Roberto Gualtieri

Archivio mensile: maggio 2010

GAZA, SUBITO COMMISSIONE D’INCHIESTA

Da Riga, dove sto partecipando ai lavori dell’Assemblea parlamentare della Nato, non posso che condannare con fermezza il saguinoso assalto alle navi delle Ong, che traspportavano aiuti  umanitari, compiuto dalle forze israeliane in acque internazionali. Occorre istituire subito una commissione internazionale d’inchiesta indipendente per fare piena luce sull’accaduto. Fin da subito risulta però evidente che da parte israeliana vi è stato un uso della forza del tutto sproporzionato. Un fatto assolutamente inaccettabile. Al cordoglio per le vittime e alla condanna per l’azione israeliana si deve aggiungere una decisa pressione dell’Unione europea e della comunità internazionale per la fine del blocco della Striscia di Gaza e per rilanciare il processo di pace.

Oltre il bipolarismo di coalizione

Il documento sulle riforme istituzionali presentato all’assemblea nazionale del Pd esprime una forte e univoca opzione per la forma di governo parlamentare razionalizzata, concepita come un naturale sviluppo dell’impianto della nostra Costituzione, giustamente definita da Bersani come “la più bella del mondo”. Si tratta di un’acquisizione di grande importanza, che tra l’altro è la più coerente con l’evoluzione dell’assetto istituzionale europeo delineata dal Trattato di Lisbona, che fa dei governi nazionali i componenti della “seconda camera” legislativa europea. Ci sono quindi finalmente le condizioni per compiere un passo avanti ulteriore. Una seria critica ed un’efficace opposizione al modello di presidenzialismo plebiscitario proposto da Berlusconi ed al “presidenzialismo di fatto” che ne costituisce la concreta ed attuale declinazione, richiede infatti di superare e contestare nelle sue fondamenta il “bipolarismo di coalizione” che si è affermato all’inizio degli anni novanta. Si tratta di un modello del tutto unico nel panorama delle democrazie occidentali, la cui genesi è riconducibile al crollo dei vecchi partiti, all’assenza di soggetti politici organizzati sufficientemente forti e legittimati in grado di pilotare la transizione verso una democrazia dell’alternanza di tipo europeo, e all’esigenza dei “naufraghi” della prima repubblica di puntellare la loro debolezza e la loro incapacità di costruire veri partiti politici “appoggiandosi” ad una coalizione.

L’introduzione di tale modello si è fondata su un utilizzo dell’ingegneria elettorale del tutto peculiare. Al di là delle profonde differenze tra il Mattarellum e la legge Calderoli, entrambe le leggi hanno infatti in comune la caratteristica, priva di eguali in Europa, di indurre le forze politiche a coalizzarsi preventivamente tra loro e a proporre agli elettori, invece che la scelta tra diverse liste di partito o tra diversi candidati appartenenti a partiti diversi, appunto quella tra due coalizioni “coatte”. Nella legge attuale, l’emergere come soggetto della competizione della coalizione è il frutto del premio di maggioranza, mentre nel “Mattarellum” questo esito era la conseguenza del combinato disposto tra uninominale maggioritario e proporzionale di lista.

In entrambi i casi, mettere a confronto due coalizioni invece che candidati e\o liste di partito non ha avuto solo la conseguenza di inibire la formazione e il consolidamento di partiti di tipo europeo, di imprimere una inevitabile torsione ideologica al meccanismo dell’alternanza e di “congelare” le linee di frattura sociali, territoriali e ideologiche emerse nel corso degli anni ottanta inibendo strutturalmente la formazione di un blocco riformatore. Sul piano politico-istituzionale, tale meccanismo ha configurato un vero e proprio surrogato di una competizione di tipo presidenziale, in cui i fattori unificanti dei due “poli” sono dei leader di coalizioni scelte direttamente dagli elettori, i quali per questo assumono inevitabilmente agli occhi dei cittadini un ruolo differente da quello che hanno normalmente i presidenti del consiglio in regime parlamentare, con la conseguenza di produrre un pericoloso “vulnus” nell’impianto della Costituzione.

In sostanza, è difficile difendere il parlamentarismo e costruire un partito a vocazione maggioritaria se non si contesta apertamente la teoria secondo cui il sistema elettorale deve predeterminare una maggioranza nelle urne e non soltanto favorirne la formazione in Parlamento, e se non si presentano come soggetti della competizione i partiti (o i loro candidati) e non le coalizioni. Questi due principi possono tradursi in una molteplicità di sistemi elettorali, più o meno maggioritari, capaci di combinare, come avviene in Europa, rappresentanza e governabilità, garantendo al tempo stesso la piena sovranità del Parlamento e assegnando un ruolo centrale ai partiti (e ai loro leader). Tra tali sistemi figura ovviamente a pieno titolo quello tedesco (che con la soglia di sbarramento, il doppio voto, i seggi variabili e i collegi uninominali favorisce i partiti maggiori, e che appare il più idoneo ad un contesto non bipartitico come quello italiano), così come il francese a doppio turno e molti altri. Sicuramente non figurano né i sistemi con premio di maggioranza, né il vecchio Mattarellum, la cui reintroduzione avrebbe tra le altre conseguenze anche quella, del tutto paradossale, di togliere il simbolo del Pd dalla scheda per la quota maggioritaria. Per questo, prima ancora che scegliere un modello, occorre mettere in discussione alcuni dei “dogmi” che la politologia degli anni novanta e il crollo dei vecchi partiti hanno imposto nel discorso pubblico. Costruendo le condizioni per “liberare” la costruzione del Pd e il dispiegamento della sua vocazione maggioritaria dalle gabbie dell’ingegneria istituzionale e dell’ossessione politologica. E consentendogli di affrontare, con la dovuta forza e la necessaria libertà da veti ideologici, il tema del futuro della democrazia italiana e delle sue istituzioni e la battaglia in difesa della Costituzione e dei suoi principi.

 

 

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Negoziato difficile, accordo possibile

Al Parlamento europeo sto conducendo in rappresentanza del gruppo Socialista e democratico i negoziati sul nuovo “ministero degli esteri europeo” previsto dal Trattato di Lisbona. Tornato in Italia ho potuto affermare, in un’audizione presso la Commissione esteri del Senato, che è in corso un negoziato difficile ma è possibile raggiungere un accordo con il Parlamento europeo che consenta la nascita in tempi rapidi di un forte Servizio Europeo per l’Azione Esterna.

Ho informato i senatori che si è aperta una procedura di “codecisione di fatto” e che sono in corso dei “quadriloghi” tra il Parlamento europeo, rappresentato da me, da Elmar Brok (PPE) e dall’ex premier belga Guy Verhofstadt (ALDE), l’Alto Rappresentante Catherine Ashton, la Commissione e la presidenza Spagnola del Consiglio.

Nell’ultimo incontro, a cui ha partecipato anche il ministro degli esteri spagnolo Moratinos, sono stati compiuti dei passi avanti ma non sono stati superati alcuni scogli che attualmente impediscono un accordo e che riguardano il controllo parlamentare del Servizio e la sua natura istituzionale e amministrativa. Mentre su quest’ultimo aspetto sarebbe forse possibile un compromesso che garantisca un saldo legame con la Commissione di un Servizio funzionalmente autonomo, è indispensabile compiere dei passi avanti sul tema della piena accountability del Servizio nei confronti del Parlamento.

Spero che nelle prossime ore e nei prossimi giorni giungano dall’Alto Rappresentante e dal Consiglio dei chiari impegni su questo fronte che imprimano una svolta al negoziato e consentano di accelerare la procedura decisionale dotando rapidamente l’Europa di uno strumento indispensabile ad affermare il suo ruolo di attore globale.

La portata del passo compiuto in Europa non è ancora stata colta appieno.

L’adozione di un «Meccanismo europeo di stabilizzazione per preservare la stabilità finanziaria» da parte del Consiglio straordinario di domenica scorsa è stata commentata e analizzata sotto diversi aspetti. La portata del passo compiuto, tuttavia, non è stata finora colta appieno dagli osservatori. Non ci si riferisce qui all’entità, pure notevolissima, delle risorse messe in gioco (250 milioni provenienti dall’Fmi e 500 dall’Europa, dei quali 440 forniti dagli Stati membri), né all’importanza della disponibilità della Bce di acquistare titoli di debito nazionali sul mercato secondario per sostenerne il corso. La principale novità, e insieme l’architrave dell’intera decisione, è la natura della prima tranche di 60 miliardi del pacchetto varato dall’Ecofin.

La base giuridica di tale tranche è infatti esplicitamente individuata nell’articolo 122.2 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che prevede la concessione di «un’assistenza finanziaria dell’Unione» a uno Stato membro che «si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo». Ebbene, il ricorso all’articolo 122.2 per affrontare un problema strutturale, ancorché eccezionale, dell’economia europea introduce una svolta radicale. In primo luogo, l’articolo fa riferimento all’impiego di risorse dell’Unione e non degli Stati membri, introducendo una significativa discontinuità rispetto alla prassi dei prestiti bilaterali. In secondo luogo, la previsione di un volume di risorse pari a 60 miliardi di euro implica la possibilità di fare ricorso, se necessario, all’emissione di titoli di debito europei sotto la garanzia degli Stati membri, visto che le dimensioni del bilancio comunitario (142 miliardi di euro per il 2010) e degli attuali strumenti di flessibilità non consentirebbero di fare fronte a impegni di quella portata. È dunque politicamente emblematico che nel corso della lunga notte di negoziati si sia compreso che era questa la garanzia necessaria a bloccare la speculazione, vincendo così le resistenze al progetto presentato dalla Commissione.

Per la prima volta si apre quindi un varco nel muro contro cui la proposta di emettere eurobond si era finora sempre infranta. Si tratta di un precedente di grande importanza, che renderà difficile giustificare in seguito perché l’emissione di titoli europei debba essere negata per gli investimenti quando essa è stata prevista per sostenere le bilance dei pagamenti dei Paesi in difficoltà. Naturalmente restano problemi enormi e complessi da affrontare, che non riguardano solo l’aspetto della governance economica. Ma un primo passo è stato compiuto. E dopo l’Ecofin di domenica scorsa niente sarà più come prima.