Roberto Gualtieri

Stralciare il comparto ricerca dalla spending review

Fin dal 2008 le classi dirigenti più avvedute dei maggiori paesi mondiali si sono date l’obiettivo di trovare risorse da investire nella formazione e nella ricerca come risposta a breve e a lungo termine alla crisi economica. Per usare le parole del ministro statunitense dell’istruzione, ci si è impegnati per «tenere i giovani a studiare e i professori a insegnare».

L’Italia ha rappresentato un’eccezione a questa strategia generale: fin dal 2005 infatti il nostro paese ha avviato una lunga opera di ridimensionamento delle risorse pubbliche per la formazione e la ricerca. La decisione è stata giustificata con la teoria del «secchio bucato»: l’inutilità cioè di risorse impiegate in un presunto sistema inefficiente, destinato inevitabilmente a disperderle in sprechi. Questa linea ha caratterizzato governi di opposti schieramenti, sia pure con una differenza fondamentale. Negli anni del centro-sinistra, tra il 2006 e il 2008, i tagli delle risorse alla scuola, all’università e alla ricerca sono stati parte di una generale strategia di diminuzione del debito pubblico; in quelli del centro-destra invece l’intero comparto ha subìto una fortissima contrazione (la più rilevante dell’intera storia unitaria), mentre il resto della spesa pubblica si è ampliato: si è compiuto in questo modo un trasferimento di risorse pubbliche verso altri settori.

Quei tagli si sono rivelati un errore grave: sono stati fatti con l’intento di concentrare la spesa sui segmenti qualitativamente migliori del sistema (di «chiudere i buchi del secchio»). Il risultato è stato il trasferimento di risorse dal Sud al Nord della penisola, dalla provincia ai maggiori centri urbani, dai ceti sociali più deboli a quelli più forti. La teoria del secchio bucato è semplicemente sbagliata.

Ora c’è un fatto nuovo. L’attuale governo tecnico ha posto le premesse per un ripensamento di questa strategia: i provvedimenti di spesa pubblica sono stati preceduti da un rapporto di analisi sull’andamento della spesa negli ultimi 15 anni (il documento illustrato dal ministro Piero Giarda, nel maggio scorso), rapporto in cui la storia che abbiamo fin qui riassunto è esposta lucidamente nei suoi elementi salienti.

Al momento delle decisioni, ne è scaturito però un risultato insoddisfacente: è vero che per la prima volta da sette anni una manovra di finanza pubblica non prevede riduzioni al comparto della scuola e dell’università (i 200 milioni di taglio al sistema universitario, inizialmente previsti, sono stati poi cancellati per effetto dei numerosi interventi contrari, tra cui quelli del PD e della conferenza dei rettori, anche sull’«Unità»). Dall’altra parte però sono proposti tagli molto forti agli enti di ricerca: un provvedimento ingiustificato perché interviene su alcune delle nostre istituzioni migliori, in cui la presenza di un margine finanziario operativo eccedente al mero pagamento degli stipendi è ciò che consente all’Italia di esprimersi ancora in alcuni settori di punta della scienza. Siamo arrivati al paradosso grottesco dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, elogiato al mattino per le sue eccezionali scoperte svolte al Cern in questi giorni, e oggetto la sera stessa del taglio più pesante tra quelli programmati agli enti di ricerca.

È giunto il momento che le forze politiche di maggioranza intervengano per superare l’ambiguità e aiutare il governo a compiere la svolta. Il Partito Democratico in particolare può farsi promotore presso il governo di tre azioni: primo, stralciare l’intero comparto della formazione e della ricerca dai provvedimenti di riduzione della spesa (come giustamente è stato proposto in questi giorni dal PD di Roma). Secondo, impedire l’innalzamento della contribuzione studentesca negli atenei (e dare quindi corso all’ordine del giorno presentato dai Giovani Democratici e approvato nell’assemblea nazionale del Pd lo scorso 14 luglio). Infine, aiutare il governo a trovare risorse nuove da investire sulla scuola e sull’università, risorse che possano «tenere i giovani a studiare e i professori a insegnare», e consentirci così pienamente di fare la nostra parte per superare questa crisi.

 

 

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su L’Unità del 19 luglio, clicca qui.

 

“Partito Europa”

1. La doppia polarizzazione della politica europea
Una riflessione sulle forme della politica organizzata in una dimensione europea, se non vuole avere un taglio meramente politologico e funzionalistico, deve tentare di collegare la fenomenologia della politica in Europa ai processi profondi in atto nel nostro continente e alla sfida fondamentale che il Pd e la famiglia dei socialisti e democratici europei sono chiamati ad affrontare. Una semplice fotografia del quadro attuale rischierebbe infatti di non cogliere le dinamiche di tali processi, né di identificare il compito storico dei progressisti e di indicare una direzione di marcia chiara.
Sul piano empirico i fenomeni politici più rilevanti appaiono due.
In primo luogo, la brusca inversione del trend che fino a pochi mesi fa aveva fatto decretare per l’ennesima volta a molti commentatori frettolosi o interessati il tramonto del socialismo europeo, e la rinnovata vitalità e capacità di attrazione dei partiti socialisti e socialdemocratici, che è ormai persino superfluo documentare. In molti casi tale “rinascita socialdemocratica” si accompagna a elementi di innovazione sul piano
del modello organizzativo e delle forme di selezione della leadership (penso alle primarie e al porta a porta in Francia). Ma in nessun paese tutto ciò sembra mettere in discussione gli elementi strutturali di quei modelli di partito, mentre l’innovazione fondamentale riguarda la dimensione politico-programmatica e culturale, con il superamento dei paradigmi della terza via e l’elaborazione dei primi embrionali elementi di un nuovo “europeismo progressista” fondato, sia pure con accenti differenti da paese a paese, su un recupero della centralità delle politiche pubbliche e del lavoro e su una più chiara spinta per l’integrazione europea.
Al contrario, a fronte di una relativa tenuta, sia pure in un quadro di difficoltà e con una ridotta forza delle componenti più populiste, della famiglia del popolarismo europeo nella nuova configurazione conservatrice che essa ha assunto da un quindicennio, appare evidente la profonda crisi delle forze di ispirazione liberale e liberal-democratica che fanno riferimento all’Alde e che solo fino a poco tempo fa erano considerate un modello per una riconfigurazione del campo progressista (basti vedere la situazione dei liberali tedeschi, del Modem francese e dei liberaldemocratici del Regno Unito).
Il secondo fenomeno rilevante appare la trasformazione molecolare del campo delle forze antieuropee e populiste. Si tratta di un processo multiforme e differenziato, del quale occorre sottolineare due elementi: la
difficoltà dei movimenti populisti e antieuropei tradizionali a consolidare il loro sostegno e tradurlo in una proposta di governo e quella, speculare, dei partiti pro-europei a raccogliere il consenso di quella fascia di elettorato.
In questo quadro, a fianco dei fenomeni di astensionismo e all’emersione di nuove forze antieuropee di estrema destra e di estrema sinistra, è ancora da analizzare seriamente il fenomeno di nuovi e-parties come i Piraten o il Movimento 5 stelle, che segnalano una apparente irriducibilità della rete alla costruzione di uno spazio politico europeo e al contrario una sua particolare funzionalità a veicolare, gerarchizzandoli rigidamente, gli elementi più tipici dell’antistatalismo individualista di matrice iperliberista in chiave di controcultura. Consolidando la separatezza e l’incomunicabilità tra l’universo delle istituzioni e della politica organizzata e quello della cosiddetta antipolitica, e al tempo stesso offrendo un terreno propizio a una sorta di “slittamento antipolitico” del ceto medio che vede improvvisamente vacillare i propri stili di vita e la propria capacità di consumo. Si tratta tuttavia di fenomeni nuovi, che occorre ancora analizzare a fondo e che impossibile qualificare univocamente.
In sostanza, quella che sembra emergere in Europa è una sorta di “doppia polarizzazione”: tra conservatori e progressisti, e tra le famiglie politiche europee e un vasto arcipelago di forze e di orientamenti che come matrice
comune hanno l’antieuropeismo e l’antistatalismo. Una doppia polarizzazione che può aprire le porte a una rinnovata egemonia e centralità della sinistra europea o al contrario può schiacciarla in una tenaglia mortale vanificando in breve tempo l’attuale trend positivo.

2. Angela Merkel e l’unione monetaria rafforzata
Per comprendere questi fenomeni e precisare le implicazioni che essi hanno per il Pd, occorre sforzarsi di coglierne la radice storico-politica, che va individuata nelle forme assunte in Europa da quella che Stefano Fassina ha correttamente definito nel sul libro la “grande transizione”. Una transizione apertasi nel 2008 con l’esplosione della crisi di quell’“ordine neoliberale” che dalla fine degli anni settanta aveva preso il posto dell’egemonia cooperativa statunitense e del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro edificato nel dopoguerra. Tale crisi ha innescato uno scontro durissimo, che ha come posta in gioco la ripartizione sociale e internazionale dei suoi costi e la definizione di nuove gerarchie politiche ed economiche mondiali.
Schematizzando al massimo, possiamo dire che la doppia polarizzazione esprime il carattere non espansivo e inadeguato della risposta alla crisi elaborata dal Ppe sotto la guida del governo tedesco di Angela Merkel: una linea che potremmo sintetizzare come la costruzione una “unione monetaria rafforzata”, basata sullo scambio tra Efsf e six-pack e poi tra
Esm e fiscal compact (ossia tra un impiego limitato e circoscritto di risorse tedesche a sostegno della tenuta della zona euro in cambio di un rafforzamento dei meccanismi di disciplina di bilancio). L’obiettivo di questa linea è quello di tutelare l’apparato industriale tedesco nei confronti sia della potenza cinese e dei Brics che della finanza anglosassone, garantendo la sopravvivenza della moneta unica e innescando al tempo stesso nei paesi periferici un processo di deflazione salariale attraverso politiche recessive e deregolamentazione del mercato del lavoro concepito come la sola alternativa possibile alla svalutazione del cambio. Il tutto garantendo un primato della politica economica tedesca attraverso il mantenimento dell’asimmetria tra unione monetaria e assenza di governo economico comune. La duplice crisi del Ppe, stretto fra la rinascita socialdemocratica e il nuovo antieuropeismo liberale e populista è la traduzione politico-elettorale dei limiti e delle contraddizioni innescate da questa linea, che ha generato al tempo stesso una crisi di legittimità delle istituzioni nazionali ed europee, ed una altrettanto profonda questione sociale a partire dalle zone più sviluppate del continente (renania, Ile-de-France, pianura padana), che nello scorso decennio hanno costituito il bastione del centro-destra e il pilastro della triade Merkel-Sarkozy-Berlusconi, e che sono proprio quelle in cui è stata più marcata la rinascita socialista.

3. Le sfide della transizione federale
Se la linea dell’“unione monetaria rafforzata” ha fallito e rischia non solo di far saltare l’euro ma di mettere in discussione i fondamenti del modello sociale e del patto di cittadinanza su cui nel dopoguerra si è rifondata la civiltà europea, il compito che attende la sinistra europea costituisce una sfida forse più ardua persino di quella rappresentata dalla realizzazione del compromesso tra classe e nazione che ha consentito quella rifondazione. Altrettanto sinteticamente, possiamo definire questo compito come la realizzazione di una transizione federale democratica verso una vera unione economica. La complessità di tale transizione è che essa richiede al tempo stesso una svolta politica e sociale, che presuppone un conflitto, e un patto costituente, che richiede un grande compromesso. Conflitto e attitudine al compromesso che devono modificare i rapporti di forza politici in Europa e contribuire a orientare l’evoluzione del popolarismo verso un federalismo democratico e sociale evitando che esso sia risucchiato sul terreno del nazionalismo populista.
Sul piano delle politiche europee, da un lato occorre respingere l’impostazione dualistica che paradossalmente accomuna sia la Corte costituzionale tedesca che una parte (minoritaria) del federalismo di matrice giacobina, secondo cui ulteriori passi verso l’unione economica sarebbero possibili solo dopo una compiuta trasformazione dell’Ue in senso federale che passi per una organica riforma dei trattati.
Un’impostazione che si traduce in una sostanziale paralisi istituzionale, e che di fatto legittima come unica strada realmente percorribile quella della unione monetaria rinforzata. Dall’altro lato, occorre riconoscere che altrettanto inadeguata è l’idea che postula la possibilità di riequilibrare nel senso della crescita la politica economica dell’Ue senza incamminarsi sul terreno di una transizione federale imperniata sulle istituzioni dell’Unione ma al tempo stesso sorretta da una loro politicizzazione basata su partiti di dimensione europea. Non è questa la sede per delineare concretamente un’ipotesi di percorso politico-istituzionale di tale transizione federale, su cui stiamo lavorando al parlamento europeo e che sarà oggetto di un rapporto di cui sono relatore. Vorrei qui limitarmi a indicare alcune delle implicazioni che tale quadro di analisi ha per il Partito democratico sotto il profilo culturale e programmatico, della collocazione internazionale e organizzativo.

4. Dal Pse al Psde
La prima questione riguarda la collocazione internazionale del Pd. Se è vero che una transizione federale che abbia un carattere democratico e popolare e non giacobino non può che fondarsi sul superamento della dimensione e dell’orizzonte nazionale dei partiti, è chiaro che il Pd deve portare a compimento il percorso avviato con la nascita del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Si tratta di una questione
che ha anche delle forti implicazioni pratiche, visto che, anche su stimolo di una mozione comune a cui stiamo lavorando che sarà approvata a settembre, i principali partiti europei si impegneranno a indicare prima delle elezioni il loro candidato alla presenza della Commissione, realizzando di fatto quella innovazione che non è stato possibile sancire con l’istituzione della circoscrizione paneuropea. E’ evidente che il Pd deve essere protagonista su un piano di parità della individuazione di un candidato comune e della definizione sul piano politico, programmatico e simbolico di una offerta politica di dimensione europea. Ciò non implica la trasformazione del Pd in un partito socialista, ma richiede un impegno immediato, a partire dal prossimo congresso del Pse, per la costituzione, prima delle prossime elezioni europee, del Partito dei socialisti e democratici europei. L’appartenenza al Psde è pienamente compatibile con la peculiare identità del Pd, ma richiede di precisarne la natura scegliendo chiaramente tra le due letture che si sono confrontate in questi anni. La prima lettura, che è stata con ogni evidenza smentita dagli sviluppi politici europei, concepiva il Pd come capofila di una potenziale famiglia democratica europea che avrebbe dovuto gradualmente coagularsi ed (eventualmente) fondersi con i socialisti in un nuovo contenitore o allearsi con essi. La seconda lettura concepisce l’originalità del Pd e delle tradizioni politiche confluite in esso come il riflesso della particolarità della storia d’Italia e non di una tendenza della storia
d’Europa. Una particolarità che impone, per dar vita a un partito analogo funzionalmente ed elettoralmente alle forze socialiste e socialdemocratiche, di unire culture riformiste diverse, a partire da quella cattolico-democratica e di assicurare ad esse pari dignità. L’esperienza del gruppo SD ha chiarito in modo inequivocabile che non esiste una famiglia democratica europea fuori dal campo socialista, e che sul piano politico il Pd si colloca esattamente al centro del gruppo SD. E’ tempo che il Pd ne tragga fino in fondo le conseguenze.

5 Transizione federale e neo-umanesimo laburista
La costituzione del Psde non deve costituire un fatto meramente organizzativo, ma deve rafforzare l’impegno già in atto per l’elaborazione comune dei lineamenti di un nuovo europeismo progressista imperniato, per riprendere anche in questo caso una definizione utilizzata nel libro di Fassina, su un neo-umanesimo laburista e personalista in grado di succedere alla terza via come quadro ideologico di riferimento della sinistra europea. Per valorizzare l’originale contributo che il Pd può offrire a questa elaborazione occorre rimuovere gli ostacoli che una organizzazione rigidamente correntizia della vita interna oppongono a una elaborazione comune dei tre filoni culturali più ricchi e fecondi del Pd: il pensiero gramsciano, il cattolicesimo democratico e il federalismo europeo. Una chiara collocazione del Pd in un nuovo Psde potrebbe
consentire anche di attivare un confronto tra la cultura del socialismo europeo e la dottrina sociale della Chiesa, che appare denso di implicazioni e di potenzialità in rapporto alla sfida di una transizione federale e di un neo-umanesimo laburista e personalista capace di contrastare il nichilismo mercatista e individualista che ha rappresentato il vero sostrato antropologico e culturale della egemonia neoliberista.

6. Una democrazia dei partiti di tipo europeo
Su un piano politico-organizzativo la sfida è quella di incanalare la transizione italiana verso un’evoluzione di tipo europeo del sistema politico. Un’evoluzione capace di favorire sia l’evoluzione in chiave europea della destra che la ricucitura delle frattura tra sistema politico e società che alimenta il populismo antieuropeista. Ciò richiede di coniugare l’apertura alla società e la capacità di riconoscere l’autonomia dei movimenti e di dialogare con essi, con la ricostruzione di una rinnovata democrazia dei partiti solidamente agganciata alle famiglie politiche europee ed ai principi della democrazia rappresentativa e della divisione dei poteri. In questo senso, la sfida di una legge elettorale che superi il premio di maggioranza e il maggioritario di lista (per di più bloccata), e consenta come nel resto di Europa di scegliere un partito e non una coalizione coatta bilanciando le esigenze della governabilità con quelle della rappresentanza appare di cruciale importanza. Al tempo
stesso, la necessità di contribuire alla costruzione di uno spazio politico europeo richiede un inedito sforzo di natura politico-organizzativa per connettere sedi e meccanismi di elaborazione e discussione del Pd al quadro europeo, sia in senso verticale lungo la filiera Roma-Bruxelles, sia in senso orizzontale attraverso un dialogo serrato con gli altri partiti e parlamenti nazionali dell’Unione.
Infine, occorre cogliere tempestivamente le opportunità della nuova iniziativa dei cittadini introdotta dal trattato di Lisbona per organizzare in modo transnazionale la partecipazione intorno a proposte in grado di qualificare politicamente e socialmente la transizione federale come ad esempio l’elaborazione di una normativa quadro sui servizi pubblici locali e la riforma del patto di stabilità attraverso l’introduzione di benchmark sociali e della golden rule.
Le sfide relative alla collocazione internazionale, al profilo culturale e programmatico ed alle scelte organizzative del Pd sono dunque intimamente connesse col compito storico che questo tornante storico ci assegna, e impongono di declinare in modo forte il nesso partito-Europa facendone uno dei punti qualificanti sia della sfida interna delle primarie che di quella per il governo del paese.

 

dal seminario di Rifare l’Italia ‘Le forme della politica organizzata’, relazione introduttiva alla prima sessione “Partito Europa”. Per i materiali del seminario clicca qui

Le sfide europee del presidente Hollande

Il recente successo elettorale di Hollande può costituire un punto di svolta per l’intero continente e l’inizio di un percorso per la costruzione di un’Europa diversa, dotata di maggiori strumenti e orientata alla crescita e alla coesione sociale. Si apre una partita delicata, il cui esito sarà decisivo per il destino dell’Unione europea.

L’elezione del secondo presidente socialista della Quinta Repubblica non costituisce solo un evento di grande rilievo nella storia francese, ma può rappresentare un momento di svolta per l’Unione europea e per la difficile crisi che l’ha investita. Se, infatti, François Hollande è riuscito nell’impresa di sconfiggere il presidente della Repubblica uscente, ciò è stato certo per l’impostazione tattica davvero magistrale della sua campagna (che gli ha consentito di costruire una solida alleanza a sinistra e, al tempo stesso, di recuperare consensi al centro), così come per i demeriti e gli errori di Sarkozy e per l’impatto della crisi economica e finanziaria. E, tuttavia, quello che appare come l’elemento centrale e il principale tratto distintivo della vittoria socialista è il ruolo inedito che in essa ha svolto il tema europeo. Al di là del loro contenuto tecnico, su cui torneremo più avanti, le parole d’ordine della “rinegoziazione del fiscal compact” e del “riequilibrio” delle politiche europee hanno avuto la capacità di “dialettizzare” su un terreno tutto politico il rapporto con l’UE e di offrire una prospettiva di governo, credibile proprio perché non più soltanto nazionale, al disagio economico-sociale e allo smarrimento culturale indotti dalla crisi e dal repentino rafforzamento dei vincoli europei alle politiche di bilancio che essa ha determinato.

Nel referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo, il Partito Socialista era uscito lacerato e indebolito proprio dalla spaccatura interna tra i sì e i no, che aveva aperto la strada al successo di Nicolas Sarkozy nelle presidenziali del 2007. Mentre quest’ultimo, infatti, aveva aperto la strada al successo di Nicolas Sarkozy nelle presidenziali del 2007. Mentre quest’ultimo, infatti, aveva proposto di “rinegoziare” il Trattato bocciato dagli elettori, per approvare un nuovo testo privo di riferimenti di natura “costituzionale” e capace di meglio tutelare dai rischi di dumping sociale, a causa delle irrisolte contraddizioni interne emerse con il referendum Ségolène Royal non aveva saputo offrire una visione credibile e coerente dell’Europa e del suo futuro. Sette anni dopo, il segretario socialista di allora (e principale esponente del fronte interno per il sì al Trattato costituzionale) ha ribaltato lo schema perdente Europa sì/Europa no, rovesciando quella contraddizione sul suo avversario (stretto tra il populismo di Marine Le Pen e l’europeismo di Bayrou, ma anche di settori importanti del suo partito) e facendo della battaglia per un’Europa diversa, dotata di maggiori strumenti ma orientata alla crescita e alla coesione sociale, uno degli elementi fondamentali della sua campagna e uno dei principali fattori del carattere espansivo della sua proposta politica.

L’iniziativa di Parigi “Renaissance pour l’Europe”, promossa dalla Foundation for European Progressive Studies (FEPS) insieme alle Fondazioni Jean Jaurès, Friedrich Ebert e Italianieuropei, costituisce un esempio emblematico di questa operazione e della volontà di Hollande di misurarsi in termini nuovi con la questione europea. Se, infatti, Sarkozy ha preferito rinunciare al promesso appoggio di Angela Merkel, il candidato socialista ha accettato di portare nel cuore della sua campagna elettorale il dialogo con i principali leader progressisti europei. In questo modo, l’opportunità di dare un respiro continentale alla sua proposta europea, mostrandone la dimensione sovranazionale, il carattere condiviso e lo spessore realistico, è stato ritenuto un obiettivo strategico, da perseguire anche correndo l’inevitabile rischio di un confronto potenzialmente dissonante, e quindi utilizzabile dall’avversario, con leader e partiti vincolati da contesti nazionali diversi da quello francese. Nonostante questo elemento abbia impedito di fare esplicitamente riferimento alla rinegoziazione del fiscal compact nel documento sottoscritto dalle Fondazioni, la dichiarazione di Parigi ha consentito di definire i contorni di un progetto comune dei progressisti europei, fondato non su un generico appello all’Europa sociale, ma su un insieme di proposte puntuali che definiscono il quadro di un vero governo economico europeo orientato alla crescita, alla solidarietà e alla democrazia.1

Nonostante l’evidente inadeguatezza della linea di rigore perseguita su impulso del governo tedesco, il deterioramento della situazione economica europea e il suo impatto sulla campagna elettorale americana abbiano progressivamente allargato il fronte dei sostenitori di un mutamento di indirizzo delle politiche dell’UE, rendendo sempre meno isolata la posizione di François Hollande, la sfi da della rinegoziazione del fiscal compact e del riequilibrio della governance economica europea si presenta assai complessa e insidiosa. Il primo nodo riguarda la questione dei tempi. L’introduzione, nel 2000, del quinquennato al posto del settennato e la successiva anticipazione delle elezioni presidenziali rispetto alle legislative attuata nel 2002 hanno rafforzato la figura del presidente e favorito la sua capacità di costruirsi una maggioranza, riducendo le possibilità della coabitazione. Allo stesso tempo, però, ciò ha fatto dell’elezione del presidente la prima parte di una lunga campagna elettorale, priva di sostanziale soluzione di continuità, che si concluderà solo il 17 giugno.

I socialisti partono con ogni evidenza favoriti e, tuttavia, la vittoria di misura di Hollande (che ha ottenuto il 28,6% dei voti validi al primo turno e il 51,62% al secondo) rende l’appuntamento delle legislative molto delicato e non scontato nell’esito. Hollande lo affronta con un governo che vede rappresentate tutte le anime del partito (oltre ai radicali di sinistra e ai verdi), ma per il quale egli ha scelto la guida non di Martine Aubry, bensì del suo fedelissimo (oltre che capacissimo) Jean-Marc Ayrault, capogruppo uscente all’Assemblea nazionale e popolare sindaco di Nantes. L’assenza della Aubry è, in qualche modo, compensata dalla nomina di Laurent Fabius, nel 2005 capofi la nel partito dei sostenitori del no al referendum sul Trattato costituzionale, al ministero degli Esteri, dove era previsto l’arrivo dell’europeista (ed ex sostenitore di Dominique Strauss-Kahn) Pierre Moscovici, che invece è stato nominato ministro dell’Economia. Tuttavia, la mancata attribuzione a Fabius del ruolo di “segretario di Stato” e la più generale tendenza in atto negli Stati membri dell’UE alla marginalizzazione dei ministri degli Affari esteri nella gestione della politica europea (avocata direttamente dal capo dell’esecutivo e con un ruolo sempre più determinante dei ministri dell’Economia e degli Affari europei) consente di interpretare la nomina al dicastero dell’Economia di Moscovici (che è stato il direttore della campagna elettorale di Hollande) come il segno più evidente del forte profilo europeista di un esecutivo che conta ben quattro deputati europei tra i ministri e che vede in Moscovici (a sua volta deputato a Strasburgo nella precedente legislatura) l’uomo chiave nella delicata partita della “rinegoziazione” del fiscal compact.

Tuttavia, il governo potrà rimanere inalterato nella sua composizione e considerarsi pienamente operativo solo se le urne gli daranno in Parlamento una corrispondente maggioranza, il cui conseguimento costituirà quindi, fino al 17 giugno, il principale obiettivo di Hollande. Il mancato accordo tra il Partito Socialista e i partiti raggruppati nel Fronte di sinistra riguardo alle candidature uniche nelle circoscrizioni in cui la sinistra rischia di non andare al ballottaggio mostra che, come era prevedibile, il PS punta a una maggioranza autosufficiente (e, specularmente, che il Fronte di sinistra vuole essere determinante), ma proprio per questo è difficile immaginare scelte definitive sul versante europeo da parte di Hollande prima delle elezioni. D’altronde, proprio l’annunciata sostituzione dei ministri che non risulteranno eletti nei rispettivi collegi potrebbe avere ripercussioni non secondarie sul profilo e sulla composizione dell’esecutivo, visto che tra i ministri che si dovranno misurare con una elezione non scontata (essendo candidati in circoscrizioni in cui alle presidenziali Sarkozy ha battuto Hollande) ci sono fedelissimi del presidente, come Stéphane Le Foll, Aurélie Filippetti e, soprattutto, Pierre Moscovici.

In attesa di vedere se le elezioni legislative daranno a Hollande e al Partito Socialista una maggioranza autosufficiente e se la compagine di governo risulterà confermata, è dunque difficile determinare il carattere e l’esito della sfida europea del nuovo presidente francese. In occasione dell’evento parigino organizzato dalla FEPS e dalle altre Fondazioni progressiste, Hollande ha chiarito alcuni aspetti politici e procedurali della sua sfi da sulla “rinegoziazione” del fiscal compact, affermando che avrebbe bloccato la ratifica del Trattato in assenza di un suo completamento nella direzione della crescita. Effettivamente, nonostante per l’entrata in vigore del fiscal compact siano necessarie, sulla carta, solo dodici ratifiche, si tratta di una posizione negoziale efficace se a prenderla è un paese come la Francia, soprattutto dopo il rafforzamento delle spinte alla crescita negli altri paesi europei, che stanno inducendo a rinviare il voto parlamentare sul trattato fiscale, e alla luce del fatto che la stessa Merkel non può procedere alla ratifica senza il concorso dell’SPD. Restano, però, da precisare il contenuto delle misure per la crescita e la solidarietà, che saranno oggetto del negoziato con Berlino e con Bruxelles, e la forma politico-istituzionale che Hollande e i suoi alleati vorranno dare loro.

Per quanto riguarda il primo aspetto, nella bozza di memorandum per i leader dell’UE circolato informalmente all’indomani dell’elezione di Hollande figuravano quattro punti: il rafforzamento del ruolo (e l’aumento del capitale) della BEI, i project bond, la tassa sulle transazioni finanziarie (Financial Transaction Tax, FTT) e un utilizzo più finalizzato alla crescita dei fondi strutturali e del bilancio dell’Unione. Si tratta di obiettivi importanti e, al tempo stesso, realistici. Tuttavia, di fronte al precipitare della crisi, resta da vedere se essi da soli sarebbero in grado di determinare un arresto della spirale recessiva. La proposta di project bond avanzata dalla Commissione e su cui è stato raggiunto l’accordo tra Parlamento e Consiglio costituisce, infatti, un semplice “progetto pilota” volto a finanziare con titoli europei un fondo di garanzia per gli investimenti privati, che, pur rappresentando un’importante innovazione, ben difficilmente potrà avere un impatto macroeconomico apprezzabile. A sua volta, l’idea di utilizzare meglio i fondi strutturali potrà arrecare dei benefici, che, tuttavia, non saranno particolarmente rilevanti in assenza di un aumento, ad oggi assai improbabile, del bilancio per il 2013 (oltre che del successivo quadro pluriennale 2014-20), anche a causa dell’annunciata carenza di risorse per i pagamenti dei progetti già avviati. Infine, se alcuni paesi si oppongono alla ricapitalizzazione della BEI (che peggiorerebbe la situazione dei loro conti pubblici), occorre sapere che, poiché le procedure di armonizzazione fiscale richiedono l’unanimità mentre il Regno Unito si ostina al veto, la FTT, nell’attesa di una svolta politica a Londra, potrà verosimilmente essere realizzata solo mediante una procedura di cooperazione rafforzata o attraverso provvedimenti “gemelli” nei diversi paesi dell’eurozona e, quindi, senza la copertura della piazza di Londra (dove avviene il 75% delle transazioni finanziarie europee) e senza la possibilità di utilizzare direttamente le sue risorse per alimentare il bilancio dell’UE, come invece prevede la proposta della Commissione su cui il Parlamento europeo ha appena espresso il suo parere positivo.

Per rilanciare la crescita potrebbe, quindi, divenire necessario affiancare al rafforzamento della BEI l’introduzione di una qualche forma di golden rule, che scorpori una parte degli investimenti dal Patto di stabilità, come richiesto dal governo italiano e dal gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo: un obiettivo ambizioso, che costituirebbe una effettiva revisione del fiscal compact e che attualmente appare molto osteggiato sia dal governo tedesco che dalla Commissione europea; è probabilmente per questo motivo che Hollande non lo ha sinora menzionato pubblicamente. A sua volta, una manovra anticiclica fondata sul rilancio degli investimenti pubblici renderebbe necessario il rafforzamento sia dei meccanismi di stabilità per la gestione della crisi dei debiti sovrani (attraverso l’istituzione di un Fondo per la redenzione del debito che sostituisca una parte del debito europeo con eurobond) che del ruolo di “prestatore di ultima istanza di fatto” della BCE (che appaiono entrambi, peraltro, sempre più urgenti per far fronte al deteriorarsi della situazione greca e alla crisi delle banche spagnole). Nel Consiglio europeo informale del 23 maggio Hollande ha lanciato con forza la proposta di eurobond, mostrando al tempo stesso una cauta apertura nei confronti di Monti sulla golden rule, mentre alla vigilia del vertice la bozza di memorandum è stata ufficialmente ritirata. Al di là del prevedibile duro scontro con la Merkel che ciò ha determinato, è evidente che la vera e propria trattativa non è ancora iniziata e che occorrerà attendere le elezioni legislative francesi (e anche quelle greche) per una effettiva definizione della piattaforma di Hollande della “rinegoziazione”.

L’altro aspetto cruciale è quello politico-istituzionale. In sostanza, occorre vedere se Hollande privilegerà l’idea di un growth compact, ossia di una integrazione del fiscal compact sul suo stesso terreno (cioè quello intergovernativo), ad esempio attraverso un protocollo aggiuntivo da allegare a esso, o se verrà scelta la strada di un growth pack, ossia di un pacchetto di misure legislative dell’UE volte a emendare e integrare il quadro normativo attuale come definito da ultimo dal cosiddetto six pack (cioè il pacchetto di regolamenti e direttive che, nel novembre 2011, ha riformato il Patto di stabilitàrafforzando considerevolmente i meccanismi di controllo preventivo e di correzione della disciplina di bilancio). Graziesoprattutto all’azione svolta dalla Commissione e dal Parlamento europeo nel corso dei negoziati, il fiscal compact (che, giuridicamente, è un trattato internazionale esterno al sistema giuridico dell’UE) ha finito per limitarsi a prescrivere dei particolari meccanismi attuativi di norme già definite a livello della legislazione dell’UE. Proprio per questo, esso può essere di fatto emendato anche senza modificarne il testo, ma solo le corrispettive norme del diritto dell’UE; nel momento in cui scriviamo, un tentativo in tal senso, che punta a inserire in due nuovi regolamenti sulla disciplina e la sorveglianza di bilancio attualmente in discussione (il cosiddetto two pack) proprio la golden rule sugli investimenti e il Fondo per la redenzione del debito, è in atto da parte del gruppo SD al Parlamento europeo. Al di là del possibile contenuto di un growth pack, la questione della natura giuridico-istituzionale del negoziato sulla crescita è assai meno bizantina di quanto possa apparire e investe la prospettiva, i caratteri e il tasso di legittimazione democratica di un futuro governo economico europeo. Anche per questo, la sfida lanciata da Hollande per una svolta della politica economica dell’UE è assai impegnativa e al contempo aperta a risultati differenti. Dai suoi caratteri e dal suo esito dipenderà probabilmente non solo il futuro politico della seconda presidenza socialista di Francia, ma anche il destino dell’intera costruzione europea.

 

Articolo pubblicato sul numero 6\2012 di ItalianiEuropei. Per visualizzare il numero, clicca qui

LA ROAD MAP DEL PARLAMENTO EUROPEO PER BATTERE LA CRISI

Il Parlamento europeo si presenta all’appuntamento decisivo del

Consiglio europeo con proposte precise e non con semplici appelli. Una

rinnovata strategia per la crescita, la solidarietà e la stabilità

dell’eurozona che sia all’altezza della crisi in atto e che consenta

di salvare la costruzione europea impone di intervenire in modo

incisivo in tre ambiti: la gestione dei debiti sovrani, il nesso

sviluppo-disciplina di bilancio e la regolamentazione dei mercati

finanziari (e delle banche). Il tutto, nel quadro di un rilancio del

metodo comunitario e delle istituzioni dell’Unione volto a rafforzare

la dimensione democratica del nascente “governo economico europeo”,

che se affidato solo alla dimensione intergovernativa e alla supplenza

della Bce porrebbe crescenti questioni di legittimità e di effettiva

eguaglianza dei diritti tra i cittadini dell’Unione.

Su ciascuno di questi piani nelle ultime settimane il Parlamento

europeo ha preso importanti iniziative il cui rilievo non è dato solo

dal merito delle proposte avanzate, ma soprattutto dal loro carattere

legislativo. Non risoluzioni e ordini del giorno insomma, ma

emendamenti a proposte di regolamenti della Commissione che, se

confermati dal Consiglio, avrebbero immediata e diretta efficacia

normativa.

La proposta più rilevante è l’inserimento in uno dei due regolamenti

che costituiscono il cosiddetto “two pack” sulle procedure rafforzati

di sorveglianza e controllo dei bilanci nazionali da parte della

Commissione, di un nuovo capitolo che contiene l’istituzione di un

“Fondo di redenzione del debito”. Si tratta di una rielaborazione di

uno dei modelli di eurobond prospettato mesi fa dal Consiglio degli

esperti economici tedeschi, e che i negoziatori del Parlamento europeo

avevano già proposto di inserire nel “fiscal compact”. Nel Fondo di

redenzione confluirebbero i debiti pubblici superiori al 60%, che

verrebbero rifinanziati con obbligazioni del fondo garantite

collettivamente, e che quindi avrebbero uno spread molto inferiore di

quello dei titoli dei paesi sotto attacco, alleggerendo

significativamente il peso della spesa per interessi sui rispettivi

bilanci nazionali.

Nello stesso regolamento il Parlamento ha inserito l’istituzione di

una “growth facility” con risorse pari all’1% del Pil dell’Unione,

mentre l’opportunità della definizione di regole nuove per la

sorveglianza e controllo delle politiche di bilancio ha consentito di

rafforzare alcuni elementi di flessibilità presenti nel patto di

stabilità e di crescita, imponendo ad esempio alla Commissione di

valutare maggiormente l’impatto degli squilibri macroeconomici tra i

paesi dell’unione sulla situazione di bilancio dei singoli paesi. Per

una manciata di voti non è stato possibile rafforzare questa parte del

regolamento con l’introduzione di una vera e propria “golden rule”,

che avrebbe esplicitamente consentito alla Commissione di scorporare

quella parte di investimenti pubblici collegati alla strategia dell’Ue

per la crescita e l’occupazione. La fortissima pressione politica

esercitata dalla CDU tedesca sui deputati del PPE di alcuni paesi

beneficiari di aiuti ha impedito l’approvazione dell’emendamento ma

ormai, anche per lo stretto margine del voto, il tema è sul tavolo e

il gruppo SD lo riprenderà con forza nei prossimi mesi. Sempre sul

fronte della crescita e degli investimenti il Parlamento è unito nel

duro e decisivo scontro con il Consiglio sul prossimo quadro

finanziario multi annuale (2014-2020): un vero banco di prova per la

effettiva volontà di rilanciare il progetto europeo e che ad oggi vede

il fronte degli stati membri, Germania in testa, arroccato sulla

richiesta di una inaccettabile e insostenibile riduzione del bilancio

dell’Unione.

Infine, il Parlamento europeo ha concesso il proprio parere positivo

alla proposta legislativa che istituisce una tassa sulle transazioni

finanziarie, che avrebbe una funzione decisiva non solo sul fronte

delle risorse proprie dell’Unione ma anche su quella di un

riorientamento dei mercati dalla speculazione allo sviluppo.

Approvando in più un emendamento che da il via libera ad una procedura

di “cooperazione rafforzata” (limitata cioè all’eurozona o a un minimo

di nove paesi) nel caso in cui permanesse il veto del Regno Unito

all’introduzione della tassa.

Senza dimenticare le prospettive dell’unione politica, con un proprio

rapporto di iniziativa sul futuro delle istituzioni europee che ha

appena preso le mosse, il Parlamento europeo mette dunque sul tavolo

dei capi di stato e di governo un pacchetto di provvedimenti e di

proposte ambizioso e al tempo stesso realistico. Gli attuali rapporti

di forza nel Consiglio europeo e il recente episodio relativo a

Schengen inducono a scarso ottimismo sulla

recettività dei governi e sulla portata delle decisioni che verranno

prese il 28 e 29 giugno. Ma finito il vertice, gli emendamenti

approvati dal Parlmento rimarranno in campo nel complicato percorso

della procedura legislativa dell’Unione. Ed e probabile che gli

sviluppi della crisi li riporteranno presto al centro della

discussione.

 

 

Roberto Gualtieri, da L’Unità del 17 giugno 2012.

IN NESSUN PAESE D’EUROPA SI VOTA LA COALIZIONE

Le critiche alla bozza di intesa sulla nuova legge elettorale ripropongono alcuni degli stereotipi politico-culturali che sono stati alla base della stagione della Seconda Repubblica e del berlusconismo.

La prima accusa rivolta alla nuova «bozza Violante» è che votando il partito e non la coalizione i cittadini verrebbero privati del diritto di scegliere il governo. Si tratta di una critica del tutto eccentrica alla cultura istituzionale europea, il che d’altronde non dovrebbe stupire visto che il peculiare modello di bipolarismo di coalizione edificato a partire dagli anni novanta, prima con il «mattarellum» e poi con la legge Calderoli, non ha eguali in nessuna altra democrazia occidentale.

Come dovrebbe essere noto, l’elezione diretta del governo da parte dei cittadini è prevista solo nei sistemi di tipo presidenziale, nei quali però è sempre scollegata dall’elezione del Parlamento, che (come Obama sa bene) costituisce un contrappeso formidabile al potere dell’esecutivo ed è del tutto indipendente da esso. Al contrario, proprio l’identificazione tra maggioranza parlamentare e maggioranza di governo tipica dei sistemi parlamentari ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier e in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, privi di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare. Il bipolarismo di coalizione della Seconda Repubblica, e in particolare il “maggioritario di lista” della legge Calderoli, hanno determinato una deleteria e del tutto unica “ibridazione” tra presidenzialismo e parlamentarismo non solo per l’indicazione sulla scheda del candidato premier, ma anche per l’invenzione della figura giuridica della «coalizione».

Negli altri Paesi democratici gli elettori votano sempre e solo candidati o liste di partito, e mai «coalizioni» precostituite. Il profilo identitario di queste ultime, infatti, non può che coincidere con quello del «leader di coalizione», trasformando la competizione in un simulacro di elezione presidenziale e innescando una dinamica politica che incentiva gli elementi ideologici del conflitto e disincentiva l’emergere di grandi partiti di tipo europeo.

La risposta a questa prima critica alla «bozza Violante» è dunque semplice: se si vuole eleggere direttamente il governo occorre un sistema presidenziale, mentre nei regimi parlamentari si votano i partiti e i loro candidati (mai le coalizioni), che formano la maggioranza in parlamento.

La seconda accusa riguarda il carattere proporzionale del meccanismo proposto, che – si dice – determinerebbe la fine del bipolarismo. Anche in questo caso siamo di fronte a una critica priva di fondamento, anzitutto storico. Sarebbe infatti facile ricordare che nella Prima Repubblica quel che mancava non era il bipolarismo, ma l’alternanza, bloccata non dal proporzionale ma dall’esistenza del più grande partito comunista d’occidente, e che oggi la maggior parte dei Paesi europei (e peraltro tutti quelli dell’euro con la tripla A) hanno sistemi proporzionali che non impediscono in alcun modo l’alternarsi di maggioranze di segno diverso.

È tuttavia legittimo preoccuparsi che il sistema elettorale favorisca la governabilità attraverso delle correzioni di tipo maggioritario, che è appunto quanto fa la «bozza Violante».

Personalmente, ritengo che la via maestra per raggiungere questo obiettivo sia lo stabilimento di una soglia di sbarramento alta (il 5%) e rigorosa, evitando diritti di tribuna che rischierebbero di vanificare l’obiettivo della semplificazione del sistema politico. In secondo luogo, è possibile ridurre la dimensione delle circoscrizioni o modulare il meccanismo dello «scorporo» tra collegi uninominali e liste proporzionali in modo da sovrarappresentare i partiti maggiori senza penalizzare troppo le forze intermedie.

Infine, esiste la strada del cosiddetto «premietto», che mi sembra la meno efficace ma che comunque determinerebbe un risultato analogo. Quel che è certo è che solo se si percorrerà con decisione la strada europea di una democrazia parlamentare incentrata su grandi partiti sarà possibile aprire una nuova pagina della vita nazionale.

Archiviando per sempre non solo la figura di Silvio Berlusconi, ma l’impianto politico-culturale che ne ha determinato l’egemonia per un ventennio.

Naturalmente, e qui veniamo al merito della seconda obiezione, in molti Paesi la legge elettorale favorisce la formazione di una maggioranza. Non c’è il rischio che un sistema proporzionale determini instabilità e ingovernabilità.

Come è noto, in un paese ipermaggioritario come il Regno Unito, nessuno si scandalizza per un cambio di premier in corsa (da Thatcher a Major, da Blair a Brown), e l’alleanza Cameron-Clegg si è formata in parlamento dopo le elezioni.

Nei sistemi parlamentari, al contrario, proprio perché il governo è espressione della maggioranza parlamentare ha il suo necessario punto di equilibrio nell’assenza di legittimazione diretta del premier (che non è né eletto né indicato sulla scheda, e non può avere il potere di scioglimento delle camere), in una piena sovranità del Parlamento e dei suoi membri, e nell’assenza di vincoli al loro mandato nella gestione del rapporto fiduciario con il governo e nella definizione della maggioranza parlamentare.

Da “L’ UNITA’” di mercoledì 4 aprile 2012

Un altro «progressismo» dev’essere possibile

Sono convinto che la crisi che stiamo sperimentando impone l’affermazione di un nuovo «europeismo progressista» in grado di fondere le ragioni di una democrazia sociale basata sulla centralità della persona e i principi di eguaglianza, libertà positiva ed etica del lavoro con l’obiettivo dell’Europa politica. E che ciò comporta un rinnovamento non solo dei programmi ma delle culture politiche, che richiede un dialogo profondo con il pensiero cattolico.

Tutte le stagioni della storia europea hanno avuto un profondo impatto trasformativo sulle culture politiche. Dopo il 1945 si affermò una dialettica aspra, ma virtuosa, tra un nuovo cattolicesimo democratico e sociale e un movimento dei lavoratori capace di conciliare classe e nazione sul terreno della democrazia. La successiva stagione neoconservatrice ha polarizzato quella dialettica, da un lato determinando una destrutturazione del campo centrista e lo spostamento a destra del popolarismo europeo, dall’altro trasformando il campo progressista sulla linea di un globalismo neoliberale protagonista della finanziarizzazione dell’economia e segnato dal primato di una cultura dei diritti di stampo individualista e laicista (come figure emblematiche dei due campi possiamo individuare, rispettivamente, Berlusconi e Sarkozy, Blair e Zapatero). Oggi la crisi sta innescando una europeizzazione senza precedenti dei processi politici ed economici. Gli inediti vincoli sulle politiche di bilancio e i nuovi meccanismi di stabilizzazione determinano uno spostamento di sovranità solo pochi anni fa inimmaginabile, che non potrà non avere un impatto fortissimo sui sistemi politici nazionali. In questa evoluzione emerge un nuovo «europeismo conservatore» a guida tedesca, che va distinto sia dal liberismo antieuropeista che dal populismo, ma che non appare dotato della forza egemonica sufficiente ad offrire all’Ue una guida capace di superare la crisi.

La sua linea infatti (difesa della manifattura continentale attraverso deflazione salariale nella periferia dell’eurozona come alternativa alla svalutazione, primato del metodo intergovernativo su quello comunitario) non è espansiva né sul piano politico né su quello sociale, e intorno a essa e ai suoi dilemmi (l’«Europa tedesca» di Merkel o la «Germania europea» di Kohl?) si sta consumando un duro scontro interno alla stessa Cdu.

La capacità dei progressisti di divenire il perno di una grande alleanza politica e sociale per l’Europa politica contribuirà non poco a determinare l’esito di questo scontro e l’evoluzione dell’«europeismo conservatore».

Parlare di grande alleanza non vuol dire affatto rinunciare a perseguire l’alternanza di governo nei singoli Paesi, ma significa riconoscere che, a livello delle istituzioni europee, lo schema bipolare non funziona e che l’Ue può essere governata solo da una «grande coalizione» che, assieme ai socialisti e democratici, coinvolga le componenti europeistiche popolari e liberali. Per affrontare questo compito e definire una credibile agenda per un’Europa della stabilità, della crescita, della solidarietà e della democrazia, occorre un profondo rinnovamento culturale che vada oltre i tradizionali confini del socialismo. In tale evoluzione il contributo che può venire dal pensiero cattolico è centrale: nella affermazione, per citare il cardinale Bagnasco, del duplice «primato del lavoro sul capitale» e «dell’uomo sul lavoro», nella definizione della centralità della persona nella «nuova sintesi umanistica» proposta nella Caritas in veritate.

E ancora: nell’elaborazione di una idea ricca di democrazia che persegue la prospettiva federale, ma che alle scorciatoie giacobine dell’ingegneria istituzionale preferisce la via maestra di matrice degasperiana fondata sullo sviluppo parallelo del metodo comunitario e di una robusta società civile europea imperniata sui suoi corpi intermedi e organizzata sulla base dei principi della sussidiarietà, della laicità positiva, dell’accoglienza e della gratuità.

In questo quadro, se il ruolo peculiare della cultura cattolico democratica nel Pd può fare di esso un protagonista della costruzione del nuovo europeismo progressista che sfoci in un partito dei socialisti e dei democratici europei capace di fungere da perno di una più vasta alleanza per l’Europa politica, il tema di un dialogo diretto con la Chiesa cattolica riguarda l’insieme del campo progressista. Ed esso deve essere avviato senza indugi e senza timidezze.

Roberto Gualtieri, da Avvenire del 7 marzo 2012.

Un governo democratico dell’euro

Con la firma da parte di 25 capi di stato e di governo del trattato intergovernativo sulle politiche di bilancio (il cosiddetto “fiscal compact”) il complesso e disordinato processo di costruzione di un governo economico europeo innescato dalla crisi economica e finanziaria conosce una nuova significativa tappa. Occorre innanzitutto dire che, a dispetto dell’enfasi con cui la cancelliera Merkel lo ha salutato, il trattato non determina un ulteriore irrigidimento dei già molto stringenti vincoli al deficit e al debito introdotti in novembre dai nuovi regolamenti approvati dal Consiglio e dal Parlamento europeo (il cosiddetto “six pack”, che ha riformato il patto di stabilità). In sostanza, l’innovazione principale del fiscal compact è un impegno da parte dei Parlamenti nazionali a inserire nella legislazione interna (preferibilmente ma non obbligatoriamente a livello costituzionale) dei meccanismi che assicurino il rispetto di tali vincoli. Viste le pesanti sanzioni già previste dal six pack, tutto ciò risulterà probabilmente superfluo, ma dal punto di vista della Germania e della sua fragile coalizione di governo questa maggiore solennità nell’impegno al rispetto del nuovo patto di stabilità costituiva una condizione (a quanto si vede non l’unica) per il rafforzamento del fondo salva-stati (Esm) e per il via libera alla secondo pacchetto di aiuti alla Grecia.

Questo esito tutto sommato positivo del complesso negoziato che ha definito il trattato non era affatto scontato. Basta leggere la prima bozza elaborata alla fine di dicembre per vedere come vi fosse il rischio duplice di un irragionevole ulteriore appesantimento dei limiti al deficit e al debito, e della edificazione di una governance intergovernativa parallela, più discrezionale e meno democratica ed efficace di quella comunitaria imperniata sulla Commissione. Questo rischio è stato sventato dall’azione negoziale delle istituzioni comunitarie (Parlamento e Commissione) e di alcuni stati, con in prima fila l’Italia. Grazie anche alla notevole forza ed autorevolezza dimostrata dal Presidente Monti, l’Italia è riuscita ad evitare che sul fronte della riduzione del debito si andasse oltre le già straordinariamente severe norme previste dal “six pack” (negoziato dal governo Berlusconi). A loro volta, Parlamento e Commissione (sostenuti anche dall’Italia) hanno letteralmente “smontato” gli elementi intergovernativi del trattato, riaffermando il primato della legge dell’Unione e il ruolo centrale delle istituzioni comunitarie (ad esempio prevedendo l’implementazione del fiscal compact attraverso le procedure comunitarie e la sua futura incorporazione nei trattati Ue, e sostituendo per il calcolo del pareggio di bilancio il criterio di “deficit strutturale annuale” con quello di “obiettivo di medio termine”, esistente nella legislazione europea). Dal suo canto, la Germania è riuscita a inserire un esplicito vincolo tra la ratifica e l’implementazione del trattato e la possibilità di accedere ai prestiti dell’Esm, e a rafforzare (almeno sulla carta) il meccanismo sanzionatorio e il ruolo della Corte di giustizia europea.

Questa maggiore aderenza del fiscal compact alla legislazione e alle istituzioni dell’Unione europea se da un lato ne ha (positivamente) ridotto la portata innovativa sul piano economico, dall’altro ne ha rafforzato l’impatto politico sul processo, attualmente in corso e senza precedenti, di trasferimento della sovranità dal livello nazionale a quello europeo. Un processo destinato a trasformare irreversibilmente i sistemi politici nazionali e le loro dinamiche. Ma che diverrà sostenibile solo se saprà affiancare al rigore di bilancio la costruzione di politiche e di strumenti (dotati di adeguate risorse) per la crescita, gli investimenti, la coesione sociale e territoriale e per la gestione comune del debito. E se edificherà un governo economico dell’euro democratico, imperniato su un metodo comunitario rinnovato ed animato dal ruolo attivo dei partiti politici europei.

– – –

Roberto Gualtieri (uno dei tre negoziatori del parlamento europeo del fiscal compact), da “il Messaggero” del 03.03.12

l’unita’ dei progressisti, ecco l’Europa politica

 

Il ciclo di iniziative pubbliche promosse dalla Fondazione di studi progressisti europei (Feps) nelle principali capitali dell’Ue, che avrà il suo primo appuntamento in Francia il 16 e 17 marzo, dove i maggiori leader delle forze socialiste e democratiche continentali sottoscriveranno la “Dichiarazione di Parigi”, costituisce un fatto politico di grande importanza. Esso segnala come sia in atto un mutamento profondo e del tutto inedito nelle dinamiche politiche dell’Ue e nel rapporto tra la loro dimensione nazionale e quella europea. Ad essere particolarmente significativa non è infatti tanto la presenza sullo stesso palco – pure in sé assai rilevante – di Hollande, Bersani, Gabriel, Di Rupo, Schulz, D’Alema, Swoboda, Aubry, Stanishev. Ciò che rappresenta la maggiore novità è che l’evento organizzato dalla Feps costituirà uno dei momenti centrali della campagna presidenziale francese. Non quindi un omaggio di rito alla retorica dell’integrazione né una semplice iniziativa tematica, ma uno degli appuntamenti qualificanti nella definizione del profilo generale e della credibilità complessiva della proposta politica di Hollande.

Se si considerano gli sviluppi tumultuosi ancorché contraddittori che il processo di integrazione ha conosciuto dopo l’esplosione della crisi dei debiti sovrani, tutto ciò non dovrebbe stupire. La crisi ha scosso le fondamenta della costruzione europea ma al tempo stesso ha enfatizzato la natura comune delle sfide e la necessità di definire soluzioni a livello dell’Unione. Sia pure sulla base di un impianto politico-economico pericolosamente inadeguato, perché incentrato sulla linea dell’austerità e sul primato del metodo intergovernativo, il processo di integrazione ha compiuto dei balzi in avanti che solo pochi anni fa sarebbero stati inconcepibili, con la costituzione dei “fondi salva-stati” ed una profonda revisione del patto di stabilità che ha limitato in misura sostanziale la sovranità degli stati membri sulle politiche di bilancio. La conseguenza è che l’Europa è entrata prepotentemente nelle politiche nazionali (così come le questioni interne ai principali paesi hanno condizionato notevolmente la politica europea). Angela Merkel partecipa attivamente – ed è anch’essa una novità assoluta – alla campagna elettorale di Nicolas Sarkozy, ed era quindi logico che anche il candidato socialista mettesse l’Europa al centro del suo messaggio.

Ciò che è di enorme importanza è che, come testimonia l’evento del 16 e 17 marzo e come emergerà dalla “Dichiarazione di Parigi”, Hollande ha scelto di non limitarsi a criticare l’Europa conservatrice di “Merkozy”, magari solleticando l’orgoglio nazionale dei francesi contro l’Ue e i suoi vincoli. Al contrario, si è impegnato nella definizione di una piattaforma comune dei progressisti dall’impianto fortemente europeistico. Una piattaforma snella ma concreta e innovativa, che coniuga la necessità di garantire la responsabilità delle politiche di bilancio con la definizione a livello dell’Unione di strumenti e politiche per la crescita e per la gestione comune della crisi dei debiti sovrani, e che si caratterizza per la decisa opzione a favore del metodo comunitario e per l’impegno al rafforzamento della democrazia europea.

Il ciclo di eventi promossi dalla Feps e la “Dichiarazione di Parigi” sono particolarmente importanti anche per il Pd. Dopo la positiva esperienza del gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, che ha contribuito non poco a de-ideologizzare il tema della collocazione internazionale, esse vedono il Partito democratico impegnato in prima fila nel processo di concreta costruzione di una grande alleanza progressista dei socialisti e dei democratici sul terreno di un inequivoco e ambizioso europeismo. D’altronde, forse non è casuale che un’iniziativa di questo tipo sia partita proprio da un soggetto come la Feps, che si definisce progressista nel nome e che è presieduta da un esponente del Partito democratico, piuttosto che dal Pse (che pure è coinvolto e parteciperà con il suo Presidente). E’ segno che la peculiare identità del Pd e il costitutivo pluralismo dei filoni politico-culturali che, in ragione delle particolarità della storia d’Italia, ne compongono il Dna, rappresentano un valore aggiunto e un lievito prezioso nella fondazione di quel nuovo “europeismo progressista” la cui affermazione costituisce ormai una necessità storica e una condizione per la salvezza dell’Europa.

Roberto Gualtieri, da l’Unità del 25 febbraio 2012.

UN GOVERNO PER L’EUROPA

La formazione del governo Monti rappresenta una straordinaria opportunità per rilanciare il ruolo e il profilo europeo dell’Italia. La sua costituzione avviene in un contesto segnato dal nesso strettissimo tra crisi italiana e crisi europea, e la sfida centrale che avrà di fronte sarà quella di cambiare il segno di tale nesso. Non solo rassicurando i mercati e garantendo il risanamento dei conti, ma perseguendo un duplice obiettivo: contribuire a costruire un vero governo economico dell’Ue e indirizzare la transizione italiana verso una moderna democrazia dell’alternanza fondata su partiti di tipo europeo, che archivi la stagione del bipolarismo di coalizione, della personalizzazione della politica e della demonizzazione reciproca.

La figura di Monti e il processo politico che lo ha portato a Palazzo Chigi consentono di affrontare questi nodi in una prospettiva nuova. Per quanto riguarda il primo aspetto, basti ricordare il suo recente “Rapporto sulla nuova strategia per il mercato unico”, in cui si propone all’Europa di rafforzare il legame tra mercato interno e diritti sociali, si delinea un percorso credibile per l’emissione degli Eurobond, si suggeriscono misure di coordinamento fiscale, si sottolinea la necessità di una regolazione dei mercati finanziari tesa ad incentivare gli investimenti produttivi a medio-lungo termine a scapito degli impieghi speculativi a breve. Sono posizioni esemplari non solo per il merito, ma perché indicano una inequivoca opzione per il metodo comunitario come l’unica strada per rendere efficace e democratico il governo dell’economia europea. Che tale linea sarà ora rappresentata in sede di Consiglio europeo da un paese importante come l’Italia è un fatto di grande importanza, visto che nei prossimi mesi su questi temi si giocherà una partita cruciale. Il rischio concreto, infatti, che l’assenza di un governo italiano autorevole ha finora accentuato, è quello che di fronte alle difficoltà della riforma dei Trattati richiesta dalla Merkel si imbocchi una direzione esclusivamente “intergovernativa”, magari regolata da un trattato ad hoc a 17 tra i membri dell’Eurozona, che oltre a lacerare irrimediabilmente l’Ue sarebbe squilibrata nella sua sostanza democratica ed incapace di affiancare alle esigenze di rigore efficaci misure di sviluppo. Il governo Monti rafforzerà in modo significativo il campo di coloro che puntano a valorizzare fino in fondo il metodo comunitario e le potenzialità ancora inespresse del Trattato di Lisbona per dare nuovi strumenti di governo all’eurozona imperniati sulle istituzioni comuni e capaci di compendiare stabilità e crescita, solidarietà e democrazia, creando al tempo stesso le condizioni per una riforma dei trattati adeguatamente ambiziosa e sufficientemente realistica.

Altrettanto cruciale è la sfida dell’europeizzazione dell’Italia. Non solo sul versante del sistema economico sociale, ma su quello del modello politico-istituzionale. La dinamica politica che ha portato alla formazione del governo Monti ci offre l’opportunità di superare in modo consensuale il sistema bipolare della seconda Repubblica, causa non secondaria della attuale debolezza politica dell’Italia, archiviandone i due elementi portanti: il leaderismo ed il sistema delle coalizioni “coatte”. Sono due elementi strettamente collegati tra loro, intimamente costitutivi della cultura politica della seconda repubblica e formalizzati in modo diverso sia nella legge Mattarella che nella Calderoli, entrambe basate su un maggioritario di coalizione che enfatizza il ruolo del candidato premier ed il potere negoziale delle formazioni minori: un cattivo surrogato del presidenzialismo che ha ostacolato la costruzione di veri partiti politici di tipo europeo ed ha accentuato la polarizzazione politica interna in forme incompatibili con il contesto istituzionale ed economico dell’Ue.

Il modo in cui il Pd ha saputo cogliere l’occasione, lungamente perseguita, di una inedita, positiva convergenza dei maggiori partiti intorno a Monti denota anche la piena consapevolezza della necessità di voltare pagina rispetto alle forme di un bipolarismo di coalizione sconosciuto negli altri paesi europei. E’ quindi auspicabile che questa occasione non venga sprecata, stabilendo gli adeguati collegamenti tra il governo e la maggioranza che lo sostiene e compiendo, da parte di tutti gli attori in campo, gli sforzi per avviare finalmente un serio processo riformatore che, a partire dalla legge elettorale, metta da parte quei veti e tabù verso la fisiologia del parlamentarismo che in questi anni hanno bloccato ogni tentativo di riforma e di europeizzazione del nostro sistema politico-istituzionale.

Per il testo integrale dell’articolo pubblicato su “l’Unità”, clicca qui.

LA SFIDA DEMOCRATICA DELL’UNIONE EUROPEA

Il momento delicatissimo attraversato dall’Europa impone una riflessione di fondo sul nesso tra stato nazionale e integrazione europea, sul modo in cui esso è stato declinato nel corso del tempo e sulle sue prospettive di fronte a una crisi epocale come quella che sta scuotendo l’economia europea e mondiale nel quadro di una più generale trasformazione in senso multipolare del sistema internazionale. Ad essere messo prepotentemente in discussione sotto i colpi della crisi non è solo l’avvenire dell’euro ma l’intero equilibrio, che per oltre un decennio era sembrato illusoriamente possibile garantire, tra un’unificazione limitata alla moneta e allo sviluppo del mercato comune da un lato e, dall’altro, la sopravvivenza degli elementi di fondo del compromesso sociale (la cosiddetta “economia sociale di mercato”) e del patto di cittadinanza sulla cui base si è edificata la democrazia postbellica.

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