Roberto Gualtieri

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Ingerenze vaticane e pluralismi etici

“I cittadini dei paesi terzi, come i cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un’infrazione amministrativa”, e sul progetto di direttiva del Parlamento europeo sul rimpatrio dei clandestini “mi ritrovo personalmente nell’opinione espressa dalla minoranza a Bruxelles” (arcivescovo Marchetto, Segretario del Consiglio vaticano per i migranti).

“Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità provocata da situazioni ambientali avverse. […] La crescente globalizzazione dei mercati non sempre favorisce la disponibilità di alimenti ed i sistemi produttivi sono spesso condizionati da limiti strutturali, nonché da politiche protezionistiche o da fenomeni speculativi che relegano intere popolazioni ai margini dei processi di sviluppo. Alla luce di tale situazione, occorre ribadire con forza che la fame e la malnutrizione sono inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi ed alle loro conseguenze” (Benedetto XVI nel messaggio letto da Tarcisio Bertone alla Fao).

Meno male che per controbilanciare questi ennesimi intollerabili attacchi della Chiesa alla laicità disponiamo di altre superbe morali:

“Non sono contenta di come la Cina tratta i tibetani e di quello che ha fatto al Dalai Lama, che è un mio amico. Quando è avvenuto il terremoto, ho pensato: può essere dipeso dal karma, quando tu fai una cosa non buona a un’altra persona e poi ti capita qualcosa di male”(Sharon Stone al festival di Cannes).

La laicità positiva

La cinquantottesima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è destinata a rilanciare il dibattito sui rapporti tra religione e politica. Non tanto perché sia il Pontefice che Bagnasco nei loro discorsi hanno fatto apertamente riferimento a questioni politiche e programmatiche che sono al centro della discussione tra i partiti. Tali riferimenti non costituiscono certo una novità, fanno parte della fisiologia del ruolo pubblico di una componente così rilevante della società civile italiana quale è la Chiesa cattolica e – specialmente quelli più direttamente politici – sono stati formulati con equilibrio e senza alcuna partigianeria. Sarebbe quindi auspicabile che non si realizzi la consueta strumentalizzazione delle parole del Papa e del Presidente della Cei, interpretandole come un “endorsement” per questo o quell’esponente politico o, specularmente, denunciandole come un’intromissione che minerebbe la laicità dello Stato.
Ciò che è mutato e che rende necessaria una adeguata riflessione sul contributo delle religioni alla nostra democrazia dunque non è tanto il ruolo attivo e propositivo della Chiesa sui temi centrali nel proprio magistero o sulle questioni fondamentali della vita nazionale, quanto il contesto politico italiano. Con la nascita del Pd e del Pdl si sono infatti gettate le premesse per un superamento del bipolarismo ideologico e frammentato affermatosi nell’ultimo quindicennio. Per le sue caratteristiche strutturali, quel bipolarismo era pericolosamente incline a incentivare una impropria politicizzazione e strumentalizzazione del ruolo della Chiesa, che a sua volta assegnava a quest’ultima un peso diretto nella definizione degli equilibri tra i poli e in quelli interni ad essi (dove delle autonome formazioni “cattoliche” svolgevano un ruolo determinante). Sia pure nella camicia di forza “bipolarizzante” (e quindi deformante) di una pessima legge elettorale, i processi di aggregazione dei mesi scorsi hanno ora posto le premesse per l’apertura di una nuova fase della vita politica italiana, caratterizzata dalla competizione virtuosa tra i partiti per la soluzione dei problemi (e se necessario anche sulla collaborazione sotto forma di grande coalizione) invece che sulla contrapposizione ideologica e pregiudiziale tra due poli precostituiti.
Questo nuovo assetto (specialmente se sarà incentivato da una legge elettorale di tipo proporzionale) appare assai più idoneo del precedente a favorire un rapporto tra religione e politica fondato su quello che il Cardinale Bagnasco ha definito come un “concetto positivo di laicità”, in cui anche le religioni sono chiamate, “come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco”. E può consentire quindi di affrontare finalmente su basi nuove e più mature (oltre che più “laiche”) la questione del contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese. Si tratta di una tema centrale per tutti i partiti italiani, e particolarmente per il Partito democratico. Non solo perché il Pd è la forza che ha fatto dell’incontro con il riformismo cattolico-democratico un elemento costitutivo della propria identità. Ma anche perché di fronte al compito ineludibile della definizione di una cultura politica e di un progetto per l’Italia all’altezza delle sfide del nostro tempo, i valori cristiani e la concreta azione della Chiesa cattolica costituiscono una risorsa fondamentale.
A questo proposito, il recente seminario della Fondazione Italianieuropei su “Religione e democrazia” ha manifestato in primo luogo la consapevolezza della necessità, per una personalità del peso di Massimo D’Alema, di misurarsi direttamente e in prima persona con questi problemi per contribuire all’elaborazione di una nuova cultura politica democratica e riformista. Ed ha avuto come risultato fondamentale l’approdo ad una concezione “positiva” della laicità in sintonia con la definizione proposta da Bagnasco. Tale importante premessa può consentire ora di superare una discussione puramente “metodologica” e di avviare un vero confronto culturale e politico che entri nel merito delle questioni. Su questo terreno, i problemi di un mondo sempre più interdipendente rendono evidente l’inadeguatezza del contrattualismo di matrice liberale e illuministica, che concepisce la società come un’insieme di regole imposte dall’alto (e che da troppi anni a sinistra, nelle forme della cultura azionista, ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi del socialismo). Di fronte alla crescente aridità di tale impianto, la visione proposta dalla Chiesa di una società civile come fonte del diritto (che facendo scaturire le norme dal legame sociale le fonda su un’antropologia non invidualistica e “mercantile”), la difesa della vita e della dignità della persona, l’inedito riconoscimento contenuto nell’enciclica “Spe Salvi” (con un esplicito riferimento al pensiero di Marx) del ruolo svolto dalla dimensione economica e materiale dei rapporti sociali, l’elaborazione e l’azione sui temi della pace, della convivenza tra i popoli e della riforma dell’attuale modello di sviluppo, l’attenzione al problema di un’educazione capace di rafforzare un’etica pubblica innervata dai valori della Costituzione, la centralità assegnata alla sussidiarietà, la riflessione sull’eticità della scienza, rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per chi abbia a cuore il destino dell’Italia e dell’Europa e la definizione di una nuova agenda riformista. Sarà opportuno quindi che la riflessione prosegua e contribuisca ad animare un dibattito e un confronto largo e qualificato, che da troppo tempo è stato rinviato e che è di vitale importanza per il futuro del nostro paese.

(sul Mattino di oggi)

La Cei e il riformismo

Adinolfi ironizza sulla rassegna stampa dedicata al seminario di Marina di Camerota e sui suoi tendenziosi travisamenti. Crediamo di essere facili profeti prevedendo che un’analoga banalizzazione politicista sarà riservata tra poche ore alla bella e importante prolusione di Monsignor Bagnasco all’Assemblea generale della Cei. Aspettiamoci dunque di veder sviscerate le implicazioni sul quadro politico della manifestata attesa di un periodo di “operosa stabilità” (un’attesa che peraltro introduceva un’agenda sui problemi dell’Italia assai diversa da quella ruiniana), e trascurate le importanti notazioni sul “concetto positivo di laicità” in cui “le religioni […] sono chiamate, come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società prulaliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco”. O ignorata la centralità assegnata alla crisi alimentare mondiale e il sostegno all’appello dell’Onu (definito con le parole di Ratzinger il “‘centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentono a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni”‘) per una mobilitazione a sostegno delle popolazioni colpite e per delle “riforme strutturali” che “modifichino le condizioni di ingiustizia”. E di veder trasformate in caricature le riflessioni sulla condizione giovanile (“il problema dei giovani sono gli adulti”), sugli effetti negativi di una concezione mercantile delle relazioni sociali, sull’errore di ritenere che “l’organizzazione della vita giovanile e ancor più il tipo di applicazione intellettuale a cui sono abituati, impressionistica ed episodica, quasi falcidi – dalla base – la possibilità di itinerari distribuiti nel tempo e dunque progressivi e metodici”, sulle implicazioni della diffusione della televisione digitale in Europa rispetto al problema della produzione di contenuti. Tutti temi sui quali il dialogo – e naturalmente la discussione – con la Chiesa è essenziale per chi abbia a cuore il destino dell’Italia e la definizione di una nuova agenda riformista.