Roberto Gualtieri

Il nuovo europeismo progressista

articolo pubblicato su tamtam democratico, numero 14/2013

 

Il rapporto tra la sinistra e il processo di integrazione europea ha una storia complessa. Se da un lato è indubbio che il socialismo europeo ha storicamente privilegiato la dimensione dello Stato nazione come cornice entro cui dispiegare la propria azione riformatrice, dall’altro lato si può ben dire che la matrice socialista e progressista dell’europeismo è ben solida a fianco di quella cattolico-democratica e liberale. Basti pensare a due figure decisive nella storia del processo di integrazione come Jean Monnet e Jacques Delors, i veri architetti rispettivamente della Ceca e della moneta unica, entrambi collocati (sia pure in modo atipico) nella famiglia progressista e nella cui azione il nesso stretto tra processo di integrazione e sviluppo del modello sociale europeo ha sempre assunto un rilievo centrale. Persino sul versante del comunismo italiano l’originaria opposizione alla Ceca e alla Cee ha lasciato il posto, man mano che maturava l’opzione eurocomunista, a un atteggiamento di crescente apertura sfociato in un compiuto europeismo sugellato dall’elezione al Parlamento europeo di Altiero Spinelli nelle liste del Pci.

Nella seconda metà degli anni novanta questa matrice europeistica si è manifestata nel ruolo determinante svolto dai governi di centro-sinistra (allora maggioritari in Europa) nel completamento della terza fase dell’Unione economica e monetaria (cioè l’adozione della moneta comune) e nell’ingresso nell’euro dell’Italia, e successivamente, all’inizio del nuovo decennio, nel varo della strategia di Lisbona, nell’approvazione della Carta dei diritti e nell’avvio del nuovo cantiere istituzionale che avrebbe portato al Trattato costituzionale e quindi (dopo il suo affossamento nei referendum francese e olandese) a quello di Lisbona.

Si tratta di risultati importanti, i cui limiti sono tuttavia risultati evidenti con l’esplosione della crisi economico-finanziaria ed il suo impatto sull’eurozona. Il principale di essi riguarda la difficoltà a mettere in discussione la caratteristica fondamentale del modello di unione economica e monetaria elaborato da Delors e definito nel Trattato di Maastricht: la limitazione delle competenze dell’Unione alla sfera della politica monetaria, e l’attribuzione ad essa di una semplice funzione di coordinamento delle politiche economiche, la responsabilità delle quali restava in capo agli stati membri.

Certo, occorre ricordare che senza questa scelta l’euro non sarebbe mai nato perché il “modello Delors” era l’unico storicamente realistico, e che popolari e liberali hanno avuto (ed hanno tuttora) una posizione egualmente e anzi maggiormente restrittiva circa le competenze dell’Unione. E tuttavia, il bilancio assai poco lusinghiero della “strategia di Lisbona” varata nel 2001 dimostra chiaramente che il cosiddetto “metodo aperto di coordinamento” su cui essa, coerentemente alla lettera dei Trattati, era fondata, rappresenta uno strumento del tutto inadeguato per realizzare lo sviluppo e la convergenza delle economie europee e conseguire l’ambizioso obiettivo di porre l’Unione europea all’avanguardia della “economia della conoscenza”. Soprattutto se la mancata attribuzione di effettive competenze di politica economica all’Ue si accompagna, come è stato fino ad ora, alla limitazione del suo bilancio all’1% del prodotto interno lordo.

Pur essendo dunque stata decisiva per la nascita della moneta unica, la sinistra europea degli anni novanta non è stata in grado di avviare la costruzione di una vera unione economica e di superare il dualismo tra le suggestioni “mercatiste” della “terza via” e l’orizzonte statal-nazionale dei modelli di governo dell’economia tipici della propria tradizione. La successiva apertura di un lungo ciclo politico di centro-destra va interpretata anche come la conseguenza di questo limite politico-culturale che oggi, di fronte all’epilogo inglorioso della stagione neoconservatrice, i progressisti europei sono chiamati a superare.

L’affermazione di un nuovo “europeismo progressista” richiede quindi la definizione di una sintesi nuova tra mercato e politiche pubbliche, tra libertà ed eguaglianza, sul terreno inedito della costruzione di un vero governo economico europeo. Un governo economico che vada oltre la combinazione di regole europee di disciplina di bilancio e strumenti intergovernativi di assistenza finanziaria realizzata a partire dal 2010 sotto la guida di Angela Merkel, e che doti l’Unione delle risorse e delle competenze necessarie a realizzare una vera politica economica comune.

D’altronde, è ormai evidente che tale evoluzione costituisce l’unica condizione per il superamento della linea dell’austerità imposta dai conservatori, che non solo ha fatto precipitare l’eurozona nella recessione, ma non ha saputo neanche conseguire gli obiettivi di riduzione del deficit e del debito. Tutti i dati ci dicono infatti che per rilanciare la crescita e rendere realistico e sostenibile l’abbattimento del debito l’Europa ha bisogno di un motore interno di sviluppo, attraverso un rilancio degli investimenti pubblici, la correzione degli squilibri macroeconomici interni all’Unione economica e monetaria e una maggiore equità nella distribuzione del reddito.

Ma se tali politiche possono essere realizzate solo in un quadro europeo, l’attuale assetto della governance dell’eurozona non fornisce gli strumenti per la loro attuazione. In altre parole, venuta definitivamente meno la possibilità di agire esclusivamente sul terreno nazionale, i progressisti devono mettere mano a quella “costituzione economica dell’euro” che oggi, di fronte ai nuovi meccanismi di disciplina di bilancio, è divenuta una gabbia troppo stretta e funzionale unicamente alla politica economica dei conservatori.

Si tratta di un passaggio difficile, che al di là dei nominalismi richiede di intraprendere la strada di una transizione di tipo federale che, per quanto affrontata in modo non giacobino e graduale, comporta l’assunzione di un orizzonte politico nuovo e ricco di insidie soprattutto per quel che riguarda la dimensione, certo non secondaria in politica, del consenso. Ma nonostante l’indubbia delicatezza di un passaggio di questa portata, questo nuovo europeismo progressista sta prendendo forma, ed è ben visibile non solo nell’azione unitaria e coerente del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, ma anche nella crescente convergenza delle piattaforme dei partiti e dei governi progressisti.

Da questo punto di vista, la “dichiarazione di Parigi” pubblicata nel marzo scorso in occasione del grande evento organizzato dalla Fondazione dei progressisti europei (Feps) nella capitale francese a sostegno della campagna presidenziale di François Hollande costituisce un documento significativo. Alcuni dei punti di quella dichiarazione sono stati assunti con forza dai progressisti e tradotti con successo in iniziativa politica nonostante gli equilibri politici dell’Ue vedano ancora una maggioranza conservatrice.

Basti pensare alla tassa sulle transazioni finanziarie, che grazie all’azione convergente del gruppo S&D, del governo Hollande e del gruppo parlamentare dell’SPD ha consentito di avviare la realizzazione (la procedura di “cooperazione rafforzata” è da poco stata approvata da Parlamento e Consiglio) di un provvedimento fondamentale sia sotto il profilo dell’equità e dello sviluppo che sotto quello dell’introduzione di nuove “risorse proprie” nel bilancio dell’Ue. O al rafforzamento del ruolo della Bce a sostegno del debito sovrano, che quando fu proposto da Hollande ricevette aspre critiche dai conservatori e che invece nell’estate si è affermato con un solo voto contrario nel Board dell’istituto di Francoforte.

E infine, basti pensare alla nuova visione di politiche per la crescita (che ha avuto la sua prima traduzione nel “Patto per la crescita e l’occupazione”) e in particolare all’idea di una “golden rule” che scorpori una parte degli investimenti pubblici dal Patto di Stabilità. Su questo punto come si può immaginare le resistenze dei conservatori sono particolarmente accese, e tuttavia di fronte all’evidente fallimento della linea dell’austerità persino la Commissione Barroso ha annunciato una comunicazione sulla possibilità di consentire “deviazioni temporanee” dall’Obiettivo di Medio Termine per favorire lo svolgimento di programmi di investimenti pubblici di comprovata sostenibilità nel medio-lungo periodo.

Altrettanto aspro sarà nei prossimi mesi il confronto sugli altri punti qualificanti della piattaforma progressista: il rafforzamento della capacità fiscale dell’Unione (e dell’eurozona) e l’attribuzione ad essa della capacità di emettere titoli, e l’introduzione di un “Fondo per la redenzione del debito” che sostituisca una quota dei debiti sovrani con eurobond garantiti collettivamente.

Ma ciò che conta in questa sede è rilevare come il grado di convergenza politico-programmatica e il suo tasso di “federalismo implicito” sono sensibilmente superiori a quelli conseguiti in precedenza. Anche sul terreno delle politiche sociali, che è sempre stato lasciato al di fuori della sfera delle politiche europee (al di là degli interventi sostenuti dal Fondo sociale europeo) si registrano novità significative.

La richiesta di un robusto pilastro sociale è infatti uno degli elementi qualificanti della posizione del gruppo S&D nel negoziato sul futuro dell’Unione economica e monetaria condotto da Herman van Rompuy, e la proposta “garanzia per i giovani”, ripresa in parte dal Commissario Andor, contiene una notevole innovazione sul piano dell’approccio introducendo per la prima volta degli standard e dei diritti sociali a livello dell’Unione.

Questo nuovo “europeismo progressista” non si limita ai temi pure centrali della governance economica, ma affronta per la prima volta la dimensione della democrazia affermando la prospettiva dell’unione politica. Lo si è visto con la chiara posizione assunta dal PSE e dal gruppo S&D sull’indicazione prima delle elezioni di un candidato dei progressisti alla Presidenza della Commissione, e lo si vedrà a breve nel nuovo grande evento internazionale organizzato dalla Feps a Torino l’8 e 9 febbraio e dedicato appunto all’Europa politica, in cui sarà probabilmente varato un nuovo documento comune di chiara ispirazione federalista.

Il cammino da percorrere per porre i progressisti alla guida di un processo riformatore che doti l’Unione di un vero governo economico legittimato democraticamente e realizzi un significativo passo verso la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa è ancora lungo.

Ma è altrettanto vero che l'”europeismo progressista” costituisce la principale novità di un processo di revisione e di allargamento dei propri confini con cui la sinistra europea sta elaborando una nuova figura del riformismo. Un processo di cui il Partito democratico, con l’originalità della sua matrice storico-politica e con la chiarezza della sua collocazione nel campo dei progressisti, costituisce un motore e un protagonista, e che trarrà dalla auspicabile formazione del governo Bersani un impulso ancora maggiore.

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