Roberto Gualtieri

Autore archivio: Roberto Gualtieri

BENE ROAD MAP, MA SERVE SVOLTA POLITICA IN EUROPA

Con la “Roadmap per la stabilità e la crescita” annunciata da Barroso al Parlamento Europeo, la Commissione ha finalmente riconosciuto la necessità di realizzare una più stretta integrazione economica dell’eurozona e di farlo attraverso il metodo comunitario.

Nel piano di Barroso ci sono molti elementi importanti sui quali il Parlamento europeo e in particolare il nostro Gruppo insistono da tempo, come la tassa sulle transazioni finanziarie, gli eurobond per il debito e la costruzione di una vera unione fiscale dell’eurozona attraverso le procedure già previste dal Trattato di Lisbona come l’articolo 136. Occorre però riconoscere chiaramente che la linea dell’austerità realizzata da questo centrodestra europeo non funziona, e che a fianco del rafforzamento del controllo delle politiche fiscali occorre una svolta politica e il lancio di un grande piano europeo per gli investimenti e l’occupazione.

Per quanto riguarda le banche, bene il rafforzamento dell’Efsf e il suo utilizzo per la ricapitalizzazione degli istituti, ma è necessario comunitarizzare il suo meccanismo facendone una vera agenzia europea per il debito, e chiarire che quando il capitale pubblico entra nelle banche questo deve riflettersi anche nella governance degli istituti.

I NODI IRRISOLTI DELLA GOVERNANCE ECONOMICA DELL’UE

La tempesta speculativa che si è abbattuta sull’Italia ha fatto giustamente mettere in evidenza l’incongruenza e l’inadeguatezza della politica economica del governo, e tuttavia sarebbe semplicistico e riduttivo attribuire l’improvviso aumento degli spread sui tioli di stato e l’andamento negativo della borsa unicamente (e persino principalmente) alla surreale vicenda della manovra.

Per leggere l’articolo integrale di Roberto Gualtieri pubblicato su Tamtàm Democratico il 28 luglio 2011, clicca qui.

COME IN EUROPA. O DOPPIO TURNO O PROPORZIONALE.

La singolare “disfida dei referendum” che ha animato questo afoso luglio romano merita qualche considerazione. In particolare, stupisce che il Mattarellum continui ad essere considerato da qualcuno un sistema accettabile per il nostro partito, quando il suo principale effetto sarebbe quello di impedire al Pd di presentarsi agli elettori con il proprio simbolo nei collegi uninominali. Il particolare mix di uninominale maggioritario a turno unico e proporzionale di lista che lo contraddistingue, costringe infatti i partiti ad allearsi sotto un simbolo comune nei collegi (dove si assegna il 75% dei seggi), cosa che non avviene invece nè con il sistema inglese (100% uninominale maggioritario) nè con quello tedesco (50% maggioritario e 50% proporzionale).

Per il testo integrale dell’articolo pubblicato su “l’Unità”, clicca qui.

QUESTA MANOVRA NON L’IMPONE L’EUROPA

L’intervento di Enrico Morando sul Riformista di venerdì ha il pregio della chiarezza ma non quello della precisione. Secondo Morando, il Pd dovrebbe pretendere “l’immediata presentazione di una manovra correttiva per almeno 40 miliardi al 2014, considerando essenziale per il futuro del paese il conseguimento del pareggio strutturale a metà di questo decennio”. A dimostrazione del fatto che questo obiettivo sarebbe richiesto dall’Unione europea, Morando cita l’opinione del Consiglio sul programma di stabilità dell’Italia 2011-2014 approvata il 20 giugno sulla base delle raccomandazioni della Commissione, che invita a “sostenere gli obiettivi per il periodo 2013-2014 (cioè il pareggio di bilancio, nda) con misure concrete entro l’ottobre 2011”. Morando omette tuttavia di dire che quegli obiettivi non ci sono stati indicati dall’Ue, ma costituiscono la proposta del governo italiano, della quale il Consiglio prende atto, non senza avere osservato che “lo sforzo fiscale medio annuale pianificato (dal governo italiano, nda) nel periodo 2010-2012 è superiore allo 0,5% del Pil raccomandato dal Consiglio, e il ritmo di aggiustamento indicato dopo il 2012 è molto al di sopra delle indicazioni contenute nel Patto di stabilità di crescita”. Morando riprende poi dal programma di stabilità italiano un erroneo riferimento al patto europlus come presunta base dell’obiettivo del pareggio del bilancio, quando invece quell’accordo intergovernativo (servito essenzialmente a persuadere l’opinione pubblica tedesca a sostenere il Fondo salva-stati, e che non prevede sanzioni né meccanismi di enforcement) non contiene nuovi parametri di politica fiscale. Insomma: non è l’Europa a chiedere all’Italia di raggiungere il pareggio di bilancio in tre anni, ma è l’Italia ad aver presentato all’Europa un obiettivo più ambizioso di quello definito a livello di Ue.

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Unione Europea, l’importanza di una politica estera comune

Il dibattito annuale del Parlamento europeo con Catherine Ashton sulla politca estera, di sicurezza e difesa dell’Ue è caduto in un momento difficile e non a caso le considerazioni del Presidente Napolitano sui limiti dimostrati dall’azione internazionale dell’Europa e sull’esigenza ineludibile di un suo rilancio sono risuonate nell’aula di Strasburgo.

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All’Italia serve il modello Tedesco

In una materia come quella elettorale diffido dei fondamentalismi e delle assolutizzazioni modellistiche. Se adottassimo in Italia il meccanismo australiano, rischieremmo di passare dall’unicum del Porcellum a un altro esempio che non ha eguali. Per alcuni movimenti politici inglesi quella puo’ essere una via di uscita morbida dal bipartitismo, ma nel nostro paese dobbiamo adottare un metodo consolidato e solido.

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La spinta di Tremonti per l’Europa del futuro.

Caro direttore, è degno di nota che, smentendo implicitamente le manifestazioni di euroscetticismo giunte in questi giorni da ampi settori della maggioranza, Giulio Tremonti abbia scelto di argomentare di fronte alla commissione Affari Costituzionali del Parlamento europeo la necessità di un rilancio del processo di integrazione. Fenomeni epocali come la crisi economica, i sommovimenti che hanno investito il Mediterraneo e il disastro nucleare in Giappone richiedono un’Europa più forte e più solidale, e la singolare debolezza dimostrata dal governo italiano nelle sedi comunitarie non deve impedire di cogliere l’inadeguatezza delle risposte sinora fornite dall’Ue.

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Ancora una volta data una risposta inadeguata.

C’è qualcosa di paradossale nelle conclusioni raggiunte ieri dal Consiglio europeo. Mentre l’impatto della crisi finanziaria non accenna ad attenuarsi, ed anzi si estende pericolosamente anche al Portogallo, l’unica decisione concreta presa dai 27 capi di Stato e di governo dell’Ue riguarda l’istituzione di uno strumento, il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), che entrerà in funzione solo nel 2013.

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I GOVERNI NON SCAVALCHINO LE ISTITUZIONI UE

Con il Consiglio europeo in corso a Bruxelles, il dibattito sul “governo economico” dell’Ue raggiunge un importante approdo concreto. Al di là della retorica sul “patto per l’euro” (in realtà poco più che una scatola vuota a beneficio dell’opinione pubblica tedesca), la vera novità è l’accordo sul Meccanismo europeo di stabilità (ESM), cioè sul fondo salva-Stati permanente che dal 2013 rimpiazzerà i due meccanismi provvisori istituiti nel maggio dello scorso anno.

E’ questo il vero cuore del negoziato che negli ultimi mesi ha prodotto un aspro confronto tra i paesi dell’eurozona e all’interno di alcuni di essi (segnatamente in Germania), oltre che tra le diverse istituzioni dell’Ue. Ciò non deve stupire, visto che con l’istituzione dell’ESM i paesi dell’euro danno sostanza, attraverso l’impegno di cospicue risorse (80 miliardi di capitale versato e 620 di garanzie), all’annunciata volontà di difendere ad ogni costo la moneta comune.

Peraltro, la scelta di dare dignità costituzionale a tale impegno attraverso l’inserimento dell’ESM nel Trattato di Lisbona, voluta dalla Germania nel timore di un pronunciamento negativo della corte di Karlsruhe, non è priva di problemi. Non solo perché una riforma del Trattato richiede 27 ratifiche nazionali, ma anche perché la ricerca della necessaria unanimità (in particolare per evitare un veto britannico) si è tradotta nella definizione di un meccanismo puramente intergovernativo che in assenza di adeguate correzioni avrebbe rischiato di indebolire pericolosamente il metodo comunitario e le istituzioni europee. Per questo il Parlamento europeo ha vincolato il proprio via libera ad un rafforzamento del ruolo della Commissione e all’impegno a regolare le condizioni degli aiuti attraverso la procedura legislativa ordinaria (cioè la codecisione tra Consiglio e Parlamento) e non tramite un accordo tra governi. Le condizioni approvate mercoledì scorso dall’Europarlamento hanno assicurato un solido legame tra l’ESM ed il metodo comunitario, aprendo definitivamente la strada alla decisione che oggi verrà formalmente adottata dal Consiglio europeo.

La tormentata vicenda dell’ESM si avvia dunque a chiudersi positivamente (a meno di intoppi nelle procedure di ratifica), ma resta l’interrogativo se questo passo sia sufficiente ad affrontare la drammatica crisi del debito sovrano europeo. La dotazione dell’attuale meccanismo provvisorio pare sufficiente a far fronte anche ad un eventuale sostegno al Portogallo. Rimangono comunque aperti due problemi. Il primo riguarda la scelta di non consentire all’ESM di intervenire sul mercato secondario dei titoli, che potrebbe tradursi, su questo fronte, in un disimpegno della BCE dalle imprevedibili conseguenze. Il secondo, più di fondo, è connesso al vero epicentro della crisi, e cioè il sistema bancario europeo, il cui salvataggio con risorse pubbliche (in primo luogo in Gran Bretagna, Germania, Spagna e Irlanda) è alla base dell’aumento del deficit e continua in forma indiretta con il fondo salva-stati (perché molti titoli dei paesi in crisi sono detenuti da banche europee).

Sulle banche l’Europa e gli Stati membri sembrano essere privi di una vera strategia, se non quella di guadagnare tempo. Con il rischio di alimentare un circolo vizioso tra la crisi sempre più acuta del debito (e delle banche), la necessità di concedere maggiori aiuti, e la richiesta di un rigore fiscale che oltre ad alimentare la crisi economica (e quindi anche quella del debito) può avere conseguenze esplosive sul piano sociale e su quello politico. E’ bene dunque che al primo importante passo costituito dall’ESM ne seguano altri. Che, attraverso strumenti nuovi come gli eurobond e la definizione di una nuova architettura del sistema finanziario e del modo di funzionare delle banche di sistema (quelle “troppo grandi per fallire”), non si limitino ad imprimere vincoli più stringenti ai bilanci nazionali, ma affrontino il problema di fondo della necessità di convogliare l’ingente risparmio privato europeo verso lo sviluppo, l’innovazione, le infrastrutture e la coesione sociale.

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CRISI LIBICA, UNA SCONFITTA PER L’EUROPA

Tra le numerose vittime della crisi libica potrebbe esserci la neonata Politica di sicurezza e difesa comune europea (Pdsc). Dopo che il Trattato di Lisbona l’ha solennemente codificata, e all’indomani della costituzione del Servizio europeo di azione esterna (Seae), che avrebbe dovuto gestirla e renderla coerente con l’azione internazionale dell’Ue, la Psdc e la sua “madre” Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) rischiano di dissolversi di fronte ai nodi e alle contraddizioni della vicenda libica.

E’ ormai inutile e tardivo discutere se un’unità di analisi e di intenti di Francia, Germania, Regno Unito e Italia, avrebbe potuto delineare una terza via tra l’opzione alla fine prescelta della no fly (e no land) zone e dei bombardamenti e l’iniziale passività della comunità internazionale (magari con un rafforzamento dell’embargo e una protezione dei civili anche sul terreno attraverso la realizzazione di corridoi umanitari e altre operazioni “ibride” civili-militari, affiancati a una vera iniziativa politica). Il combinato disposto dell’isolazionismo preelettorale tedesco, dell’unilateralismo a tinte belliciste di Sarkozy e della disarmante debolezza politica italiana, unito ad una rappresentazione semplicistica delle forze sul terreno veicolata dai network della penisola arabica, hanno impedito ogni sviluppo di questo tipo.

E tuttavia, proprio le contraddizioni nell’applicazione delle risoluzioni Onu e l’assenza di un progetto politico comune (di cui le difficoltà a trovare un accordo sul comando operativo sono una conseguenza) richiederebbero all’Ue di entrare in campo, anche con funzioni limitate e complementari a quelle che inevitabilmente la Nato dovrà assumere. Se qualcuno nutriva delle aspettative in proposito, il Consiglio affari esteri di lunedì le ha però in gran parte deluse. Alla fine di una discussione di inedita asprezza (soprattutto tra francesi e tedeschi), i compiti individuati per la nuova possibile missione Psdc sono stati infatti fortemente limitati (come qualcuno ha ironizzato scorteremo le ambulanze in Egitto e Tunisia). A questo risultato hanno concorso il veto britannico ad un ruolo significativo per la Psdc, la resistenza della Commissione a ogni “contaminazione” tra il militare e l’umanitario, la debolezza della Ashton, l’incapacità dell’Italia a costruire alleanze e consenso intorno a un progetto europeo. Il risultato è che l’Europa non attuerà alcuna missione navale a sostegno dell’embargo (lo farà invece la Nato) né verificherà la possibilità di realizzare corridoi umanitari e proteggere i civili sul suolo libico (cosa non incompatibile con la risoluzione 1973, che vieta solo l’occupazione militare). Se questo indirizzo verrà confermato, il rischio per l’Ue è di precludersi la possibilità di avere una voce in capitolo negli sviluppi futuri della crisi libica. Il Consiglio europeo potrebbe ancora correggere la rotta: e non è retorico dire che per l’Europa della sicurezza e della difesa è davvero l’ultimo appello.

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