Roberto Gualtieri

Archivio mensile: settembre 2013

Il volto sociale dell’Europa

La flebile ripresa dell’eurozona segnalata da Eurostat, unita all’andamento rassicurante dei mercati, costituisce un’ennesima smentita degli scenari catastrofisti di chi, spesso in modo non disinteressato (basti pensare a certa stampa anglosassone) scommette da tempo sulla fine della moneta unica sottolineandone la strutturale insostenibilità e sottovalutando la sua dimensione politica. E tuttavia, sarebbe un errore altrettanto grave considerare l’uscita dalla recessione come il segno che la cura dell’austerità stia funzionando e che l’assetto attuale della governance economica europea possa rimanere immutato. Proprio i dati dimostrano infatti che a determinare il timido mutamento della congiuntura non sia stata tanto la domanda esterna, su cui la linea dell’austerità aveva puntato tutte le sue carte (anche se le esportazioni hanno giocato un ruolo importante in alcuni paesi come la Spagna), quanto invece la domanda interna, che è stata condizionata positivamente dal sia pur modesto allentamento del rigore di bilancio consentito dalla Commissione negli ultimi mesi sotto la spinta dei governi e delle forze progressiste. Gli inequivocabili segnali con cui le classi dirigenti europee hanno mostrato la loro determinazione a non permettere il crollo dell’euro (dal programma di acquisti “illimitati” di titoli pubblici annunciato dalla Bce all’esito della crisi politica italiana con la formazione del governo Letta) hanno a loro volta avuto un effetto inibitorio nei confronti della speculazione internazionale, rafforzato dall’approvazione dei primi provvedimenti volti a una “ri-regolamentazione” dei mercati finanziari e alla costituzione dell’unione bancaria.

Se tutto ciò ha finora evitato il baratro, un autentico e duraturo rilancio dello sviluppo e dell’occupazione potrà realizzarsi solo con una più marcata correzione della linea dell’austerità (soprattutto a sostegno degli investimenti) nel quadro di un rilancio del processo di edificazione di un vero governo economico dell’euro capace di coniugare la stabilità con la crescita, la solidarietà e la democrazia.

Su questo fronte, nelle ultime settimane prima della pausa estiva la battaglia dei progressisti europei e del Pd ha ottenuto alcuni primi significativi risultati. Il bilancio 2014-2020 è stato modificato introducendo un meccanismo di flessibilità interna che aumenterà le risorse complessive per i pagamenti e i fondi per l’occupazione giovanile. Inoltre, dando corso a un impegno assunto per avere il via libera del gruppo S&D al cosiddetto “two pack” (due nuovi regolamenti sulla sorveglianza delle politiche di bilancio) Barroso ha annunciato lo scomputo di una parte degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit strutturale dei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo e in condizioni di recessione (come l’Italia). Infine, la richiesta dei socialisti e democratici di includere nel processo di costruzione di una “autentica Unione economica e monetaria” (UEM) un “pilastro sociale” ha portato alla decisine di dedicare il Consiglio europeo di ottobre alla dimensione sociale dell’UEM.

Naturalmente si tratta di successi parziali, che non mutano il segno complessivo di un indirizzo conservatore ancora caratterizzato dal primato delle politiche di austerità del metodo intergovernativo. E tuttavia, non è privo di significato che il gruppo S&D sia stato l’anima e il motore di un rinnovato protagonismo del Parlamento europeo e che la sua agenda stia cominciando a farsi lentamente strada persino in presenza di rapporti di forza che restano sbilanciati a destra. Così come appare rilevante che su questi temi si sia realizzato un robusto asse con il governo Letta, che a sua volta è stato tra gli artefici di tali sia pur limitati successi.

I prossimi mesi saranno decisivi per fare di questi primi risultati il punto di partenza di una grande offensiva politica dei progressisti. Da un lato, occorre battersi perché il nuovo regolamento approvato nel “two pack” che consente alla Commissione di intervenire nel processo di definizione delle leggi nazionali di bilancio sia interpretato in modo equilibrato, evitando una stretta che soffocherebbe sul nascere i timidi segnali di ripresa e consentendo un effettivo rilancio degli investimenti. Dall’altro, va rilanciato il negoziato sul governo dell’eurozona: superando le resistenze a completare l’unione bancaria ed avviando con il consiglio europeo di ottobre l’edificazione del pilastro sociale dell’UEM e la costruzione di un bilancio aggiuntivo dell’eurozona alimentato da risorse proprie che in futuro potrà avere anche la capacità di finanziarsi emettendo titoli.

In questo quadro, il rafforzamento della legittimazione democratica delle istituzioni europee assume un ruolo decisivo, e l’esito positivo della scommessa lanciata dai progressisti di trasformare la natura delle elezioni del 2014 attraverso il meccanismo dell’indicazione preventiva da parte dei partiti politici europei del loro candidato alla Presidenza della Commissione (Martin Schulz) sarà determinante. A quel punto potranno forse finalmente determinarsi le condizioni per la convocazione, nella prossima legislatura, di una Convenzione per la riforma dei trattati. Anche su questo fronte i progressisti sono al lavoro, e in autunno il Parlamento approverà un rapporto con precise proposte, mentre il gruppo Spinelli pubblicherà una bozza completa di nuovo trattato (di entrambi i documenti sono co-autore). Per dare vita a un vero governo economico europeo basato sul metodo comunitario e imperniato sulle istituzioni dell’Ue, e per completare la transizione già in atto verso un’Unione di tipo federale, che rappresenta il solo approdo duraturo per la moneta unica e la condizione per il rilancio del modello sociale europeo e per la rigenerazione della nostra democrazia.

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Per leggere l’articolo integrale pubblicato nello speciale Dossier de L’Unità sull’Europa, a cura del gruppo S&D, in distribuzione alla Festa Nazionale de L’Unità di Genova, clicca qui.