Roberto Gualtieri

Archivio mensile: marzo 2012

Un altro «progressismo» dev’essere possibile

Sono convinto che la crisi che stiamo sperimentando impone l’affermazione di un nuovo «europeismo progressista» in grado di fondere le ragioni di una democrazia sociale basata sulla centralità della persona e i principi di eguaglianza, libertà positiva ed etica del lavoro con l’obiettivo dell’Europa politica. E che ciò comporta un rinnovamento non solo dei programmi ma delle culture politiche, che richiede un dialogo profondo con il pensiero cattolico.

Tutte le stagioni della storia europea hanno avuto un profondo impatto trasformativo sulle culture politiche. Dopo il 1945 si affermò una dialettica aspra, ma virtuosa, tra un nuovo cattolicesimo democratico e sociale e un movimento dei lavoratori capace di conciliare classe e nazione sul terreno della democrazia. La successiva stagione neoconservatrice ha polarizzato quella dialettica, da un lato determinando una destrutturazione del campo centrista e lo spostamento a destra del popolarismo europeo, dall’altro trasformando il campo progressista sulla linea di un globalismo neoliberale protagonista della finanziarizzazione dell’economia e segnato dal primato di una cultura dei diritti di stampo individualista e laicista (come figure emblematiche dei due campi possiamo individuare, rispettivamente, Berlusconi e Sarkozy, Blair e Zapatero). Oggi la crisi sta innescando una europeizzazione senza precedenti dei processi politici ed economici. Gli inediti vincoli sulle politiche di bilancio e i nuovi meccanismi di stabilizzazione determinano uno spostamento di sovranità solo pochi anni fa inimmaginabile, che non potrà non avere un impatto fortissimo sui sistemi politici nazionali. In questa evoluzione emerge un nuovo «europeismo conservatore» a guida tedesca, che va distinto sia dal liberismo antieuropeista che dal populismo, ma che non appare dotato della forza egemonica sufficiente ad offrire all’Ue una guida capace di superare la crisi.

La sua linea infatti (difesa della manifattura continentale attraverso deflazione salariale nella periferia dell’eurozona come alternativa alla svalutazione, primato del metodo intergovernativo su quello comunitario) non è espansiva né sul piano politico né su quello sociale, e intorno a essa e ai suoi dilemmi (l’«Europa tedesca» di Merkel o la «Germania europea» di Kohl?) si sta consumando un duro scontro interno alla stessa Cdu.

La capacità dei progressisti di divenire il perno di una grande alleanza politica e sociale per l’Europa politica contribuirà non poco a determinare l’esito di questo scontro e l’evoluzione dell’«europeismo conservatore».

Parlare di grande alleanza non vuol dire affatto rinunciare a perseguire l’alternanza di governo nei singoli Paesi, ma significa riconoscere che, a livello delle istituzioni europee, lo schema bipolare non funziona e che l’Ue può essere governata solo da una «grande coalizione» che, assieme ai socialisti e democratici, coinvolga le componenti europeistiche popolari e liberali. Per affrontare questo compito e definire una credibile agenda per un’Europa della stabilità, della crescita, della solidarietà e della democrazia, occorre un profondo rinnovamento culturale che vada oltre i tradizionali confini del socialismo. In tale evoluzione il contributo che può venire dal pensiero cattolico è centrale: nella affermazione, per citare il cardinale Bagnasco, del duplice «primato del lavoro sul capitale» e «dell’uomo sul lavoro», nella definizione della centralità della persona nella «nuova sintesi umanistica» proposta nella Caritas in veritate.

E ancora: nell’elaborazione di una idea ricca di democrazia che persegue la prospettiva federale, ma che alle scorciatoie giacobine dell’ingegneria istituzionale preferisce la via maestra di matrice degasperiana fondata sullo sviluppo parallelo del metodo comunitario e di una robusta società civile europea imperniata sui suoi corpi intermedi e organizzata sulla base dei principi della sussidiarietà, della laicità positiva, dell’accoglienza e della gratuità.

In questo quadro, se il ruolo peculiare della cultura cattolico democratica nel Pd può fare di esso un protagonista della costruzione del nuovo europeismo progressista che sfoci in un partito dei socialisti e dei democratici europei capace di fungere da perno di una più vasta alleanza per l’Europa politica, il tema di un dialogo diretto con la Chiesa cattolica riguarda l’insieme del campo progressista. Ed esso deve essere avviato senza indugi e senza timidezze.

Roberto Gualtieri, da Avvenire del 7 marzo 2012.

Un governo democratico dell’euro

Con la firma da parte di 25 capi di stato e di governo del trattato intergovernativo sulle politiche di bilancio (il cosiddetto “fiscal compact”) il complesso e disordinato processo di costruzione di un governo economico europeo innescato dalla crisi economica e finanziaria conosce una nuova significativa tappa. Occorre innanzitutto dire che, a dispetto dell’enfasi con cui la cancelliera Merkel lo ha salutato, il trattato non determina un ulteriore irrigidimento dei già molto stringenti vincoli al deficit e al debito introdotti in novembre dai nuovi regolamenti approvati dal Consiglio e dal Parlamento europeo (il cosiddetto “six pack”, che ha riformato il patto di stabilità). In sostanza, l’innovazione principale del fiscal compact è un impegno da parte dei Parlamenti nazionali a inserire nella legislazione interna (preferibilmente ma non obbligatoriamente a livello costituzionale) dei meccanismi che assicurino il rispetto di tali vincoli. Viste le pesanti sanzioni già previste dal six pack, tutto ciò risulterà probabilmente superfluo, ma dal punto di vista della Germania e della sua fragile coalizione di governo questa maggiore solennità nell’impegno al rispetto del nuovo patto di stabilità costituiva una condizione (a quanto si vede non l’unica) per il rafforzamento del fondo salva-stati (Esm) e per il via libera alla secondo pacchetto di aiuti alla Grecia.

Questo esito tutto sommato positivo del complesso negoziato che ha definito il trattato non era affatto scontato. Basta leggere la prima bozza elaborata alla fine di dicembre per vedere come vi fosse il rischio duplice di un irragionevole ulteriore appesantimento dei limiti al deficit e al debito, e della edificazione di una governance intergovernativa parallela, più discrezionale e meno democratica ed efficace di quella comunitaria imperniata sulla Commissione. Questo rischio è stato sventato dall’azione negoziale delle istituzioni comunitarie (Parlamento e Commissione) e di alcuni stati, con in prima fila l’Italia. Grazie anche alla notevole forza ed autorevolezza dimostrata dal Presidente Monti, l’Italia è riuscita ad evitare che sul fronte della riduzione del debito si andasse oltre le già straordinariamente severe norme previste dal “six pack” (negoziato dal governo Berlusconi). A loro volta, Parlamento e Commissione (sostenuti anche dall’Italia) hanno letteralmente “smontato” gli elementi intergovernativi del trattato, riaffermando il primato della legge dell’Unione e il ruolo centrale delle istituzioni comunitarie (ad esempio prevedendo l’implementazione del fiscal compact attraverso le procedure comunitarie e la sua futura incorporazione nei trattati Ue, e sostituendo per il calcolo del pareggio di bilancio il criterio di “deficit strutturale annuale” con quello di “obiettivo di medio termine”, esistente nella legislazione europea). Dal suo canto, la Germania è riuscita a inserire un esplicito vincolo tra la ratifica e l’implementazione del trattato e la possibilità di accedere ai prestiti dell’Esm, e a rafforzare (almeno sulla carta) il meccanismo sanzionatorio e il ruolo della Corte di giustizia europea.

Questa maggiore aderenza del fiscal compact alla legislazione e alle istituzioni dell’Unione europea se da un lato ne ha (positivamente) ridotto la portata innovativa sul piano economico, dall’altro ne ha rafforzato l’impatto politico sul processo, attualmente in corso e senza precedenti, di trasferimento della sovranità dal livello nazionale a quello europeo. Un processo destinato a trasformare irreversibilmente i sistemi politici nazionali e le loro dinamiche. Ma che diverrà sostenibile solo se saprà affiancare al rigore di bilancio la costruzione di politiche e di strumenti (dotati di adeguate risorse) per la crescita, gli investimenti, la coesione sociale e territoriale e per la gestione comune del debito. E se edificherà un governo economico dell’euro democratico, imperniato su un metodo comunitario rinnovato ed animato dal ruolo attivo dei partiti politici europei.

– – –

Roberto Gualtieri (uno dei tre negoziatori del parlamento europeo del fiscal compact), da “il Messaggero” del 03.03.12