Roberto Gualtieri

Eurozona, serve una transizione federale

Dopo l’intesa sulla vigilanza bancaria unificata (non priva di ombre e incertezze) il negoziato sulla governance dell’eurozona condotto da Herman van Rompuy entra ora nel vivo sui temi dell’unione economica e di bilancio. Se pure sensibilmente migliorato rispetto ai documenti precedenti (grazie anche al contributo della Commissione e del Parlamento europeo), l’interim report presentato al Consiglio Ue resta deficitario rispetto alla sfida della costruzione di un vero governo democratico dell’euro. L’idea di una “capacità fiscale aggiuntiva” dell’eurozona per assorbire gli shock asimmetrici e sostenere crescita e coesione sociale è potenzialmente di grande rilievo, ma il documento lascia aperti nodi decisivi come l’entità e le fonti di finanziamento di questo “euro-budget”, oltre che il suo rapporto con il bilancio della Ue (sul quale da parte del Consiglio continua a prevalere una linea molto restrittiva). La proposta di rafforzare la convergenza delle politiche economiche attraverso “contratti individuali” tra stati membri e Unione appare inefficace e rischia di accentuare il deficit democratico dell’Ue. Infine, la dimensione democratica dell’Unione economica e monetaria continua ad essere inadeguata.

L’Europarlamento partecipa al negoziato sulla base di una piattaforma ambiziosa ma realistica. Il presupposto è che all’euro non basta un sistema di regole e di disciplina, ma serve un vero governo economico basato sulle istituzioni dell’Ue (respingendo ogni deriva inter-governativa) e dotato di risorse adeguate. L’euro-budget deve quindi avere una dimensione significativa, essere alimentato da “risorse proprie” a livello di eurozona  (Tassa sulle transazioni finanziarie, carbon tax etc.) e deve costituire una sezione del bilancio dell’Ue gestita in modo democratico con la co-decisione. Le linee guida della politica economica (che devono comprendere target sociali ed occupazionali, configurando un vero e proprio pilastro sociale dell’Ue) devono diventare vincolanti ed essere definite da Consiglio e Parlamento su un piede di parità, mentre governi e parlamenti nazionali devono poter decidere come conseguire gli obiettivi comuni. Infine, il rafforzamento della disciplina di bilancio realizzato con six pack e fiscal compact (e che verrà completato dal “two pack”) deve accompagnarsi a una maggiore flessibilità sugli investimenti e alla costruzione di una capacità comune di gestione ed emissione del debito.

Questi sviluppi non devono attendere la necessaria riforma dei trattati, ma al contrario devono avviarsi subito sulla base del trattato di Lisbona, non solo per affrontare la crisi ma anche per costruire tra i cittadini il consenso politico necessario a sostenere la riforma istituzionale che dovrà realizzarsi nella prossima legislatura con una convenzione democratica. In questo quadro, rendere le prossime elezioni europee elezioni per il governo dell’Europa, con l’indicazione dei candidati dei partiti alla guida della Commissione, rappresenta un tassello essenziale di una “transizione federale” che per avere successo deve unire in modo inedito le dimensioni economica, istituzionale e  politica all’insegna della democrazia.

 

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su l’Unità del 29 ottobre, clicca qui.

 

8 Commenti

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