Roberto Gualtieri

Archivio mensile: marzo 2011

Ancora una volta data una risposta inadeguata.

C’è qualcosa di paradossale nelle conclusioni raggiunte ieri dal Consiglio europeo. Mentre l’impatto della crisi finanziaria non accenna ad attenuarsi, ed anzi si estende pericolosamente anche al Portogallo, l’unica decisione concreta presa dai 27 capi di Stato e di governo dell’Ue riguarda l’istituzione di uno strumento, il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), che entrerà in funzione solo nel 2013.

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I GOVERNI NON SCAVALCHINO LE ISTITUZIONI UE

Con il Consiglio europeo in corso a Bruxelles, il dibattito sul “governo economico” dell’Ue raggiunge un importante approdo concreto. Al di là della retorica sul “patto per l’euro” (in realtà poco più che una scatola vuota a beneficio dell’opinione pubblica tedesca), la vera novità è l’accordo sul Meccanismo europeo di stabilità (ESM), cioè sul fondo salva-Stati permanente che dal 2013 rimpiazzerà i due meccanismi provvisori istituiti nel maggio dello scorso anno.

E’ questo il vero cuore del negoziato che negli ultimi mesi ha prodotto un aspro confronto tra i paesi dell’eurozona e all’interno di alcuni di essi (segnatamente in Germania), oltre che tra le diverse istituzioni dell’Ue. Ciò non deve stupire, visto che con l’istituzione dell’ESM i paesi dell’euro danno sostanza, attraverso l’impegno di cospicue risorse (80 miliardi di capitale versato e 620 di garanzie), all’annunciata volontà di difendere ad ogni costo la moneta comune.

Peraltro, la scelta di dare dignità costituzionale a tale impegno attraverso l’inserimento dell’ESM nel Trattato di Lisbona, voluta dalla Germania nel timore di un pronunciamento negativo della corte di Karlsruhe, non è priva di problemi. Non solo perché una riforma del Trattato richiede 27 ratifiche nazionali, ma anche perché la ricerca della necessaria unanimità (in particolare per evitare un veto britannico) si è tradotta nella definizione di un meccanismo puramente intergovernativo che in assenza di adeguate correzioni avrebbe rischiato di indebolire pericolosamente il metodo comunitario e le istituzioni europee. Per questo il Parlamento europeo ha vincolato il proprio via libera ad un rafforzamento del ruolo della Commissione e all’impegno a regolare le condizioni degli aiuti attraverso la procedura legislativa ordinaria (cioè la codecisione tra Consiglio e Parlamento) e non tramite un accordo tra governi. Le condizioni approvate mercoledì scorso dall’Europarlamento hanno assicurato un solido legame tra l’ESM ed il metodo comunitario, aprendo definitivamente la strada alla decisione che oggi verrà formalmente adottata dal Consiglio europeo.

La tormentata vicenda dell’ESM si avvia dunque a chiudersi positivamente (a meno di intoppi nelle procedure di ratifica), ma resta l’interrogativo se questo passo sia sufficiente ad affrontare la drammatica crisi del debito sovrano europeo. La dotazione dell’attuale meccanismo provvisorio pare sufficiente a far fronte anche ad un eventuale sostegno al Portogallo. Rimangono comunque aperti due problemi. Il primo riguarda la scelta di non consentire all’ESM di intervenire sul mercato secondario dei titoli, che potrebbe tradursi, su questo fronte, in un disimpegno della BCE dalle imprevedibili conseguenze. Il secondo, più di fondo, è connesso al vero epicentro della crisi, e cioè il sistema bancario europeo, il cui salvataggio con risorse pubbliche (in primo luogo in Gran Bretagna, Germania, Spagna e Irlanda) è alla base dell’aumento del deficit e continua in forma indiretta con il fondo salva-stati (perché molti titoli dei paesi in crisi sono detenuti da banche europee).

Sulle banche l’Europa e gli Stati membri sembrano essere privi di una vera strategia, se non quella di guadagnare tempo. Con il rischio di alimentare un circolo vizioso tra la crisi sempre più acuta del debito (e delle banche), la necessità di concedere maggiori aiuti, e la richiesta di un rigore fiscale che oltre ad alimentare la crisi economica (e quindi anche quella del debito) può avere conseguenze esplosive sul piano sociale e su quello politico. E’ bene dunque che al primo importante passo costituito dall’ESM ne seguano altri. Che, attraverso strumenti nuovi come gli eurobond e la definizione di una nuova architettura del sistema finanziario e del modo di funzionare delle banche di sistema (quelle “troppo grandi per fallire”), non si limitino ad imprimere vincoli più stringenti ai bilanci nazionali, ma affrontino il problema di fondo della necessità di convogliare l’ingente risparmio privato europeo verso lo sviluppo, l’innovazione, le infrastrutture e la coesione sociale.

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CRISI LIBICA, UNA SCONFITTA PER L’EUROPA

Tra le numerose vittime della crisi libica potrebbe esserci la neonata Politica di sicurezza e difesa comune europea (Pdsc). Dopo che il Trattato di Lisbona l’ha solennemente codificata, e all’indomani della costituzione del Servizio europeo di azione esterna (Seae), che avrebbe dovuto gestirla e renderla coerente con l’azione internazionale dell’Ue, la Psdc e la sua “madre” Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) rischiano di dissolversi di fronte ai nodi e alle contraddizioni della vicenda libica.

E’ ormai inutile e tardivo discutere se un’unità di analisi e di intenti di Francia, Germania, Regno Unito e Italia, avrebbe potuto delineare una terza via tra l’opzione alla fine prescelta della no fly (e no land) zone e dei bombardamenti e l’iniziale passività della comunità internazionale (magari con un rafforzamento dell’embargo e una protezione dei civili anche sul terreno attraverso la realizzazione di corridoi umanitari e altre operazioni “ibride” civili-militari, affiancati a una vera iniziativa politica). Il combinato disposto dell’isolazionismo preelettorale tedesco, dell’unilateralismo a tinte belliciste di Sarkozy e della disarmante debolezza politica italiana, unito ad una rappresentazione semplicistica delle forze sul terreno veicolata dai network della penisola arabica, hanno impedito ogni sviluppo di questo tipo.

E tuttavia, proprio le contraddizioni nell’applicazione delle risoluzioni Onu e l’assenza di un progetto politico comune (di cui le difficoltà a trovare un accordo sul comando operativo sono una conseguenza) richiederebbero all’Ue di entrare in campo, anche con funzioni limitate e complementari a quelle che inevitabilmente la Nato dovrà assumere. Se qualcuno nutriva delle aspettative in proposito, il Consiglio affari esteri di lunedì le ha però in gran parte deluse. Alla fine di una discussione di inedita asprezza (soprattutto tra francesi e tedeschi), i compiti individuati per la nuova possibile missione Psdc sono stati infatti fortemente limitati (come qualcuno ha ironizzato scorteremo le ambulanze in Egitto e Tunisia). A questo risultato hanno concorso il veto britannico ad un ruolo significativo per la Psdc, la resistenza della Commissione a ogni “contaminazione” tra il militare e l’umanitario, la debolezza della Ashton, l’incapacità dell’Italia a costruire alleanze e consenso intorno a un progetto europeo. Il risultato è che l’Europa non attuerà alcuna missione navale a sostegno dell’embargo (lo farà invece la Nato) né verificherà la possibilità di realizzare corridoi umanitari e proteggere i civili sul suolo libico (cosa non incompatibile con la risoluzione 1973, che vieta solo l’occupazione militare). Se questo indirizzo verrà confermato, il rischio per l’Ue è di precludersi la possibilità di avere una voce in capitolo negli sviluppi futuri della crisi libica. Il Consiglio europeo potrebbe ancora correggere la rotta: e non è retorico dire che per l’Europa della sicurezza e della difesa è davvero l’ultimo appello.

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Verso il Meccanismo Europeo di Stabilità.

Con un’ampia maggioranza (17 voti a favore e 4 contrari), la Commissione Affari costituzionali ha approvato il rapporto Brok-Gualtieri sulla modifica dell’articolo 136 TFUE connessa all’istituzione del Meccanismo europeo di stabilità.

Con questo voto, la Commissione AFCO apre la strada verso un parere positivo del Parlamento europeo alla modifica del Trattato di Lisbona e alla creazione di un fondo salva-Stati per garantire la stabilità della zona euro, ma allo stesso tempo esprime le proprie perplessità per la scelta di un processo intergovernativo, e chiede al Consiglio europeo un impegno chiaro per l’inclusione delle Istituzioni europee nel nuovo meccanismo.

Facendo seguito, infatti, alla richiesta di avvicinare quanto più possibile l’ESM al quadro istituzionale dell’Unione, gli eurodeputati chiedono al Consiglio europeo di rispettare due condizioni: la modifica della proposta di emendamento all’articolo 136 del TFUE sulla base della proposta contenuta nel rapporto, oppure un impegno nell’assicurare che le Istituzioni europee – Commissione, Parlamento e Banca Centrale Europea siano coinvolte nell’organizzazione e nel monitoraggio del nuovo meccanismo.

Tra gli emendamenti approvati, figurano inoltre diverse priorità promosse dal gruppo S&D, tra cui il riferimento all’importanza di creare un mercato consolidato degli Eurobond come complemento all’ESM.

L’Aula voterà il rapporto nel corso della minisessione plenaria del 23 e 24 marzo, a Bruxelles.

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Libia, la partita si complica

La drammatica e complessa evoluzione della crisi libica impone alla comunità internazionale di agire con determinazione ma anche con grande cautela. Infatti occorre affrontare l’emergenza umanitaria dei profughi e sostenere senza ambiguità la prospettiva di un processo di democratizzazione in Libia.
Anche esercitando la massima pressione su Gheddafi affinché lasci il potere e cessi ogni azione militare contro il suo popolo, ma al tempo stesso è necessario astenersi da decisioni affrettate e impulsive che potrebbero rivelarsi politicamente controproducenti e contribuire a determinare nel cuore del Mediterraneo uno scenario di tipo iracheno o peggio di tipo somalo.
L’entità delle forze militari ancora sotto il comando di Gheddafi, la natura e le dimensioni del paese, la peculiare struttura tribale della società libica, il sovrapporsi di dinamiche legate a rivalità interetniche e sub regionali a quelle più propriamente riconducibili ad una lotta “democratica” contro l’oppressione del regime rendono infatti la prospettiva dell’uso della forza assai rischiosa e problematica.
Per avere successo un intervento peace enforcing dovrebbe coinvolgere forze massicce, che potrebbero doversi impegnare in combattimenti sanguinosi e prolungati. La semplice istituzione di una no fly zone, che piuttosto precipitosamente e superficialmente è stata da molti evocata, richiederebbe il bombardamento preventivo delle postazioni di difesa antiaerea e radar, l’impiego di un numero molto elevato di aerei (e l’utilizzo dei mezzi awacs di cui solo la Nato dispone) e la disponibilità a intercettare e abbattere eventuali aerei che non rispettassero il divieto (mentre comunque gli elicotteri di Gheddafi potrebbero continuare a circolare ed eventualmente a sparare sulla folla).
Sul piano politico, questo ennesimo intervento militare occidentale in un paese arabo ricco di petrolio e gas rischierebbe paradossalmente di rafforzare Gheddafi agli occhi delle masse arabe e renderebbe difficile spiegare l’assenza di altrettanto zelo umanitario ad esempio in Yemen, dove la repressione delle rivolte democratiche ha finora prodotto probabilmente più vittime che in Libia. Ma soprattutto, un invasione della Libia rischierebbe di non essere risolutiva anche dopo la deposizione di Gheddafi, soprattutto se di fatto si configurasse come un sostegno alle tribù della Cirenaica (dove ci sono meno abitanti ma c’è il grosso delle risorse naturali) contro quelle della Tripolitania, che potrebbero reagire scatenando una endemica guerriglia del tipo di quella sunnita in Iraq.
Questo non vuol dire che la comunità internazionale non debba essere pronta a esercitare la sua Responsibility to protect di fronte a un’escalation del conflitto e a un aumento drammatico del numero di vittime e che non occorra prepararsi a ogni scenario avviando la necessaria pianificazione (che tuttavia per ora si sta concentrando, a livello di contingency planning, su ipotesi ben più limitate e realistiche), anche per dissuadere Gheddafi da un uso indiscriminato della forza. Ma per l’Europa l’obiettivo principale deve essere quello di evitare un conflitto, applicare rigorosamente e se necessario inasprire ulteriormente le sanzioni varate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 1970, e avviare un’iniziativa, che veda protagonisti in primo luogo la Lega araba e l’Unione africana, per costruire una mediazione tra le diverse componenti della società libica che isoli Gheddafi e definisca un percorso condiviso per una transizione democratica.
È una strada difficile e impervia ma è l’unica possibile, e anche il carattere prevalente di “guerra di posizione” che, nonostante i luttuosi bollettini quotidiani prodotti dalla violenza del regime di Gheddafi, il conflitto ha finora assunto, può indurre a ritenere che gli stessi libici ne siano in fondo consapevoli.

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