Roberto Gualtieri

Archivio mensile: luglio 2012

Il partito dei socialisti e democratici europei

 

L’attuale crisi della costruzione europea va inquadrata nella “grande transizione” apertasi nel 2008 con l’esplosione della crisi dell’“ordine neoliberale” che dalla fine degli anni settanta aveva preso il posto dell’egemonia cooperativa statunitense e del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro edificato nel dopoguerra. Tale crisi ha innescato uno scontro durissimo, che ha come posta in gioco la ripartizione sociale e internazionale dei suoi costi e la definizione di nuove gerarchie politiche ed economiche mondiali.

La risposta elaborata dal Ppe sotto la guida di Angela Merkel ha puntato alla costruzione di una “unione monetaria rafforzata”, basata sullo scambio tra “fondi salva-stati” (Efsf/Esm) e irrigidimento del patto di stabilità (six pack e fiscal compact): ossia tra un impiego limitato e circoscritto di risorse tedesche a sostegno della tenuta della zona euro e un rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio. L’obiettivo di questa linea è quello di tutelare l’apparato industriale tedesco nei confronti sia della potenza cinese e dei Brics che della finanza anglosassone, garantendo la sopravvivenza della moneta unica e innescando al tempo stesso nei paesi periferici un processo di deflazione salariale attraverso politiche recessive e deregolamentazione del mercato del lavoro concepito come  la sola alternativa possibile alla svalutazione del cambio. Il tutto garantendo un primato della politica economica tedesca attraverso il mantenimento dell’asimmetria tra unione monetaria e assenza di governo economico comune.

La duplice crisi del Ppe, stretto fra la rinascita socialdemocratica e il nuovo antieuropeismo liberale e populista è la traduzione politico-elettorale dei limiti e delle contraddizioni innescate da questa linea, che ha generato al tempo stesso una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali ed europee, ed una altrettanto profonda questione sociale a partire dalle zone più sviluppate del continente che nello scorso decennio avevano costituito il bastione del centro-destra e in cui è stata più marcata la rinascita socialista e democratica.

Se la linea dell’“unione monetaria rafforzata” ha fallito e rischia non solo di far saltare l’euro ma di mettere in discussione i fondamenti del modello sociale e del patto di cittadinanza su cui nel dopoguerra si è rifondata la civiltà europea, il compito che attende la sinistra europea costituisce una sfida forse più ardua persino di quella rappresentata dalla realizzazione del compromesso tra classe e nazione che ha consentito quella rifondazione. Altrettanto sinteticamente, possiamo definire questo compito come la realizzazione di una transizione federale democratica verso una vera unione economica. La complessità di tale transizione è che essa richiede al tempo stesso una svolta politica e sociale, che presuppone un conflitto, e un patto costituente, che richiede un grande compromesso. Conflitto e attitudine al compromesso che devono modificare i rapporti di forza politici in Europa e contribuire a orientare l’evoluzione del popolarismo verso un federalismo democratico e sociale evitando che esso sia risucchiato sul terreno del nazionalismo populista.

Sul piano delle politiche europee, da un lato occorre respingere l’impostazione dualistica che paradossalmente accomuna sia la Corte costituzionale tedesca che una parte (minoritaria) del federalismo di matrice giacobina, secondo cui ulteriori passi verso l’unione economica sarebbero possibili solo dopo una compiuta trasformazione dell’Ue in uno stato federale che passi per una organica riforma dei trattati. Un’impostazione che si traduce in una sostanziale paralisi istituzionale, e che di fatto legittima come unica strada realmente percorribile quella della unione monetaria rafforzata. Dall’altro lato, altrettanto inadeguato è postulare la possibilità di riequilibrare nel senso della crescita la politica economica dell’Ue senza incamminarsi sul terreno di una transizione federale imperniata sulle istituzioni dell’Unione e sorretta da una loro politicizzazione basata su partiti di dimensione europea (e che dopo aver sfruttato al masle possibilità offerte dal quadro giuridico esistente dovrà sfociare in una riforma dei trattati).

Tutto ciò ha implicazione profonde per il Pd. Se è vero che una transizione federale a carattere democratico e popolare e non giacobino non può che fondarsi sul superamento della dimensione e dell’orizzonte nazionale dei partiti, è chiaro che il Pd deve portare a compimento il percorso avviato con la nascita del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Ciò non implica la trasformazione del Pd in un partito socialista, ma richiede un impegno per la costituzione, prima delle prossime elezioni europee, del Partito dei socialisti e democratici europei. L’appartenenza al Psde è pienamente compatibile con la peculiare identità del Pd, ma richiede di precisarne la natura considerandone l’originalità come il riflesso della particolarità della storia d’Italia e non di una tendenza della storia d’Europa. Una particolarità che impone, per dar vita a un partito analogo funzionalmente ed elettoralmente alle forze socialiste e socialdemocratiche, di unire culture riformiste diverse, a partire da quella cattolico-democratica e di assicurare ad esse pari dignità.

La costituzione del Psde non deve costituire un fatto meramente organizzativo, ma deve rafforzare l’impegno già in atto per l’elaborazione comune dei lineamenti di un nuovo europeismo progressista in grado di succedere alla terza via come quadro ideologico di riferimento della sinistra europea. Un’elaborazione che può trarre linfa e alimento dai tre filoni culturali più ricchi e fecondi del Pd (il pensiero gramsciano, il cattolicesimo democratico e il federalismo europeo) e da un dialogo tra la cultura del socialismo europeo e la dottrina sociale della Chiesa. E che può fornire le basi politico-culturali di una transizione federale e di un neo-umanesimo laburista e personalista capaci di arginare la crisi e di contrastare il nichilismo mercatista e individualista che ha rappresentato il vero sostrato antropologico e culturale della egemonia neoliberista.

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su L’Unità del 23 luglio, clicca qui.

Stralciare il comparto ricerca dalla spending review

Fin dal 2008 le classi dirigenti più avvedute dei maggiori paesi mondiali si sono date l’obiettivo di trovare risorse da investire nella formazione e nella ricerca come risposta a breve e a lungo termine alla crisi economica. Per usare le parole del ministro statunitense dell’istruzione, ci si è impegnati per «tenere i giovani a studiare e i professori a insegnare».

L’Italia ha rappresentato un’eccezione a questa strategia generale: fin dal 2005 infatti il nostro paese ha avviato una lunga opera di ridimensionamento delle risorse pubbliche per la formazione e la ricerca. La decisione è stata giustificata con la teoria del «secchio bucato»: l’inutilità cioè di risorse impiegate in un presunto sistema inefficiente, destinato inevitabilmente a disperderle in sprechi. Questa linea ha caratterizzato governi di opposti schieramenti, sia pure con una differenza fondamentale. Negli anni del centro-sinistra, tra il 2006 e il 2008, i tagli delle risorse alla scuola, all’università e alla ricerca sono stati parte di una generale strategia di diminuzione del debito pubblico; in quelli del centro-destra invece l’intero comparto ha subìto una fortissima contrazione (la più rilevante dell’intera storia unitaria), mentre il resto della spesa pubblica si è ampliato: si è compiuto in questo modo un trasferimento di risorse pubbliche verso altri settori.

Quei tagli si sono rivelati un errore grave: sono stati fatti con l’intento di concentrare la spesa sui segmenti qualitativamente migliori del sistema (di «chiudere i buchi del secchio»). Il risultato è stato il trasferimento di risorse dal Sud al Nord della penisola, dalla provincia ai maggiori centri urbani, dai ceti sociali più deboli a quelli più forti. La teoria del secchio bucato è semplicemente sbagliata.

Ora c’è un fatto nuovo. L’attuale governo tecnico ha posto le premesse per un ripensamento di questa strategia: i provvedimenti di spesa pubblica sono stati preceduti da un rapporto di analisi sull’andamento della spesa negli ultimi 15 anni (il documento illustrato dal ministro Piero Giarda, nel maggio scorso), rapporto in cui la storia che abbiamo fin qui riassunto è esposta lucidamente nei suoi elementi salienti.

Al momento delle decisioni, ne è scaturito però un risultato insoddisfacente: è vero che per la prima volta da sette anni una manovra di finanza pubblica non prevede riduzioni al comparto della scuola e dell’università (i 200 milioni di taglio al sistema universitario, inizialmente previsti, sono stati poi cancellati per effetto dei numerosi interventi contrari, tra cui quelli del PD e della conferenza dei rettori, anche sull’«Unità»). Dall’altra parte però sono proposti tagli molto forti agli enti di ricerca: un provvedimento ingiustificato perché interviene su alcune delle nostre istituzioni migliori, in cui la presenza di un margine finanziario operativo eccedente al mero pagamento degli stipendi è ciò che consente all’Italia di esprimersi ancora in alcuni settori di punta della scienza. Siamo arrivati al paradosso grottesco dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, elogiato al mattino per le sue eccezionali scoperte svolte al Cern in questi giorni, e oggetto la sera stessa del taglio più pesante tra quelli programmati agli enti di ricerca.

È giunto il momento che le forze politiche di maggioranza intervengano per superare l’ambiguità e aiutare il governo a compiere la svolta. Il Partito Democratico in particolare può farsi promotore presso il governo di tre azioni: primo, stralciare l’intero comparto della formazione e della ricerca dai provvedimenti di riduzione della spesa (come giustamente è stato proposto in questi giorni dal PD di Roma). Secondo, impedire l’innalzamento della contribuzione studentesca negli atenei (e dare quindi corso all’ordine del giorno presentato dai Giovani Democratici e approvato nell’assemblea nazionale del Pd lo scorso 14 luglio). Infine, aiutare il governo a trovare risorse nuove da investire sulla scuola e sull’università, risorse che possano «tenere i giovani a studiare e i professori a insegnare», e consentirci così pienamente di fare la nostra parte per superare questa crisi.

 

 

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su L’Unità del 19 luglio, clicca qui.

 

“Partito Europa”

1. La doppia polarizzazione della politica europea
Una riflessione sulle forme della politica organizzata in una dimensione europea, se non vuole avere un taglio meramente politologico e funzionalistico, deve tentare di collegare la fenomenologia della politica in Europa ai processi profondi in atto nel nostro continente e alla sfida fondamentale che il Pd e la famiglia dei socialisti e democratici europei sono chiamati ad affrontare. Una semplice fotografia del quadro attuale rischierebbe infatti di non cogliere le dinamiche di tali processi, né di identificare il compito storico dei progressisti e di indicare una direzione di marcia chiara.
Sul piano empirico i fenomeni politici più rilevanti appaiono due.
In primo luogo, la brusca inversione del trend che fino a pochi mesi fa aveva fatto decretare per l’ennesima volta a molti commentatori frettolosi o interessati il tramonto del socialismo europeo, e la rinnovata vitalità e capacità di attrazione dei partiti socialisti e socialdemocratici, che è ormai persino superfluo documentare. In molti casi tale “rinascita socialdemocratica” si accompagna a elementi di innovazione sul piano
del modello organizzativo e delle forme di selezione della leadership (penso alle primarie e al porta a porta in Francia). Ma in nessun paese tutto ciò sembra mettere in discussione gli elementi strutturali di quei modelli di partito, mentre l’innovazione fondamentale riguarda la dimensione politico-programmatica e culturale, con il superamento dei paradigmi della terza via e l’elaborazione dei primi embrionali elementi di un nuovo “europeismo progressista” fondato, sia pure con accenti differenti da paese a paese, su un recupero della centralità delle politiche pubbliche e del lavoro e su una più chiara spinta per l’integrazione europea.
Al contrario, a fronte di una relativa tenuta, sia pure in un quadro di difficoltà e con una ridotta forza delle componenti più populiste, della famiglia del popolarismo europeo nella nuova configurazione conservatrice che essa ha assunto da un quindicennio, appare evidente la profonda crisi delle forze di ispirazione liberale e liberal-democratica che fanno riferimento all’Alde e che solo fino a poco tempo fa erano considerate un modello per una riconfigurazione del campo progressista (basti vedere la situazione dei liberali tedeschi, del Modem francese e dei liberaldemocratici del Regno Unito).
Il secondo fenomeno rilevante appare la trasformazione molecolare del campo delle forze antieuropee e populiste. Si tratta di un processo multiforme e differenziato, del quale occorre sottolineare due elementi: la
difficoltà dei movimenti populisti e antieuropei tradizionali a consolidare il loro sostegno e tradurlo in una proposta di governo e quella, speculare, dei partiti pro-europei a raccogliere il consenso di quella fascia di elettorato.
In questo quadro, a fianco dei fenomeni di astensionismo e all’emersione di nuove forze antieuropee di estrema destra e di estrema sinistra, è ancora da analizzare seriamente il fenomeno di nuovi e-parties come i Piraten o il Movimento 5 stelle, che segnalano una apparente irriducibilità della rete alla costruzione di uno spazio politico europeo e al contrario una sua particolare funzionalità a veicolare, gerarchizzandoli rigidamente, gli elementi più tipici dell’antistatalismo individualista di matrice iperliberista in chiave di controcultura. Consolidando la separatezza e l’incomunicabilità tra l’universo delle istituzioni e della politica organizzata e quello della cosiddetta antipolitica, e al tempo stesso offrendo un terreno propizio a una sorta di “slittamento antipolitico” del ceto medio che vede improvvisamente vacillare i propri stili di vita e la propria capacità di consumo. Si tratta tuttavia di fenomeni nuovi, che occorre ancora analizzare a fondo e che impossibile qualificare univocamente.
In sostanza, quella che sembra emergere in Europa è una sorta di “doppia polarizzazione”: tra conservatori e progressisti, e tra le famiglie politiche europee e un vasto arcipelago di forze e di orientamenti che come matrice
comune hanno l’antieuropeismo e l’antistatalismo. Una doppia polarizzazione che può aprire le porte a una rinnovata egemonia e centralità della sinistra europea o al contrario può schiacciarla in una tenaglia mortale vanificando in breve tempo l’attuale trend positivo.

2. Angela Merkel e l’unione monetaria rafforzata
Per comprendere questi fenomeni e precisare le implicazioni che essi hanno per il Pd, occorre sforzarsi di coglierne la radice storico-politica, che va individuata nelle forme assunte in Europa da quella che Stefano Fassina ha correttamente definito nel sul libro la “grande transizione”. Una transizione apertasi nel 2008 con l’esplosione della crisi di quell’“ordine neoliberale” che dalla fine degli anni settanta aveva preso il posto dell’egemonia cooperativa statunitense e del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro edificato nel dopoguerra. Tale crisi ha innescato uno scontro durissimo, che ha come posta in gioco la ripartizione sociale e internazionale dei suoi costi e la definizione di nuove gerarchie politiche ed economiche mondiali.
Schematizzando al massimo, possiamo dire che la doppia polarizzazione esprime il carattere non espansivo e inadeguato della risposta alla crisi elaborata dal Ppe sotto la guida del governo tedesco di Angela Merkel: una linea che potremmo sintetizzare come la costruzione una “unione monetaria rafforzata”, basata sullo scambio tra Efsf e six-pack e poi tra
Esm e fiscal compact (ossia tra un impiego limitato e circoscritto di risorse tedesche a sostegno della tenuta della zona euro in cambio di un rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio). L’obiettivo di questa linea è quello di tutelare l’apparato industriale tedesco nei confronti sia della potenza cinese e dei Brics che della finanza anglosassone, garantendo la sopravvivenza della moneta unica e innescando al tempo stesso nei paesi periferici un processo di deflazione salariale attraverso politiche recessive e deregolamentazione del mercato del lavoro concepito come la sola alternativa possibile alla svalutazione del cambio. Il tutto garantendo un primato della politica economica tedesca attraverso il mantenimento dell’asimmetria tra unione monetaria e assenza di governo economico comune. La duplice crisi del Ppe, stretto fra la rinascita socialdemocratica e il nuovo antieuropeismo liberale e populista è la traduzione politico-elettorale dei limiti e delle contraddizioni innescate da questa linea, che ha generato al tempo stesso una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali ed europee, ed una altrettanto profonda questione sociale a partire dalle zone più sviluppate del continente (renania, Ile-de-France, pianura padana), che nello scorso decennio hanno costituito il bastione del centro-destra e il pilastro della triade Merkel-Sarkozy-Berlusconi, e che sono proprio quelle in cui è stata più marcata la rinascita socialista.

3. Le sfide della transizione federale
Se la linea dell’“unione monetaria rafforzata” ha fallito e rischia non solo di far saltare l’euro ma di mettere in discussione i fondamenti del modello sociale e del patto di cittadinanza su cui nel dopoguerra si è rifondata la civiltà europea, il compito che attende la sinistra europea costituisce una sfida forse più ardua persino di quella rappresentata dalla realizzazione del compromesso tra classe e nazione che ha consentito quella rifondazione. Altrettanto sinteticamente, possiamo definire questo compito come la realizzazione di una transizione federale democratica verso una vera unione economica. La complessità di tale transizione è che essa richiede al tempo stesso una svolta politica e sociale, che presuppone un conflitto, e un patto costituente, che richiede un grande compromesso. Conflitto e attitudine al compromesso che devono modificare i rapporti di forza politici in Europa e contribuire a orientare l’evoluzione del popolarismo verso un federalismo democratico e sociale evitando che esso sia risucchiato sul terreno del nazionalismo populista.
Sul piano delle politiche europee, da un lato occorre respingere l’impostazione dualistica che paradossalmente accomuna sia la Corte costituzionale tedesca che una parte (minoritaria) del federalismo di matrice giacobina, secondo cui ulteriori passi verso l’unione economica sarebbero possibili solo dopo una compiuta trasformazione dell’Ue in senso federale che passi per una organica riforma dei trattati.
Un’impostazione che si traduce in una sostanziale paralisi istituzionale, e che di fatto legittima come unica strada realmente percorribile quella della unione monetaria rinforzata. Dall’altro lato, occorre riconoscere che altrettanto inadeguata è l’idea che postula la possibilità di riequilibrare nel senso della crescita la politica economica dell’Ue senza incamminarsi sul terreno di una transizione federale imperniata sulle istituzioni dell’Unione ma al tempo stesso sorretta da una loro politicizzazione basata su partiti di dimensione europea. Non è questa la sede per delineare concretamente un’ipotesi di percorso politico-istituzionale di tale transizione federale, su cui stiamo lavorando al parlamento europeo e che sarà oggetto di un rapporto di cui sono relatore. Vorrei qui limitarmi a indicare alcune delle implicazioni che tale quadro di analisi ha per il Partito democratico sotto il profilo culturale e programmatico, della collocazione internazionale e organizzativo.

4. Dal Pse al Psde
La prima questione riguarda la collocazione internazionale del Pd. Se è vero che una transizione federale che abbia un carattere democratico e popolare e non giacobino non può che fondarsi sul superamento della dimensione e dell’orizzonte nazionale dei partiti, è chiaro che il Pd deve portare a compimento il percorso avviato con la nascita del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Si tratta di una questione
che ha anche delle forti implicazioni pratiche, visto che, anche su stimolo di una mozione comune a cui stiamo lavorando che sarà approvata a settembre, i principali partiti europei si impegneranno a indicare prima delle elezioni il loro candidato alla presenza della Commissione, realizzando di fatto quella innovazione che non è stato possibile sancire con l’istituzione della circoscrizione paneuropea. E’ evidente che il Pd deve essere protagonista su un piano di parità della individuazione di un candidato comune e della definizione sul piano politico, programmatico e simbolico di una offerta politica di dimensione europea. Ciò non implica la trasformazione del Pd in un partito socialista, ma richiede un impegno immediato, a partire dal prossimo congresso del Pse, per la costituzione, prima delle prossime elezioni europee, del Partito dei socialisti e democratici europei. L’appartenenza al Psde è pienamente compatibile con la peculiare identità del Pd, ma richiede di precisarne la natura scegliendo chiaramente tra le due letture che si sono confrontate in questi anni. La prima lettura, che è stata con ogni evidenza smentita dagli sviluppi politici europei, concepiva il Pd come capofila di una potenziale famiglia democratica europea che avrebbe dovuto gradualmente coagularsi ed (eventualmente) fondersi con i socialisti in un nuovo contenitore o allearsi con essi. La seconda lettura concepisce l’originalità del Pd e delle tradizioni politiche confluite in esso come il riflesso della particolarità della storia d’Italia e non di una tendenza della storia
d’Europa. Una particolarità che impone, per dar vita a un partito analogo funzionalmente ed elettoralmente alle forze socialiste e socialdemocratiche, di unire culture riformiste diverse, a partire da quella cattolico-democratica e di assicurare ad esse pari dignità. L’esperienza del gruppo SD ha chiarito in modo inequivocabile che non esiste una famiglia democratica europea fuori dal campo socialista, e che sul piano politico il Pd si colloca esattamente al centro del gruppo SD. E’ tempo che il Pd ne tragga fino in fondo le conseguenze.

5 Transizione federale e neo-umanesimo laburista
La costituzione del Psde non deve costituire un fatto meramente organizzativo, ma deve rafforzare l’impegno già in atto per l’elaborazione comune dei lineamenti di un nuovo europeismo progressista imperniato, per riprendere anche in questo caso una definizione utilizzata nel libro di Fassina, su un neo-umanesimo laburista e personalista in grado di succedere alla terza via come quadro ideologico di riferimento della sinistra europea. Per valorizzare l’originale contributo che il Pd può offrire a questa elaborazione occorre rimuovere gli ostacoli che una organizzazione rigidamente correntizia della vita interna oppongono a una elaborazione comune dei tre filoni culturali più ricchi e fecondi del Pd: il pensiero gramsciano, il cattolicesimo democratico e il federalismo europeo. Una chiara collocazione del Pd in un nuovo Psde potrebbe
consentire anche di attivare un confronto tra la cultura del socialismo europeo e la dottrina sociale della Chiesa, che appare denso di implicazioni e di potenzialità in rapporto alla sfida di una transizione federale e di un neo-umanesimo laburista e personalista capace di contrastare il nichilismo mercatista e individualista che ha rappresentato il vero sostrato antropologico e culturale della egemonia neoliberista.

6. Una democrazia dei partiti di tipo europeo
Su un piano politico-organizzativo la sfida è quella di incanalare la transizione italiana verso un’evoluzione di tipo europeo del sistema politico. Un’evoluzione capace di favorire sia l’evoluzione in chiave europea della destra che la ricucitura delle frattura tra sistema politico e società che alimenta il populismo antieuropeista. Ciò richiede di coniugare l’apertura alla società e la capacità di riconoscere l’autonomia dei movimenti e di dialogare con essi, con la ricostruzione di una rinnovata democrazia dei partiti solidamente agganciata alle famiglie politiche europee ed ai principi della democrazia rappresentativa e della divisione dei poteri. In questo senso, la sfida di una legge elettorale che superi il premio di maggioranza e il maggioritario di lista (per di più bloccata), e consenta come nel resto di Europa di scegliere un partito e non una coalizione coatta bilanciando le esigenze della governabilità con quelle della rappresentanza appare di cruciale importanza. Al tempo
stesso, la necessità di contribuire alla costruzione di uno spazio politico europeo richiede un inedito sforzo di natura politico-organizzativa per connettere sedi e meccanismi di elaborazione e discussione del Pd al quadro europeo, sia in senso verticale lungo la filiera Roma-Bruxelles, sia in senso orizzontale attraverso un dialogo serrato con gli altri partiti e parlamenti nazionali dell’Unione.
Infine, occorre cogliere tempestivamente le opportunità della nuova iniziativa dei cittadini introdotta dal trattato di Lisbona per organizzare in modo transnazionale la partecipazione intorno a proposte in grado di qualificare politicamente e socialmente la transizione federale come ad esempio l’elaborazione di una normativa quadro sui servizi pubblici locali e la riforma del patto di stabilità attraverso l’introduzione di benchmark sociali e della golden rule.
Le sfide relative alla collocazione internazionale, al profilo culturale e programmatico ed alle scelte organizzative del Pd sono dunque intimamente connesse col compito storico che questo tornante storico ci assegna, e impongono di declinare in modo forte il nesso partito-Europa facendone uno dei punti qualificanti sia della sfida interna delle primarie che di quella per il governo del paese.

 

dal seminario di Rifare l’Italia ‘Le forme della politica organizzata’, relazione introduttiva alla prima sessione “Partito Europa”. Per i materiali del seminario clicca qui

Le sfide europee del presidente Hollande

Il recente successo elettorale di Hollande può costituire un punto di svolta per l’intero continente e l’inizio di un percorso per la costruzione di un’Europa diversa, dotata di maggiori strumenti e orientata alla crescita e alla coesione sociale. Si apre una partita delicata, il cui esito sarà decisivo per il destino dell’Unione europea.

L’elezione del secondo presidente socialista della Quinta Repubblica non costituisce solo un evento di grande rilievo nella storia francese, ma può rappresentare un momento di svolta per l’Unione europea e per la difficile crisi che l’ha investita. Se, infatti, François Hollande è riuscito nell’impresa di sconfiggere il presidente della Repubblica uscente, ciò è stato certo per l’impostazione tattica davvero magistrale della sua campagna (che gli ha consentito di costruire una solida alleanza a sinistra e, al tempo stesso, di recuperare consensi al centro), così come per i demeriti e gli errori di Sarkozy e per l’impatto della crisi economica e finanziaria. E, tuttavia, quello che appare come l’elemento centrale e il principale tratto distintivo della vittoria socialista è il ruolo inedito che in essa ha svolto il tema europeo. Al di là del loro contenuto tecnico, su cui torneremo più avanti, le parole d’ordine della “rinegoziazione del fiscal compact” e del “riequilibrio” delle politiche europee hanno avuto la capacità di “dialettizzare” su un terreno tutto politico il rapporto con l’UE e di offrire una prospettiva di governo, credibile proprio perché non più soltanto nazionale, al disagio economico-sociale e allo smarrimento culturale indotti dalla crisi e dal repentino rafforzamento dei vincoli europei alle politiche di bilancio che essa ha determinato.

Nel referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo, il Partito Socialista era uscito lacerato e indebolito proprio dalla spaccatura interna tra i sì e i no, che aveva aperto la strada al successo di Nicolas Sarkozy nelle presidenziali del 2007. Mentre quest’ultimo, infatti, aveva aperto la strada al successo di Nicolas Sarkozy nelle presidenziali del 2007. Mentre quest’ultimo, infatti, aveva proposto di “rinegoziare” il Trattato bocciato dagli elettori, per approvare un nuovo testo privo di riferimenti di natura “costituzionale” e capace di meglio tutelare dai rischi di dumping sociale, a causa delle irrisolte contraddizioni interne emerse con il referendum Ségolène Royal non aveva saputo offrire una visione credibile e coerente dell’Europa e del suo futuro. Sette anni dopo, il segretario socialista di allora (e principale esponente del fronte interno per il sì al Trattato costituzionale) ha ribaltato lo schema perdente Europa sì/Europa no, rovesciando quella contraddizione sul suo avversario (stretto tra il populismo di Marine Le Pen e l’europeismo di Bayrou, ma anche di settori importanti del suo partito) e facendo della battaglia per un’Europa diversa, dotata di maggiori strumenti ma orientata alla crescita e alla coesione sociale, uno degli elementi fondamentali della sua campagna e uno dei principali fattori del carattere espansivo della sua proposta politica.

L’iniziativa di Parigi “Renaissance pour l’Europe”, promossa dalla Foundation for European Progressive Studies (FEPS) insieme alle Fondazioni Jean Jaurès, Friedrich Ebert e Italianieuropei, costituisce un esempio emblematico di questa operazione e della volontà di Hollande di misurarsi in termini nuovi con la questione europea. Se, infatti, Sarkozy ha preferito rinunciare al promesso appoggio di Angela Merkel, il candidato socialista ha accettato di portare nel cuore della sua campagna elettorale il dialogo con i principali leader progressisti europei. In questo modo, l’opportunità di dare un respiro continentale alla sua proposta europea, mostrandone la dimensione sovranazionale, il carattere condiviso e lo spessore realistico, è stato ritenuto un obiettivo strategico, da perseguire anche correndo l’inevitabile rischio di un confronto potenzialmente dissonante, e quindi utilizzabile dall’avversario, con leader e partiti vincolati da contesti nazionali diversi da quello francese. Nonostante questo elemento abbia impedito di fare esplicitamente riferimento alla rinegoziazione del fiscal compact nel documento sottoscritto dalle Fondazioni, la dichiarazione di Parigi ha consentito di definire i contorni di un progetto comune dei progressisti europei, fondato non su un generico appello all’Europa sociale, ma su un insieme di proposte puntuali che definiscono il quadro di un vero governo economico europeo orientato alla crescita, alla solidarietà e alla democrazia.1

Nonostante l’evidente inadeguatezza della linea di rigore perseguita su impulso del governo tedesco, il deterioramento della situazione economica europea e il suo impatto sulla campagna elettorale americana abbiano progressivamente allargato il fronte dei sostenitori di un mutamento di indirizzo delle politiche dell’UE, rendendo sempre meno isolata la posizione di François Hollande, la sfi da della rinegoziazione del fiscal compact e del riequilibrio della governance economica europea si presenta assai complessa e insidiosa. Il primo nodo riguarda la questione dei tempi. L’introduzione, nel 2000, del quinquennato al posto del settennato e la successiva anticipazione delle elezioni presidenziali rispetto alle legislative attuata nel 2002 hanno rafforzato la figura del presidente e favorito la sua capacità di costruirsi una maggioranza, riducendo le possibilità della coabitazione. Allo stesso tempo, però, ciò ha fatto dell’elezione del presidente la prima parte di una lunga campagna elettorale, priva di sostanziale soluzione di continuità, che si concluderà solo il 17 giugno.

I socialisti partono con ogni evidenza favoriti e, tuttavia, la vittoria di misura di Hollande (che ha ottenuto il 28,6% dei voti validi al primo turno e il 51,62% al secondo) rende l’appuntamento delle legislative molto delicato e non scontato nell’esito. Hollande lo affronta con un governo che vede rappresentate tutte le anime del partito (oltre ai radicali di sinistra e ai verdi), ma per il quale egli ha scelto la guida non di Martine Aubry, bensì del suo fedelissimo (oltre che capacissimo) Jean-Marc Ayrault, capogruppo uscente all’Assemblea nazionale e popolare sindaco di Nantes. L’assenza della Aubry è, in qualche modo, compensata dalla nomina di Laurent Fabius, nel 2005 capofi la nel partito dei sostenitori del no al referendum sul Trattato costituzionale, al ministero degli Esteri, dove era previsto l’arrivo dell’europeista (ed ex sostenitore di Dominique Strauss-Kahn) Pierre Moscovici, che invece è stato nominato ministro dell’Economia. Tuttavia, la mancata attribuzione a Fabius del ruolo di “segretario di Stato” e la più generale tendenza in atto negli Stati membri dell’UE alla marginalizzazione dei ministri degli Affari esteri nella gestione della politica europea (avocata direttamente dal capo dell’esecutivo e con un ruolo sempre più determinante dei ministri dell’Economia e degli Affari europei) consente di interpretare la nomina al dicastero dell’Economia di Moscovici (che è stato il direttore della campagna elettorale di Hollande) come il segno più evidente del forte profilo europeista di un esecutivo che conta ben quattro deputati europei tra i ministri e che vede in Moscovici (a sua volta deputato a Strasburgo nella precedente legislatura) l’uomo chiave nella delicata partita della “rinegoziazione” del fiscal compact.

Tuttavia, il governo potrà rimanere inalterato nella sua composizione e considerarsi pienamente operativo solo se le urne gli daranno in Parlamento una corrispondente maggioranza, il cui conseguimento costituirà quindi, fino al 17 giugno, il principale obiettivo di Hollande. Il mancato accordo tra il Partito Socialista e i partiti raggruppati nel Fronte di sinistra riguardo alle candidature uniche nelle circoscrizioni in cui la sinistra rischia di non andare al ballottaggio mostra che, come era prevedibile, il PS punta a una maggioranza autosufficiente (e, specularmente, che il Fronte di sinistra vuole essere determinante), ma proprio per questo è difficile immaginare scelte definitive sul versante europeo da parte di Hollande prima delle elezioni. D’altronde, proprio l’annunciata sostituzione dei ministri che non risulteranno eletti nei rispettivi collegi potrebbe avere ripercussioni non secondarie sul profilo e sulla composizione dell’esecutivo, visto che tra i ministri che si dovranno misurare con una elezione non scontata (essendo candidati in circoscrizioni in cui alle presidenziali Sarkozy ha battuto Hollande) ci sono fedelissimi del presidente, come Stéphane Le Foll, Aurélie Filippetti e, soprattutto, Pierre Moscovici.

In attesa di vedere se le elezioni legislative daranno a Hollande e al Partito Socialista una maggioranza autosufficiente e se la compagine di governo risulterà confermata, è dunque difficile determinare il carattere e l’esito della sfida europea del nuovo presidente francese. In occasione dell’evento parigino organizzato dalla FEPS e dalle altre Fondazioni progressiste, Hollande ha chiarito alcuni aspetti politici e procedurali della sua sfi da sulla “rinegoziazione” del fiscal compact, affermando che avrebbe bloccato la ratifica del Trattato in assenza di un suo completamento nella direzione della crescita. Effettivamente, nonostante per l’entrata in vigore del fiscal compact siano necessarie, sulla carta, solo dodici ratifiche, si tratta di una posizione negoziale efficace se a prenderla è un paese come la Francia, soprattutto dopo il rafforzamento delle spinte alla crescita negli altri paesi europei, che stanno inducendo a rinviare il voto parlamentare sul trattato fiscale, e alla luce del fatto che la stessa Merkel non può procedere alla ratifica senza il concorso dell’SPD. Restano, però, da precisare il contenuto delle misure per la crescita e la solidarietà, che saranno oggetto del negoziato con Berlino e con Bruxelles, e la forma politico-istituzionale che Hollande e i suoi alleati vorranno dare loro.

Per quanto riguarda il primo aspetto, nella bozza di memorandum per i leader dell’UE circolato informalmente all’indomani dell’elezione di Hollande figuravano quattro punti: il rafforzamento del ruolo (e l’aumento del capitale) della BEI, i project bond, la tassa sulle transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax, FTT) e un utilizzo più finalizzato alla crescita dei fondi strutturali e del bilancio dell’Unione. Si tratta di obiettivi importanti e, al tempo stesso, realistici. Tuttavia, di fronte al precipitare della crisi, resta da vedere se essi da soli sarebbero in grado di determinare un arresto della spirale recessiva. La proposta di project bond avanzata dalla Commissione e su cui è stato raggiunto l’accordo tra Parlamento e Consiglio costituisce, infatti, un semplice “progetto pilota” volto a finanziare con titoli europei un fondo di garanzia per gli investimenti privati, che, pur rappresentando un’importante innovazione, ben difficilmente potrà avere un impatto macroeconomico apprezzabile. A sua volta, l’idea di utilizzare meglio i fondi strutturali potrà arrecare dei benefici, che, tuttavia, non saranno particolarmente rilevanti in assenza di un aumento, ad oggi assai improbabile, del bilancio per il 2013 (oltre che del successivo quadro pluriennale 2014-20), anche a causa dell’annunciata carenza di risorse per i pagamenti dei progetti già avviati. Infine, se alcuni paesi si oppongono alla ricapitalizzazione della BEI (che peggiorerebbe la situazione dei loro conti pubblici), occorre sapere che, poiché le procedure di armonizzazione fiscale richiedono l’unanimità mentre il Regno Unito si ostina al veto, la FTT, nell’attesa di una svolta politica a Londra, potrà verosimilmente essere realizzata solo mediante una procedura di cooperazione rafforzata o attraverso provvedimenti “gemelli” nei diversi paesi dell’eurozona e, quindi, senza la copertura della piazza di Londra (dove avviene il 75% delle transazioni finanziarie europee) e senza la possibilità di utilizzare direttamente le sue risorse per alimentare il bilancio dell’UE, come invece prevede la proposta della Commissione su cui il Parlamento europeo ha appena espresso il suo parere positivo.

Per rilanciare la crescita potrebbe, quindi, divenire necessario affiancare al rafforzamento della BEI l’introduzione di una qualche forma di golden rule, che scorpori una parte degli investimenti dal Patto di stabilità, come richiesto dal governo italiano e dal gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo: un obiettivo ambizioso, che costituirebbe una effettiva revisione del fiscal compact e che attualmente appare molto osteggiato sia dal governo tedesco che dalla Commissione europea; è probabilmente per questo motivo che Hollande non lo ha sinora menzionato pubblicamente. A sua volta, una manovra anticiclica fondata sul rilancio degli investimenti pubblici renderebbe necessario il rafforzamento sia dei meccanismi di stabilità per la gestione della crisi dei debiti sovrani (attraverso l’istituzione di un Fondo per la redenzione del debito che sostituisca una parte del debito europeo con eurobond) che del ruolo di “prestatore di ultima istanza di fatto” della BCE (che appaiono entrambi, peraltro, sempre più urgenti per far fronte al deteriorarsi della situazione greca e alla crisi delle banche spagnole). Nel Consiglio europeo informale del 23 maggio Hollande ha lanciato con forza la proposta di eurobond, mostrando al tempo stesso una cauta apertura nei confronti di Monti sulla golden rule, mentre alla vigilia del vertice la bozza di memorandum è stata ufficialmente ritirata. Al di là del prevedibile duro scontro con la Merkel che ciò ha determinato, è evidente che la vera e propria trattativa non è ancora iniziata e che occorrerà attendere le elezioni legislative francesi (e anche quelle greche) per una effettiva definizione della piattaforma di Hollande della “rinegoziazione”.

L’altro aspetto cruciale è quello politico-istituzionale. In sostanza, occorre vedere se Hollande privilegerà l’idea di un growth compact, ossia di una integrazione del fiscal compact sul suo stesso terreno (cioè quello intergovernativo), ad esempio attraverso un protocollo aggiuntivo da allegare a esso, o se verrà scelta la strada di un growth pack, ossia di un pacchetto di misure legislative dell’UE volte a emendare e integrare il quadro normativo attuale come definito da ultimo dal cosiddetto six pack (cioè il pacchetto di regolamenti e direttive che, nel novembre 2011, ha riformato il Patto di stabilitàrafforzando considerevolmente i meccanismi di controllo preventivo e di correzione della disciplina di bilancio). Graziesoprattutto all’azione svolta dalla Commissione e dal Parlamento europeo nel corso dei negoziati, il fiscal compact (che, giuridicamente, è un trattato internazionale esterno al sistema giuridico dell’UE) ha finito per limitarsi a prescrivere dei particolari meccanismi attuativi di norme già definite a livello della legislazione dell’UE. Proprio per questo, esso può essere di fatto emendato anche senza modificarne il testo, ma solo le corrispettive norme del diritto dell’UE; nel momento in cui scriviamo, un tentativo in tal senso, che punta a inserire in due nuovi regolamenti sulla disciplina e la sorveglianza di bilancio attualmente in discussione (il cosiddetto two pack) proprio la golden rule sugli investimenti e il Fondo per la redenzione del debito, è in atto da parte del gruppo SD al Parlamento europeo. Al di là del possibile contenuto di un growth pack, la questione della natura giuridico-istituzionale del negoziato sulla crescita è assai meno bizantina di quanto possa apparire e investe la prospettiva, i caratteri e il tasso di legittimazione democratica di un futuro governo economico europeo. Anche per questo, la sfida lanciata da Hollande per una svolta della politica economica dell’UE è assai impegnativa e al contempo aperta a risultati differenti. Dai suoi caratteri e dal suo esito dipenderà probabilmente non solo il futuro politico della seconda presidenza socialista di Francia, ma anche il destino dell’intera costruzione europea.

 

Articolo pubblicato sul numero 6\2012 di ItalianiEuropei. Per visualizzare il numero, clicca qui