metterne in discussione l’esito chiarissimo.

Chi cerca strumentalmente di addossare la responsabilità della sconfitta a chi si è sempre battuto per il radicamento del partito non aiuta una riflessione che il Pd dovrà condurre unitariamente per costruire le condizioni della rivincita a Roma e nel Lazio.

Dopo Le Elezioni Regionali.

Quando l’esito e il segno
politico di una competizione elettorale vengono decisi, come nel caso delle ultime
elezioni regionali, da poche migliaia di voti, sarebbe bene evitare le iperboli
e le polemiche strumentali e sviluppare un’analisi improntata a sobrietà a
rigore. In particolare, da chi – come alcuni organi di informazione – ha
contribuito a trasformare il voto per i governi regionali in un grande
referendum su Berlusconi (esattamente quello che il Presidente del Consiglio
voleva) ci si aspetterebbe qualche autocritica invece dell’ennesima lezione,
magari condita da improbabili totopremier. La verità è che aver ottenuto la
vittoria in sette regioni mancandola per un soffio in altre due e incrementando
i consensi al Pd nel tipo di competizione che più di ogni altra esalta la
frammentazione (per il combinato disposto dell’assenza soglia di sbarramento,
della mancanza di incentivi al “voto utile” e della presenza delle liste
civiche e dei governatori) non può essere certo essere considerato come una
disfatta. Al tempo stesso, non si può negare che il risultato elettorale, pur
dignitoso, è stato al di sotto delle aspettative ed ha dimostrato in modo
inequivocabile che la strada per la costruzione di una credibile e solida alternativa
di governo alla destra è solo all’inizio.

In parte ciò è fisiologico: il
lavoro di edificazione e radicamento del Pd sulle macerie della seconda
repubblica è appena iniziato, dopo troppo tempo passato a baloccarsi con l’idea
di un partito del leader teso alla comunicazione piuttosto che orientato alla
rappresentanza. Con la conseguenza che nella provincia laziale o piemontese,
dove il profilo e il messaggio dei nostri candidati a presidenti risultavano
più deboli, il Pd si è trovato sguarnito ed ostaggio della battaglia delle preferenze,
lasciando delle praterie politiche ed elettorali al Pdl e alla Lega. I ritardi
accumulati in questi anni sul fronte della costruzione del partito non hanno
solo reso fragile la rappresentanza territoriale, ma anche quella sociale,
impedendo che la giusta idea di una rinnovata centralità del lavoro e
dell’impresa potesse tradursi da subito in concreta capacità di iniziativa. Costruire
un partito in grado, nelle sue articolazioni territoriali, di capire che è più
importante organizzare una mobilitazione capillare sulla riforma
dell’università o sulla legge sul lavoro invece che (quando va bene) montare
schermi giganti per vedere Santoro, non è cosa che si possa fare in poche
settimane. Ancor meno è realistico pretendere che il lavoro di formazione e selezione
di quadri radicati in quei mondi e la costruzione di un intreccio tra la loro
iniziativa, l’azione nelle istituzioni e il sistema delle competenze possa
richiedere meno di alcuni anni. In campagna elettorale si raccoglie quello che
si è seminato in precedenza, e una cronica assenza dai luoghi vivi del paese
non si rimpiazza credibilmente a ridosso del voto.

Per dare credibilità alla
proposta di alternativa occorre dunque proseguire sulla strada indicata dal
congresso e non certo cambiare per l’ennesima volta rotta. Al tempo stesso bisogna
sapere che un adeguato radicamento territoriale e una rinnovata rappresentanza
sociale del Pd sono condizioni necessarie ma non sufficienti, e che vi sono dei
nodi squisitamente politici che vanno sciolti con urgenza. Il problema non è
una concezione tutta politologica delle alleanze come strumento
dell’alternanza, ma la visione del futuro dell’Italia, da cui la scelta delle
alleanze appunto discende. Da questo punto di vista, se sul fronte del rapporto
tra nazione e sviluppo sono stati compiuti, nella definizione del profilo del
partito, passi avanti significativi, il Pd non può più esimersi di definire con
chiarezza la propria idea sul futuro della democrazia italiana e del sistema
politico del nostro paese. Non basta dire no al presidenzialismo di Berlusconi:
quella proposta (che in realtà richiama la forma di governo delle nostre
regioni) costituisce infatti la logica conseguenza del modello di bipolarismo
imperniato sul “maggioritario di coalizione” che si è affermato in questi
quindici anni, e che del presidenzialismo costituisce un semplice surrogato. Il
Pd deve insomma avere il coraggio di decidere se perseguire la propria
ambizione maggioritaria nel mare aperto di un parlamentarismo di tipo europeo
(nel quale le alleanze sono unicamente di tipo politico e i protagonisti sono i
partiti e non le coalizioni), o sforzarsi di conciliare la difesa della Costituzione
con quella di un bipolarismo che in realtà è strutturalmente funzionale alla
destra e che in questi anni ha prodotto un sostanziale svuotamento della nostra
carta. Solo in questo modo la costruzione del Pd verrà sottratta alle abituali
scorribande su nuovi contenitori e nuovi leader, e l’inevitabile battaglia
sulla “grande riforma berlusconiana” potrà essere uno dei terreni principali della
costruzione di un’alleanza e di una proposta di governo.

Articolo apparso su l’Unità del 2 aprile
Per leggerlo on-line: http://entourage.cbt.it/datiweb/ArticoliPdf/1189631.pdf