Roberto Gualtieri

Archivio mensile: aprile 2012

IN NESSUN PAESE D’EUROPA SI VOTA LA COALIZIONE

Le critiche alla bozza di intesa sulla nuova legge elettorale ripropongono alcuni degli stereotipi politico-culturali che sono stati alla base della stagione della Seconda Repubblica e del berlusconismo.

La prima accusa rivolta alla nuova «bozza Violante» è che votando il partito e non la coalizione i cittadini verrebbero privati del diritto di scegliere il governo. Si tratta di una critica del tutto eccentrica alla cultura istituzionale europea, il che d’altronde non dovrebbe stupire visto che il peculiare modello di bipolarismo di coalizione edificato a partire dagli anni novanta, prima con il «mattarellum» e poi con la legge Calderoli, non ha eguali in nessuna altra democrazia occidentale.

Come dovrebbe essere noto, l’elezione diretta del governo da parte dei cittadini è prevista solo nei sistemi di tipo presidenziale, nei quali però è sempre scollegata dall’elezione del Parlamento, che (come Obama sa bene) costituisce un contrappeso formidabile al potere dell’esecutivo ed è del tutto indipendente da esso. Al contrario, proprio l’identificazione tra maggioranza parlamentare e maggioranza di governo tipica dei sistemi parlamentari ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier e in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, privi di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare. Il bipolarismo di coalizione della Seconda Repubblica, e in particolare il “maggioritario di lista” della legge Calderoli, hanno determinato una deleteria e del tutto unica “ibridazione” tra presidenzialismo e parlamentarismo non solo per l’indicazione sulla scheda del candidato premier, ma anche per l’invenzione della figura giuridica della «coalizione».

Negli altri Paesi democratici gli elettori votano sempre e solo candidati o liste di partito, e mai «coalizioni» precostituite. Il profilo identitario di queste ultime, infatti, non può che coincidere con quello del «leader di coalizione», trasformando la competizione in un simulacro di elezione presidenziale e innescando una dinamica politica che incentiva gli elementi ideologici del conflitto e disincentiva l’emergere di grandi partiti di tipo europeo.

La risposta a questa prima critica alla «bozza Violante» è dunque semplice: se si vuole eleggere direttamente il governo occorre un sistema presidenziale, mentre nei regimi parlamentari si votano i partiti e i loro candidati (mai le coalizioni), che formano la maggioranza in parlamento.

La seconda accusa riguarda il carattere proporzionale del meccanismo proposto, che – si dice – determinerebbe la fine del bipolarismo. Anche in questo caso siamo di fronte a una critica priva di fondamento, anzitutto storico. Sarebbe infatti facile ricordare che nella Prima Repubblica quel che mancava non era il bipolarismo, ma l’alternanza, bloccata non dal proporzionale ma dall’esistenza del più grande partito comunista d’occidente, e che oggi la maggior parte dei Paesi europei (e peraltro tutti quelli dell’euro con la tripla A) hanno sistemi proporzionali che non impediscono in alcun modo l’alternarsi di maggioranze di segno diverso.

È tuttavia legittimo preoccuparsi che il sistema elettorale favorisca la governabilità attraverso delle correzioni di tipo maggioritario, che è appunto quanto fa la «bozza Violante».

Personalmente, ritengo che la via maestra per raggiungere questo obiettivo sia lo stabilimento di una soglia di sbarramento alta (il 5%) e rigorosa, evitando diritti di tribuna che rischierebbero di vanificare l’obiettivo della semplificazione del sistema politico. In secondo luogo, è possibile ridurre la dimensione delle circoscrizioni o modulare il meccanismo dello «scorporo» tra collegi uninominali e liste proporzionali in modo da sovrarappresentare i partiti maggiori senza penalizzare troppo le forze intermedie.

Infine, esiste la strada del cosiddetto «premietto», che mi sembra la meno efficace ma che comunque determinerebbe un risultato analogo. Quel che è certo è che solo se si percorrerà con decisione la strada europea di una democrazia parlamentare incentrata su grandi partiti sarà possibile aprire una nuova pagina della vita nazionale.

Archiviando per sempre non solo la figura di Silvio Berlusconi, ma l’impianto politico-culturale che ne ha determinato l’egemonia per un ventennio.

Naturalmente, e qui veniamo al merito della seconda obiezione, in molti Paesi la legge elettorale favorisce la formazione di una maggioranza. Non c’è il rischio che un sistema proporzionale determini instabilità e ingovernabilità.

Come è noto, in un paese ipermaggioritario come il Regno Unito, nessuno si scandalizza per un cambio di premier in corsa (da Thatcher a Major, da Blair a Brown), e l’alleanza Cameron-Clegg si è formata in parlamento dopo le elezioni.

Nei sistemi parlamentari, al contrario, proprio perché il governo è espressione della maggioranza parlamentare ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier (che non è né eletto né indicato sulla scheda, e non può avere il potere di scioglimento delle camere), in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, e nell’assenza di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare.

Da “L’ UNITA’” di mercoledì 4 aprile 2012