Roberto Gualtieri

Archivio mensile: marzo 2013

La lezione di Aldo Moro

Questo trentacinquesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro cade in un momento particolarmente delicato della vicenda storica della democrazia italiana. Un momento di crisi che sollecita una riflessione sull’eredità della figura e dell’opera dello statista pugliese e sul significato storico-politico della sua tragica fine.

Una riflessione che trascenda i confini del cosiddetto “caso Moro” e si misuri con la parabola complessiva del suo impegno politico. Liberando il prigioniero dalle mura di un carcere che si è proiettato nell’immaginario e nella storiografia in una duplice forma: da un lato con la rimozione della sua azione di statista e di dirigente, oscurata o banalizzata dalla preponderante storiografia sui “misteri” del suo assassinio. Dall’altro con la distruzione morale della sua figura operata dalle Brigate Rosse attraverso la sapiente manipolazione delle sue lettere e la capacità di affermare, come ha rilevato Miguel Gotor, l’interpretazione tendenziosa di una “casta” politica (termine in voga presso le Br) che rese inevitabile l’uccisione Moro perché si rifiutò di trattarne la liberazione per ragioni di lotta politica interna.

Al contrario, una adeguata “intelligenza storica” verso la politica e la riflessione di Moro offrirebbe strumenti analitici e concettuali preziosi per comprendere alcuni caratteri di fondo della crisi della democrazia italiana. Certo, occorre sottrarsi al rischio di analogie e parallelismi affrettati con la situazione odierna, che risultano incoraggiati anche dall’inquietante riemergere nel discorso pubblico attuale e nella dilagante critica contro la democrazia dei partiti di stilemi e di analisi tipici del “partito armato” e del suo allora amplissimo fronte di fiancheggiatori politici e intellettuali. Piuttosto, andrebbe recuperato in tutta la sua densità storico-politica il concetto moroteo di “democrazia difficile”. Da un lato, come prisma attraverso cui comprendere le ragioni di fondo delle tensioni che attraversavano il sistema politico e che riflettevano la fragilità della nazione italiana e la radicata ostilità di gran parte delle sue classi dirigenti verso il sistema democratico, contribuendo a “condannare” la Dc a una faticosa centralità dovuta alla “impossibilità di una alternativa”. Dall’altro lato, come sforzo di inclusione politica e sociale incentrato sul parlamento e volto a superare i limiti derivanti da quella impossibilità, rispettandone al tempo stesso rigorosamente i confini e i vincoli di natura interna e internazionale.

La laboriosa “apertura a sinistra” che portò al centro-sinistra fu la prima espressione di quel metodo e di quell’impianto analitico, che poi di fronte al terremoto politico e sociale esploso nel ’68 si misurò in una ancora più impegnativa “strategia dell’attenzione”. Una “attenzione” rivolta al partito comunista pur nella “impossibilità di una comune gestione del potere”, ma anche ai fermenti e le proteste giovanili che esprimevano i “tempi nuovi” e in ogni caso testimoniavano “l’immissione della linfa vitale dell’entusiasmo, dell’impegno, del rifiuto dell’esistente propri dei giovani”, che “nella società, nei partiti e nello Stato è una necessità vitale”. Di fronte al precipitare della crisi, l’attenzione verso il Pci divenne “uno sforzo di salvezza, il quale non può essere altro che uno sforzo di solidarietà nazionale”. Una operazione resa difficile dal fatto che la convergenza richiedeva al tempo stesso “una certa rigidezza, una certa delimitazione di confini […] che lascia ancora distanti le sponde che pure si vorrebbe avvicinare”.

Quel delicato esperimento politico contribuì a salvare la democrazia italiana ma non sopravvisse alle tensioni che lo avevano reso indispensabile e alle resistenze che aveva generato, mentre l’uccisione di Moro rese ancora più insuperabili i già fortissimi ostacoli ad una evoluzione del sistema politico lungo le linee di una moderna democrazia dell’alternanza. Ciò concorse ad attribuire alla transizione italiana quei caratteri peculiari che ancora oggi rendono problematico un suo approdo di tipo europeo. Di fronte a questa persistente difficoltà, una riflessione adeguata sulla figura di Aldo Moro che si affranchi dalle interpretazioni dominanti della storia dell’Italia repubblicana incentrate sulle nozioni di “partitocrazia” e “consociativismo” sarebbe dunque di grande utilità. Contribuendo a superare i limiti che hanno caratterizzato la cultura politica della seconda repubblica, e ponendo delle fondamenta più solide allo sforzo e alla battaglia per edificare una nuova stagione della nostra democrazia.

 

Articolo di Roberto Gualtieri, L’Unità, 16 marzo 2013.

Rigore e crescita, i progressisti segnano un punto in Europa

Articolo pubblicato su L’Unità, 24 febbraio 2013

 

L’Italia non ha futuro fuori dall’euro e la disciplina di bilancio costituisce un requisito essenziale per la tenuta della moneta unica. Al tempo stesso, come anche le recenti previsioni economiche della Commissione hanno certificato, la linea dell’austerità è fallita determinando un avvitamento recessivo e un crollo degli investimenti che non ha solo pesanti conseguenze economiche e sociali, ma che non consente neanche di conseguire l’obiettivo della riduzione del debito pubblico. La difficile quadratura del cerchio tra disciplina di bilancio e crescita, tra risanamento e investimenti, costituisce insomma il cuore del problema politico ed economico dell’Europa e dell’Italia, e la capacità di offrire credibili soluzioni a questo dilemma dovrebbe costituire il metro per giudicare i programmi dei partiti.

Differenziandosi sia dalla acritica difesa del rigore che dai populismi irresponsabili, il Partito democratico e Bersani hanno puntato le loro carte sulla possibilità di correggere la linea di politica economica dell’Ue in senso più favorevole alla crescita e agli investimenti nel quadro del rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio dell’eurozona. Pieno rispetto delle regole e dei vincoli europei a Roma, ma correzione a Bruxelles della ricetta macroeconomica indicata agli stati membri. Il compromesso tra Parlamento e Consiglio raggiunto questa settimana sul cosiddetto “two pack” (due regolamenti sui nuovi meccanismi di controllo della disciplina di bilancio), al quale i membri del Partito democratico nel gruppo S&D hanno dato un contributo fondamentale, costituisce da questo punto di vista un successo decisivo, che dimostra la credibilità dell’impostazione di Bersani. Dopo un lungo braccio di ferro infatti il Parlamento ha accettato di dare il via libera alle nuove norme, che consentiranno tra l’altro alla Commissione di intervenire direttamente nel processo di formazione delle leggi nazionali di bilancio, ottenendo però due fondamentali contropartite.

La prima riguarda l’istituzione di un gruppo di esperti con il compito di analizzare la fattibilità dell’istituzione di un Fondo di riscatto del debito, che sostituisca parte del debito pubblico degli stati membri con eurobond garantiti collettivamente, e quindi in grado di ridurre sostanzialmente la spesa per interessi e rendere più credibile il percorso di abbattimento del debito. La seconda contropartita riguarda una parziale ma significativa correzione di rotta nell’applicazione del Patto di Stabilità (e quindi anche del fiscal compact, che a quelle norme rimanda). All’articolo 11 di uno dei due regolamenti del two pack infatti è stato inserito un paragrafo che impegna la Commissione a presentare entro il mese di luglio di quest’anno una comunicazione sul modo di sfruttare le possibilità offerte dal Patto di Stabilità per conciliare la disciplina di bilancio con gli investimenti pubblici produttivi. Inoltre, la possibilità di “deviazioni temporanee” dagli obiettivi di medio termine di finanza pubblica (formalmente previste dal Patto di stabilità) è esplicitamente richiamata in un nuovo paragrafo dell’articolo 4 dello stesso regolamento, dedicato ai compiti delle nuove autorità indipendenti per il monitoraggio delle politiche nazionali di bilancio istituite dal fiscal compact. Infine, un paragrafo sulla necessità di un monitoraggio specifico delle spese per istruzione, sanità e occupazione da un lato, e per quelle di investimento dall’altro, che consenta di vigilare sulla coerenza delle manovre di bilancio con gli obiettivi europei in materia di crescita e occupazione, offre ulteriori strumenti per una correzione della linea dell’austerità nella direzione della crescita e della coesione sociale.

Si tratta di novità di grande rilievo, perché fino ad ora gli spazi offerti dalla normativa europea per realizzare politiche “anticicliche” facendo leva sugli investimenti pubblici nei momenti di recessione non sono mai stati utilizzati e la Commissione ha sempre seguito una interpretazione “prociclica” che si è tradotta nella famigerata linea dei “tagli lineari”. Con il compromesso sul “two pack”, che diventerà legge dell’Unione dopo la ratifica nell’aula di Strasburgo a marzo, la strategia del Pd di realizzare un grande “scambio” politico tra una più stretta unione fiscale e un rilancio della crescita a livello europeo segna un primo punto, che ora attende di essere sviluppato sulla base dei nuovi equilibri politici che la vittoria dei progressisti in Italia determinerebbe a Bruxelles.