Roberto Gualtieri

Obiettivi e risultati del semestre italiano

Domattina, appena Matteo Renzi avrà concluso il suo intervento a Strasburgo sul bilancio del semestre di presidenza italiana, la Commissione approverà la proposta di regolamento che istituisce il Fondo europeo per gli investimenti strategici, architrave del piano Juncker di 315 miliardi, e la “Comunicazione sulla flessibilità” con i nuovi criteri di interpretazione del patto di stabilità. La coincidenza è significativa e dovrebbe indurre alla riflessione quei commentatori che hanno frettolosamente parlato di un semestre “senza infamia e senza lode”. E` infatti difficilmente contestabile che se investimenti e “flessibilità” sono al centro dell`azione della nuova Commissione, ciò è essenzialmente il risultato dell`iniziativa dell`Italia.
Si tratta di un risultato rilevante soprattutto tenendo conto delle difficoltà che si presentavano al momento di assumere la guida del semestre. Non solo perché il Trattato di Lisbona aveva ridotto il compito della presidenza semestrale alla guida delle formazioni del Consiglio dei ministri (tranne quella Affari esteri), passando dalla definizione delle priorità politiche generali dell`Ue al coordinamento delle attività legislative e di bilancio di una delle sue “camere”. Ma anche perché la sfortunata collocazione temporale della presidenza italiana (con la pausa estiva, il parlamento appena insediato, l`attività legislativa congelata) rischiava di comprimerne ulteriormente i già limitati compiti e di marginalizzare il ruolo di fronte alla transizione istituzionale. Di fronte a questo scenario, la scelta compiuta è stata quella di muoversi su un “doppio binario”.
Da un lato, la funzione istituzionale prevista dai trattati è stata svolta in modo scrupoloso e non velleitario: lanciando alcune idee forti (come quella dellaFinance for Growth) ma soprattutto esercitando al meglio il necessario ruolo di “mediazione dinamica”. Ciò ha consentito di approvare provvedimenti rilevanti (direttiva antiriciclaggio, Fondi europei di investimento a lungo termine, il tetto alle commissioni delle carte di credito, statistiche, OGM, buste di plastica) e di favorire l`adozione di una posizione comune del Consiglio sulla lotta ai cambiamenti climatici e su numerosi altri dossier.
Dall`altro lato Renzi, forte del risultato del Pd alle europee e del suo ingresso nel Pse, ha scelto di misurarsi con la inedita politicizzazione delle dinamiche dell`Unione favorita dalla procedura dei candidati dei partiti europei alla guida della Commissione. Su questo terreno, tutto politico, imperniato sulla nuova dialettica tra Consiglio e Parlamento Europeo, il premier ha assunto il ruolo di capofila dei progressisti nel negoziato che ha portato alla formazione della Commissione Juncker. Schierandosi per la nomina del candidato del partito uscito vincitore dalle urne, ma al tempo stesso vincolandola alla definizione di un “programma di coalizione” che contenesse degli elementi di discontinuità con il passato (investimenti, flessibilità e Mediterraneo) e aduna composizione della Commissione coerente con esso (Moscovici all`economia, Mogherini Alto Rappresentante).
I risultati ottenuti costituiscono solo un primo passo verso il necessario riorientamento delle politiche europee e tuttavia non vanno sottovalutati. In particolare, pur scontando la dimensione contenuta della dotazione finanziaria iniziale il Piano Juncker istituirà un nuovo strumento, l`Efsi, dalle grandi potenzialità. Soprattutto, la comunicazione sulla flessibilità prevederà, pur con alcuni limiti, lo scorporo del cofinanziamento dei programmi europei dal patto di stabilità, ridimensionerà in modo significativo il ruolo della “regola del debito” e definirà il rapporto tra riforme strutturali e flessibilità in modo diverso e più equilibrato di quanto immaginato al tempo della discussione sugli” accordi contrattuali”. Si tratta di novità che solo pochi mesi fa pochi avrebbero ritenuto possibili.
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Articolo pubblicato su “La Repubblica – Affari e Finanza” del 12/01/2015

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