Roberto Gualtieri

Archivio mensile: agosto 2010

In riferimento all’articolo “Uninominale, centinaia di adesioni bipartisan”

In riferimento all’articolo “Uninominale, centinaia di adesioni bipartisan” (Corriere di ieri), vorrei precisare che, pur sostenendo la necessità di cambiare questa pessima legge elettorale, non considero realistica né auspicabile l’introduzione in Italia di un sistema “ispirato ai modelli anglosassoni” (come recita l’appello per i collegi elettorali uninominali pubblicato dal Corriere). Sono invece favorevole al sistema tedesco, dove pure ci sono i collegi uninominali, ma il meccanismo è di tipo proporzionale (corretto). Per questo non sono intervenuto a favore dell’appello.

Dal “Corriere della Sera” del 30\08\2010.

DALL’EX LEADER POSIZIONI ECCENTRICHE, IL NOSTRO CANDIDATO SARA’ IL SEGRETARIO

Nessuno pensa che l’obiettivo del Pd sia quello di rifare l’Unione. Anche Franceschini ha parlato della priorità di cambiare la legge elettorale. Ma se malaugaratamente si dovesse andare al voto con questa legge, il Pd deve giocare per vincere. Su questo il partito è unito: da Franceschini a Bersani, da Fassino a Sassoli. Decidere in partenza che non ci siano alleanze possibili favorirebbe la caduta verso elezioni anticipate. E non possiamo permetterci di regalare di nuovo il paese a Berlusconi. La posta in gioco è alta: il prossimo Parlamento sarà quello che eleggerà il nuovo Capo dello Stato.

Per il testo completo dell’intervista a “Il Riformista”, clicca sul link.

I PREGIUDIZI SUL MODELLO TEDESCO

Nel replicare alle obiezioni da me rivolte al suo pezzo ferragostano
(dedicato alle implicazioni che una legge elettorale di tipo tedesco
avrebbe sul sistema politico italiano e sul Pd), l’amico Michele
Salvati ridimensiona le sue preoccupazioni e non parla più di ritorno
alla Prima Repubblica e di fine del Pd, ponendo invece alcuni seri
interrogativi di tipo tecnico e di carattere politico-istituzionale. Ne
sono lieto e provo ad abbozzare delle sintetiche risposte. 1) Il
sistema tedesco “darà luogo ad una frammentazione pluripartitica”?
Sicuramente non più del sistema attuale (che come si è visto non
produce il bipartitismo), e certamente meno della legge Mattarella
(quando si è toccato il picco della frammentazione). Basti notare come
alle ultime europee, nonostante la presenza di una soglia di
sbarramento minore di quella del sistema tedesco (il 4 invece del 5%),
sono entrate in Parlamento solo 5 liste. Peraltro, l’assenza della
“corsa al premio di maggioranza” e il voto di preferenza hanno anche
evitato il fenomeno della “frammentazione mascherata”, cioè
l’assegnazione di seggi sicuri a piccoli partiti all’interno delle
liste più grandi (come è avvenuto invece alla Camera e al Senato),
rendendo da questo punto di vista il risultato delle europee assai
più”maggioritario” di quello ottenuto nel 2008 con la legge Calderoli.
2) Avremo “governi non scelti dagli elettori e faticosamente costruiti
in Parlamento”? L’unico modo per avere un’elezione diretta del governo
è fuoriuscire dalla forma di governo parlamentare e istituire il
presidenzialismo, il quale però, come è noto, si fonda sulla rigida
separazione tra esecutivo e legislativo e non prevedel’obbligo della
formazione in Parlamento di una maggioranza dello stesso colore del
governo. Se quindi Salvati vuole l’elezione diretta del governo
dovrebbe preoccuparsi della forma di governo e non della legge
elettorale, a questo fine del tutto irrilevante. Nei sistemi
parlamentari la legge elettorale può limitarsi a favorire la
costruzione di una maggioranza in Parlamento attraverso delle
correzioni di tipo maggioritario (che, come dimostra il caso inglese,
non impediscono né il cambio di Premier in corsa, né il negoziato dopo
il voto trai partiti), ma mai a predeterminarla rigidamente, cosa che
avviene solo con la legge Calderoli con evidenti effetti di
accentuazione dell’instabilità (le cronache del 2007 e quelle attuali
parlano da sole). Ma con il sistema tedesco la formazione di una
maggioranza e di un governo sarebbe “faticosa”? In Germania non sembra
proprio, ma anche tornando all’esempio delle scorse europee, vediamo
come il Pdl più la Lega con il 45% dei voti hanno una confortevole
maggioranza del 53% dei seggi (mentre il Pd con il 26% dei voti ha
ottenuto il 30% dei seggi). Quanto poi alla presunta funzione
“ancillare” che un’eventuale maggioranza formatasi con il sistema
tedesco assegnerebbe al Pd, ancora una volta il caso della Germania
(dove i liberali pur a lungo determinanti non hanno mai espresso il
Cancelliere) sembrerebbe smentirlo. In ogni caso, per superare questo
rischio (ben presente anche con l’attuale legge) occorre proseguire con
determinazione la strada della costruzione di un Pd forte e radicato
nella società. Superando l’illusione che l’ingegneria elettorale e
istituzionale possa assegnare d’ufficio una “funzione maggioritaria”
che solo la politica può attribuire.

Per visualizzare l’articolo su “Il Riformista”, segui il link.

Pd, legge tedesca e bipolarismo

Da “Il Riformista” del 20 agosto 2010:

Nel suo articolo apparso sul “Corriere della sera” nel giorno di ferragosto Michele Salvati ha giustamente sottolineato quanto possa essere esiziale per il Partito democratico affrontare la crisi politica della maggioranza senza avere definito quale modello di legge elettorale (e di conseguenza quale evoluzione del sistema politico italiano) mettere al centro della propria strategia. E tuttavia, le conclusioni a cui Salvati giunge si fondano su un’interpretazione storica assai discutibile, che le rende poco convincenti. In sintesi, la “Seconda Repubblica” sarebbe stata “costretta al bipolarismo” dal maggioritario. Di conseguenza, ogni abbandono di questa tecnica elettorale per una legge di tipo proporzionale produrrebbe non solo la fine del bipolarismo ed il ritorno ai “guasti” della Prima Repubblica, ma determinerebbe anche l’inevitabile fine del Pd inducendo la sua trasformazione in una forza socialdemocratica e il conseguente abbandono della componente cattolica (o viceversa). Si tratta di un’argomentazione che non fa i conti con la realtà storica. In realtà, la caratteristica fondamentale del sistema politico della “Prima Repubblica” non è stata l’assenza del bipolarismo, che anzi dalle elezioni del 1948 è sempre stato netto, ma la mancanza di alternanza, preclusa non dalla proporzionale ma dall’esistenza del più grande partito comunista d’Occidente. Anche la presenza di un partito come la Dc (in cui convivevano conservatori e progressisti), oltre ad essere il frutto del genio politico di De Gasperi era strettamente collegata alle caratteristiche e alla forza del Pci ed al contesto della guerra fredda, che sorreggevano la “centralità” del partito cattolico. Analogamente, ciò che negli anni novanta ha determinato l’avvento di una democrazia dell’alternanza sono stati la fine del comunismo e lo scioglimento del Pci e non certo la legge Mattarella. Semmai quest’ultima ha condizionato le caratteristiche del bipolarismo, contribuendo alla formazione di coalizioni preventive “coatte” uniche nel panorama europeo (dove il sistema politico si impernia sui partiti e non su “poli”), e rendendo determinanti sigle di dimensioni trascurabili. Pensare che il sistema elettorale tedesco (peraltro assai diverso dal proporzionale “puro” all’italiana per lo sbarramento al 5% e il 50% di collegi uninominali maggioritari) sarebbe di per sé in grado di riportare indietro le lancette del tempo determinando la fine del “bipolarismo” (e magari anche dell’alternanza) significa dunque essere prigionieri del passato. Per la precisione, dei termini del vecchio dibattito sulle riforme degli anni ’80, che ha comprensibilmente condizionato le scelte dei primi anni novanta ma che ora appare irrimediabilmente datato. Per quanto riguarda il Pd, anche l’idea che esso sia “figlio del maggioritario” senza di cui la componente socialista e quella cattolica sarebbero destinate a scindersi appare la conseguenza del medesimo equivoco storiografico. La ragione dell’incontro tra postcomunisti e popolari (oltre che degli eredi delle altre tradizioni progressiste) non sta infatti nel sistema elettorale ma nella peculiare vicenda storica del riformismo italiano, che non ha conosciuto una grande forza socialdemocratica ed è vissuto diviso in formazioni politiche diverse. Sono state la fine del Pci e della Dc (oltre che le trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi decenni) a unificare quei riformismi che un contesto irripetibile come quello della guerra fredda aveva plasmato e diviso. Non a caso, i postcomunisti hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di edificare da soli un grande partito progressista di dimensioni europee, e pensare che un socialismo italiano possa rinascere per effetto della legge tedesca significa avere una concezione assai riduttiva della “questione comunista”. E’ bene dunque che il dibattito sulla legge elettorale si fondi su basi storiche più solide senza caricarsi di implicazioni improprie. E che sappia guardare ai diversi modelli europei (la maggioranza dei quali di tipo proporzionale) con la necessaria flessibilità e con il dovuto pragmatismo, superando i condizionamenti di quella ossessione politologica che da troppo tempo impedisce una discussione serena e meditata sul futuro della nostra democrazia.

Per visualizzare l’articolo seguite il link.

Visita al carcere femminile di Rebibbia

Il 15 agosto ho visitato il carcere femminile di Rebibbia, la casa di reclusione e l’stituto a custodia attenuata per tossicodipendenti (I.C.A.T.). L’ho fatto per rendermi conto di persona di come si vive nelle carceri italiane con lo scopo di farne pienamente partecipe il Parlamento Europeo. E’ evidente che nonostante il lavoro del personale, la situazione risulta estremamente difficile a causa del sovraffollamento.

Il 22 luglio 2010 ho presentato al Parlamento europeo un’interrogazione sulle “Condizioni di detenzione nelle carceri italiane e europee” chiedendo alla Commissione – visto il punto 3.2.6 del Programma di Stoccolma il punto 3.2.6 e le European Prison Rules adottate dal Consiglio d’Europa – se non ritenesse urgente agire per assicurare il rispetto uniforme dei diritti dei detenuti e di condizioni di vita dignitose nelle carceri italiane ed europee definendo e promuovendo, con urgenza, “l’applicazione di principi fondamentali e la diffusione di politiche e pratiche comuni rispettose dei diritti fondamentali, fondate sulle European Prison Rules del Consiglio d’Europa, in particolare riguardo alle pene alternative e alle condizioni di detenzione.”

Nel corso della visita ho girato nelle sezioni dei tre istituti parlando con i reclusi dei problemi più gravi della vita quotidiana in una cella. Problemi acuiti da mesi sia dalla carenza di agenti di polizia penitenziaria e di risorse finanziarie, sia dal crescente sovraffollamento (secondo gli ultimi dati a Rebibbia Femminile, ad esempio, sono recluse 369 donne a fronte di una capienza di 274 posti).

Per certi versi la situazione è ancor più difficile di come viene rappresentata e stupisce il fatto che gli allarmi lanciati da chi vive il carcere, i suicidi e le proteste cadano nel vuoto. Ciò che abbiamo riscontrato durante la visita è che, ad esempio, è fin troppo latitante il ricorso ai benefici e alle pene alternative al carcere, così come esperienze positive e meritorie come l’I.C.A.T. sono fin troppo isolate e scarsamente imitate nel resto d’Italia. Purtroppo questo cocktail di problemi, unito ad una tendenza dell’esecutivo a punire con il carcere ogni condotta contraria alla legge, sta portando al collasso il sistema nonostante l’impegno e gli sforzi quotidiani di migliaia di agenti e operatori e la presenza di strutture di eccellenza all’interno delle nostre carceri. Così in molte realtà è praticamente impossibile applicare l’articolo 27 della Costituzione, che prevede la rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto.

Sono rimasto molto colpito dalla visita compiuta al nido di Rebibbia Femminile dove sono sovraffollati anche i 14 posti a disposizione di bambini e bambine da 0 a 3 anni e delle loro mamme recluse, gran parte delle quali straniere o rom. Sul tema dei bambini sono d’accordo con il Garante Marroni, questi piccoli passano in cella la fase cruciale del primo apprendimento con la concreta possibilità, al compimento dei 3 anni, di venire allontanati dalla madre per essere affidati o a parenti o a case famiglia. Non è facile, per un bambino, vivere in spazi ristretti nonostante l’impegno degli operatori e dei volontari e per questo penso sia prioritario realizzare un Istituto a Custodia Attenuata che possa accogliere le detenute madri durante il periodo detentivo.

 

Per leggere il testo dell’Interrogazione sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane e europee, clicca qui:

http://www.robertogualtieri.eu/home/index.php?option=com_content&view=article&id=333:interrogazione-sulle-condizioni-di-detenzione-nelle-carceri-italiane-e-europee&catid=4:interrogazioni&Itemid=11