Roberto Gualtieri

Il partito dei socialisti e democratici europei

 

L’attuale crisi della costruzione europea va inquadrata nella “grande transizione” apertasi nel 2008 con l’esplosione della crisi dell’“ordine neoliberale” che dalla fine degli anni settanta aveva preso il posto dell’egemonia cooperativa statunitense e del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro edificato nel dopoguerra. Tale crisi ha innescato uno scontro durissimo, che ha come posta in gioco la ripartizione sociale e internazionale dei suoi costi e la definizione di nuove gerarchie politiche ed economiche mondiali.

La risposta elaborata dal Ppe sotto la guida di Angela Merkel ha puntato alla costruzione di una “unione monetaria rafforzata”, basata sullo scambio tra “fondi salva-stati” (Efsf/Esm) e irrigidimento del patto di stabilità (six pack e fiscal compact): ossia tra un impiego limitato e circoscritto di risorse tedesche a sostegno della tenuta della zona euro e un rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio. L’obiettivo di questa linea è quello di tutelare l’apparato industriale tedesco nei confronti sia della potenza cinese e dei Brics che della finanza anglosassone, garantendo la sopravvivenza della moneta unica e innescando al tempo stesso nei paesi periferici un processo di deflazione salariale attraverso politiche recessive e deregolamentazione del mercato del lavoro concepito come  la sola alternativa possibile alla svalutazione del cambio. Il tutto garantendo un primato della politica economica tedesca attraverso il mantenimento dell’asimmetria tra unione monetaria e assenza di governo economico comune.

La duplice crisi del Ppe, stretto fra la rinascita socialdemocratica e il nuovo antieuropeismo liberale e populista è la traduzione politico-elettorale dei limiti e delle contraddizioni innescate da questa linea, che ha generato al tempo stesso una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali ed europee, ed una altrettanto profonda questione sociale a partire dalle zone più sviluppate del continente che nello scorso decennio avevano costituito il bastione del centro-destra e in cui è stata più marcata la rinascita socialista e democratica.

Se la linea dell’“unione monetaria rafforzata” ha fallito e rischia non solo di far saltare l’euro ma di mettere in discussione i fondamenti del modello sociale e del patto di cittadinanza su cui nel dopoguerra si è rifondata la civiltà europea, il compito che attende la sinistra europea costituisce una sfida forse più ardua persino di quella rappresentata dalla realizzazione del compromesso tra classe e nazione che ha consentito quella rifondazione. Altrettanto sinteticamente, possiamo definire questo compito come la realizzazione di una transizione federale democratica verso una vera unione economica. La complessità di tale transizione è che essa richiede al tempo stesso una svolta politica e sociale, che presuppone un conflitto, e un patto costituente, che richiede un grande compromesso. Conflitto e attitudine al compromesso che devono modificare i rapporti di forza politici in Europa e contribuire a orientare l’evoluzione del popolarismo verso un federalismo democratico e sociale evitando che esso sia risucchiato sul terreno del nazionalismo populista.

Sul piano delle politiche europee, da un lato occorre respingere l’impostazione dualistica che paradossalmente accomuna sia la Corte costituzionale tedesca che una parte (minoritaria) del federalismo di matrice giacobina, secondo cui ulteriori passi verso l’unione economica sarebbero possibili solo dopo una compiuta trasformazione dell’Ue in uno stato federale che passi per una organica riforma dei trattati. Un’impostazione che si traduce in una sostanziale paralisi istituzionale, e che di fatto legittima come unica strada realmente percorribile quella della unione monetaria rafforzata. Dall’altro lato, altrettanto inadeguato è postulare la possibilità di riequilibrare nel senso della crescita la politica economica dell’Ue senza incamminarsi sul terreno di una transizione federale imperniata sulle istituzioni dell’Unione e sorretta da una loro politicizzazione basata su partiti di dimensione europea (e che dopo aver sfruttato al masle possibilità offerte dal quadro giuridico esistente dovrà sfociare in una riforma dei trattati).

Tutto ciò ha implicazione profonde per il Pd. Se è vero che una transizione federale a carattere democratico e popolare e non giacobino non può che fondarsi sul superamento della dimensione e dell’orizzonte nazionale dei partiti, è chiaro che il Pd deve portare a compimento il percorso avviato con la nascita del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Ciò non implica la trasformazione del Pd in un partito socialista, ma richiede un impegno per la costituzione, prima delle prossime elezioni europee, del Partito dei socialisti e democratici europei. L’appartenenza al Psde è pienamente compatibile con la peculiare identità del Pd, ma richiede di precisarne la natura considerandone l’originalità come il riflesso della particolarità della storia d’Italia e non di una tendenza della storia d’Europa. Una particolarità che impone, per dar vita a un partito analogo funzionalmente ed elettoralmente alle forze socialiste e socialdemocratiche, di unire culture riformiste diverse, a partire da quella cattolico-democratica e di assicurare ad esse pari dignità.

La costituzione del Psde non deve costituire un fatto meramente organizzativo, ma deve rafforzare l’impegno già in atto per l’elaborazione comune dei lineamenti di un nuovo europeismo progressista in grado di succedere alla terza via come quadro ideologico di riferimento della sinistra europea. Un’elaborazione che può trarre linfa e alimento dai tre filoni culturali più ricchi e fecondi del Pd (il pensiero gramsciano, il cattolicesimo democratico e il federalismo europeo) e da un dialogo tra la cultura del socialismo europeo e la dottrina sociale della Chiesa. E che può fornire le basi politico-culturali di una transizione federale e di un neo-umanesimo laburista e personalista capaci di arginare la crisi e di contrastare il nichilismo mercatista e individualista che ha rappresentato il vero sostrato antropologico e culturale della egemonia neoliberista.

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su L’Unità del 23 luglio, clicca qui.

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