Roberto Gualtieri

Archivio mensile: ottobre 2012

Eurozona, serve una transizione federale

Dopo l’intesa sulla vigilanza bancaria unificata (non priva di ombre e incertezze) il negoziato sulla governance dell’eurozona condotto da Herman van Rompuy entra ora nel vivo sui temi dell’unione economica e di bilancio. Se pure sensibilmente migliorato rispetto ai documenti precedenti (grazie anche al contributo della Commissione e del Parlamento europeo), l’interim report presentato al Consiglio Ue resta deficitario rispetto alla sfida della costruzione di un vero governo democratico dell’euro. L’idea di una “capacità fiscale aggiuntiva” dell’eurozona per assorbire gli shock asimmetrici e sostenere crescita e coesione sociale è potenzialmente di grande rilievo, ma il documento lascia aperti nodi decisivi come l’entità e le fonti di finanziamento di questo “euro-budget”, oltre che il suo rapporto con il bilancio della Ue (sul quale da parte del Consiglio continua a prevalere una linea molto restrittiva). La proposta di rafforzare la convergenza delle politiche economiche attraverso “contratti individuali” tra stati membri e Unione appare inefficace e rischia di accentuare il deficit democratico dell’Ue. Infine, la dimensione democratica dell’Unione economica e monetaria continua ad essere inadeguata.

L’Europarlamento partecipa al negoziato sulla base di una piattaforma ambiziosa ma realistica. Il presupposto è che all’euro non basta un sistema di regole e di disciplina, ma serve un vero governo economico basato sulle istituzioni dell’Ue (respingendo ogni deriva inter-governativa) e dotato di risorse adeguate. L’euro-budget deve quindi avere una dimensione significativa, essere alimentato da “risorse proprie” a livello di eurozona  (Tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax etc.) e deve costituire una sezione del bilancio dell’Ue gestita in modo democratico con la co-decisione. Le linee guida della politica economica (che devono comprendere target sociali ed occupazionali, configurando un vero e proprio pilastro sociale dell’Ue) devono diventare vincolanti ed essere definite da Consiglio e Parlamento su un piede di parità, mentre governi e parlamenti nazionali devono poter decidere come conseguire gli obiettivi comuni. Infine, il rafforzamento della disciplina di bilancio realizzato con six pack e fiscal compact (e che verrà completato dal “two pack”) deve accompagnarsi a una maggiore flessibilità sugli investimenti e alla costruzione di una capacità comune di gestione ed emissione del debito.

Questi sviluppi non devono attendere la necessaria riforma dei trattati, ma al contrario devono avviarsi subito sulla base del trattato di Lisbona, non solo per affrontare la crisi ma anche per costruire tra i cittadini il consenso politico necessario a sostenere la riforma istituzionale che dovrà realizzarsi nella prossima legislatura con una convenzione democratica. In questo quadro, rendere le prossime elezioni europee elezioni per il governo dell’Europa, con l’indicazione dei candidati dei partiti alla guida della Commissione, rappresenta un tassello essenziale di una “transizione federale” che per avere successo deve unire in modo inedito le dimensioni economica, istituzionale e  politica all’insegna della democrazia.

 

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su l’Unità del 29 ottobre, clicca qui.

 

Massimo D’Alema e la sinistra italiana nella transizione

Come era facilmente prevedibile, la questione del ruolo di Massimo D’Alema in un passaggio di fase così delicato per il Pd e per il paese ha assunto un rilievo centrale nello scontro politico in atto in Italia. Un rilievo che va ben oltre il problema, di relativa importanza, della concreta collocazione politico-istituzionale che D’Alema avrà nella prossima legislatura, ma che investe il nodo, politicamente e simbolicamente ben più rilevante, dell’identità del Partito democratico, del suo rapporto con la storia della sinistra italiana, dei caratteri che esso intende imprimere alla transizione verso una nuova stagione della repubblica.

Non è un caso che Matteo Renzi abbia scelto D’Alema come principale bersaglio polemico della sua corsa per la premiership. La forza del messaggio di Renzi non sta nella capacità comunicativa o nell’età anagrafica del sindaco di Firenze, ma nella sua proposta di operare una radicale mutazione genetica del Partito democratico per recidere ogni legame con l’insediamento storico e la tradizione politica della sinistra italiana. Nel far ciò Renzi incontra e interpreta uno dei filoni fondamentali della cultura nazionale dell’ultimo trentennio. Un filone che ha sempre contrastato la possibilità che l’esperienza originale del Pci evolvesse in una moderna sinistra di governo di tipo europeo, non per timore dell’instaurazione di un regime comunista, ma sulla base dell’avversione di una parte delle classi dirigenti per l’autonomia politica del mondo del lavoro, concepita come il principale ostacolo ad un superamento del modello sociale e del sistema politico delle democrazie continentali. In questo quadro, la campagna contro D’Alema rappresenta il necessario complemento dell’appello agli elettori di centrodestra, e costituisce un tassello fondamentale di una proposta politica e di una strategia elettorale che puntano ad attingere, in chiave di lotta politica interna, ad una corrente profonda della vita nazionale nel momento in cui i suoi tradizionali interpreti sono in crisi.

Non c’è dubbio infatti che agli occhi degli italiani D’Alema incarni più di ogni altro uomo politico la complessa parabola storica che ha visto la trasformazione del Pci in forza di governo e il successivo determinante contributo dei Ds all’edificazione del Pd. Non a caso, egli è stato tradizionalmente oggetto di attacchi molto violenti non solo e non tanto per gli sbagli che ha commesso, ma soprattutto per quello che è stato il suo principale merito storico-politico: aver saputo evitare, nel drammatico passaggio tra la prima e la seconda repubblica, lo sradicamento, la dispersione e lo snaturamento dell’insediamento storico, del gruppo dirigente e della cultura politica della sinistra italiana. E, tra mille peripezie, ostacoli ed errori, averne fatto un perno della tenuta del paese e del suo ancoraggio con l’Ue nella prospettiva di una transizione di tipo europeo che riannodasse i fili spezzatisi con il crollo del vecchio sistema politico e l’avvento di Berlusconi.

E’ del tutto evidente dunque che nella campagna di Renzi contro D’Alema la questione della ricandidatura in Parlamento sia del tutto strumentale. Anche perché, come è noto, in tutti i paesi europei i partiti politici garantiscono un equilibrio tra rinnovamento della rappresentanza e tutela di alcuni presidi di esperienza, e in nessun caso la composizione dei gruppi parlamentari è prerogativa del leader ma è affidata a normali procedure democratiche. Per questo, se è del tutto giusto e corretto che la questione di questa e altre candidature sia affrontata nella sede e nel momento appropriati, è altrettanto chiaro che l’aggressione e il dileggio che quotidianamente vanno in scena sulle piazze d’Italia non riguardano una persona ma una storia e un’ipotesi di transizione. E che per questo meritano una risposta ferma.

 

da l’Unità del 17 ottobre 2012.