Roberto Gualtieri

Massimo D’Alema e la sinistra italiana nella transizione

Come era facilmente prevedibile, la questione del ruolo di Massimo D’Alema in un passaggio di fase così delicato per il Pd e per il paese ha assunto un rilievo centrale nello scontro politico in atto in Italia. Un rilievo che va ben oltre il problema, di relativa importanza, della concreta collocazione politico-istituzionale che D’Alema avrà nella prossima legislatura, ma che investe il nodo, politicamente e simbolicamente ben più rilevante, dell’identità del Partito democratico, del suo rapporto con la storia della sinistra italiana, dei caratteri che esso intende imprimere alla transizione verso una nuova stagione della repubblica.

Non è un caso che Matteo Renzi abbia scelto D’Alema come principale bersaglio polemico della sua corsa per la premiership. La forza del messaggio di Renzi non sta nella capacità comunicativa o nell’età anagrafica del sindaco di Firenze, ma nella sua proposta di operare una radicale mutazione genetica del Partito democratico per recidere ogni legame con l’insediamento storico e la tradizione politica della sinistra italiana. Nel far ciò Renzi incontra e interpreta uno dei filoni fondamentali della cultura nazionale dell’ultimo trentennio. Un filone che ha sempre contrastato la possibilità che l’esperienza originale del Pci evolvesse in una moderna sinistra di governo di tipo europeo, non per timore dell’instaurazione di un regime comunista, ma sulla base dell’avversione di una parte delle classi dirigenti per l’autonomia politica del mondo del lavoro, concepita come il principale ostacolo ad un superamento del modello sociale e del sistema politico delle democrazie continentali. In questo quadro, la campagna contro D’Alema rappresenta il necessario complemento dell’appello agli elettori di centrodestra, e costituisce un tassello fondamentale di una proposta politica e di una strategia elettorale che puntano ad attingere, in chiave di lotta politica interna, ad una corrente profonda della vita nazionale nel momento in cui i suoi tradizionali interpreti sono in crisi.

Non c’è dubbio infatti che agli occhi degli italiani D’Alema incarni più di ogni altro uomo politico la complessa parabola storica che ha visto la trasformazione del Pci in forza di governo e il successivo determinante contributo dei Ds all’edificazione del Pd. Non a caso, egli è stato tradizionalmente oggetto di attacchi molto violenti non solo e non tanto per gli sbagli che ha commesso, ma soprattutto per quello che è stato il suo principale merito storico-politico: aver saputo evitare, nel drammatico passaggio tra la prima e la seconda repubblica, lo sradicamento, la dispersione e lo snaturamento dell’insediamento storico, del gruppo dirigente e della cultura politica della sinistra italiana. E, tra mille peripezie, ostacoli ed errori, averne fatto un perno della tenuta del paese e del suo ancoraggio con l’Ue nella prospettiva di una transizione di tipo europeo che riannodasse i fili spezzatisi con il crollo del vecchio sistema politico e l’avvento di Berlusconi.

E’ del tutto evidente dunque che nella campagna di Renzi contro D’Alema la questione della ricandidatura in Parlamento sia del tutto strumentale. Anche perché, come è noto, in tutti i paesi europei i partiti politici garantiscono un equilibrio tra rinnovamento della rappresentanza e tutela di alcuni presidi di esperienza, e in nessun caso la composizione dei gruppi parlamentari è prerogativa del leader ma è affidata a normali procedure democratiche. Per questo, se è del tutto giusto e corretto che la questione di questa e altre candidature sia affrontata nella sede e nel momento appropriati, è altrettanto chiaro che l’aggressione e il dileggio che quotidianamente vanno in scena sulle piazze d’Italia non riguardano una persona ma una storia e un’ipotesi di transizione. E che per questo meritano una risposta ferma.

 

da l’Unità del 17 ottobre 2012.

 

1 Commento

  1. edoardo

    Mi piacerebbe che i sostenitori di Renzi leggessero questo pezzo,e di rendersi conto che gli anziani del partito PD si devono fare da parte,ma non si può fare a meno della storia della sinistra italiana,sennò si diventerà un’altro soggetto politico senza storia e ne passato,e una formazione politica cosi improvvisata non ha futuro.

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