Roberto Gualtieri

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Crisi economica e culture politiche

Gettare uno sguardo oltre la crisi, significa prima di tutto interrogarsi sulle culture politiche di oggi e sulla loro inadeguatezza a misurarsi con le sfide di una crisi che non ha eguali dal dopoguerra. E’ un problema che riguarda l’Europa, e che in Italia è particolarmente evidente, perché da noi l’esaurimento del ciclo politico connesso alla stagione della democrazia nazionale e dell’economia mista è stato più traumatico che altrove. La crisi dei partiti che hanno animato la democrazia italiana si è accompagnata infatti all’affermazione nel mondo di una nuova cultura (non solo economica ma anche – e soprattutto – politica) che in Italia, proprio a causa delle ragioni e delle modalità del crollo del vecchio sistema politico, è stata fortemente pervasiva. Una cultura che ha posto il buon funzionamento dei mercati finanziari e della concorrenza come unico obiettivo legittimo dell’azione politica. Una vera e propria ideologia, eminentemente “antipolitica”, fondata sulla radicale contestazione dell’utilità, prima ancora che della necessità, della decisione presa in nome del bene comune.
Sul terreno della cultura economica, quella ideologia ha nutrito la cosiddetta “rivoluzione delle aspettative razionali”, o rivoluzione neoliberista, cioè quel ritorno ai modelli neoclassici e paretiani che è stato alla base del processo di deregolamentazione dei mercati finanziari e dello sviluppo abnorme della finanza derivata fondata sul debito invece che sul risparmio. Ma la rivoluzione neoliberista non è una semplice cultura economica: è un’idea della società e della politica, una visione dell’uomo, una concezione del mondo, che fa dell’economia non una semplice tecnica, una mera scienza dei mezzi, ma la eleva a scienza dei fini, ne fa una vera e propria filosofia. Una filosofia che postula – ossia prescrive – la separazione tra la sfera dell’economia e quella della politica, e che quindi ha inevitabilmente un’idea povera della politica, perfettamente esemplificata dalla battuta secondo cui i mercati comandano, i tecnici amministrano, i politici vanno in Tv. E’ un’ideologia che concepisce la società come semplice somma di individui, la persona come mero “homo oeconomicus”, cioè come una sorta di monade animata unicamente dalla spinta alla massimizzazione del proprio utile individuale, e che considera quindi il bene comune come qualcosa che scaturirebbe automaticamente dalla semplice somma delle diverse spinte individuali, tanto maggiore quanto più ciascuna di esse è liberata da ogni vincolo di responsabilità sociale. A ben vedere, il perverso meccanismo della finanza derivata è la perfetta traduzione di questa concezione dell’uomo e della società. Secondo la teoria che lo ha ispirato infatti quanto più è elevata la leva, cioè il debito, tanto più si ridurrebbe il rischio e si produrrebbero risorse per gli investimenti. In altre parole, l’attitudine dei consumatori americani a indebitarsi, cioè a aumentare indefinitamente i propri consumi al di fuori di ogni rapporto con il lavoro svolto e con il reddito da esso prodotto, determinerebbe un aumento ricchezza individuale e collettiva tale da ripagare il debito.
La prima condizione per l’elaborazione di una nuova cultura politica riformista è dunque quella di definire un’autonomia culturale e un pensiero critico nei confronti di questa ideologia, verso cui in questi anni l’atteggiamento prevalente è stato dettato da un misto di subalternità e conservatorismo. E’ un’operazione indispensabile perché sarebbe una pura illusione pensare che una riscossa delle forze di progresso possa scaturire in modo meccanico ed automatico dalla crisi economica. Questa critica deve sforzarsi innanzitutto di ricostruire i nessi che l’ideologia della fine delle ideologie ha spezzato: il nesso tra economia finanziaria ed economia reale, tra economia e politica, tra individuo e società, tra la dimensione materiale e quella spirituale e morale e tra etica e poltica.
Ricostruire il nesso tra economia finanziaria ed economia reale significa vedere come lo sviluppo abnorme della finanza derivata non è solo una patologia dei mercati finanziari e il prodotto di un’assenza di regole, ma è una componente fondamentale di un modello di divisione internazionale del lavoro che, camuffata dall’ideologia della “fine del lavoro”, ha favorito la delocalizzazione delle imprese in Asia e la massiccia deindustrializzazione degli Stati Uniti e di gran parte dell’Europa. Questa nuova divisione internazionale del lavoro ha certo favorito la crescita economica dell’Asia, ma nelle forme in cui si è definita si è accompagnata a un massiccio sfruttamento e a un poderoso aumento delle diseguaglianze. Un massiccio sfruttamento, perché quel modello di sviluppo (la cosiddetta “seconda Bretton Woods”) si basa sul fatto che il ricavato delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti non va ai lavoratori cinesi ma viene investito in titoli del tesoro americani per finanziare quelle stesse importazioni e alimentare il meccanismo della finanza derivata e i consumi interni americani. E un poderoso aumento delle diseguaglianze, perché i frutti di quel meccanismo di accumulazione si sono concentrati prevalentemente in poche mani, ed è proprio la crescente diseguaglianza ad aver contribuito all’implosione del modello. Collegare economia finanziaria ed economia reale ci serve dunque non solo a capire meglio le ragioni della crisi, ma a fissare due tasselli che devono tornare ad essere la base di un moderno riformismo. Il primo tassello è la consapevolezza, che è il lascito più solido e duraturo del pensiero di Marx, che il valore, cioè la ricchezza, è prodotta dal lavoro dell’uomo e non dallo scambio di merci o di denaro. Il denaro non crea denaro, il consumo non produce ricchezza, ed è davvero significativo – e coerente con la valorizzazione del lavoro operata dalla dottrina sociale della Chiesa – che per trovare un riferimento alla “puntuale precisione” dell’analisi di Marx dei meccanismi alla base del modo di produzione capitalistico, accompagnato a una giusta sottolineatura della parzialità di quella visione e dei limiti del finalismo rivoluzionario, si debba ricorrere alle pagine dell’enciclica papale Spe Salvi. Il secondo tassello è che la giustizia e l’equità sociale non sono un freno alla crescita economica ma al contrario contribuiscono a renderla più forte e duratura. D’altronde, come ha recentemente sottolineato Dani Rodrik, contrariamente a quello che si ritiene tra il 1950 e il 1973, quando la distribuzione della ricchezza era assai più equa che ora, sia la crescita mondiale che quella del paese con il tasso di crescita maggiore – allora il Giappone, ora la Cina – sono stati superiori che nell’ultimo quindicennio.
L’altro nesso che va ricostruito è quello tra economia e politica. Il modello di sviluppo che si è affermato nel corso dell’ultimo trentennio non è il semplice frutto dell’andamento spontaneo di un mercato sempre più privo di regole. L’economia non è mai separabile dalla politica, e anche quel modello iperliberista è in realtà il risultato di una particolare forma di regolazione politica, fondata sull’unilateralismo, militare, politico ed economico – ormai in crisi – della potenza statunitense, e sull’incapacità che sinora l’Europa ha avuto di concorrere all’edificazione di un ordine mondiale multilaterale più democratico e più giusto. Ricostruire il nesso tra economia e politica dunque è essenziale in primo luogo per riaffermare il ruolo della politica democratica nel governo dello sviluppo. La crisi ci insegna che il risparmio è un bene scarso e che il suo impiego è affare pubblico che non può essere affidato esclusivamente a spregiudicati protagonisti della finanza globale che agiscono al di fuori del controllo e della capacità di indirizzo della democrazia.
Ma, e qui è il problema, in Europa questa capacità di controllo e di indirizzo per essere efficace deve travalicare la dimensione nazionale. Ricostruire su basi democratiche il nesso tra politica ed economia significa dunque assumere come centrale il problema della costruzione dell’Europa politica
e del suo ruolo di attore globale. Una delle ragioni dell’attuale debolezza delle forze progressiste europee è che, quando alla fine degli anni novanta esse si sono trovate al governo nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, non sono state in grado di superare la dimensione nazionale e di dotare l’Europa di strumenti adeguati di politica fiscale, di governo dello sviluppo, di intervento nel mondo. E così, oggi assistiamo al paradosso che nel momento in cui cresce nel mondo l’interesse per il modello sociale europeo il processo di unificazione europea attraversa una fase di difficoltà. C’è un’incapacità del nucleo economicamente più forte del continente di assumersi il ruolo di motore dell’unificazione. Nell’ultimo quarto di secolo la regione del continente con la più alta concentrazione del Pil (l’Italia del nord, la Baviera, la Renania, la valle del Rodano, l’Île-de-France, il sud dell’Inghilterra) è diventata progressivamente sempre più conservatrice. Ciò si traduce nella tendenza che caratterizza la destra europea a concepire un’Europa fortezza invece che un’Europa aperta, un’Europa intergovernativa invece che comunitaria, un’Europa egoista che rinuncia a sviluppare adeguate politiche per la coesione sociale e territoriale, come se l’area più ricca volesse isolarsi dal resto del continente e consumare le proprie ricchezze accumulate. C’è insomma una dissociazione di economia e politica che è anche dissociazione di materiale e spirituale, di forza e ragione, che si manifesta in un orientamento conservatore che rischia di trasformare l’Europa in una sorta di repubblica dei proprietari fondata sui patrimoni piuttosto che sul lavoro.
Per contrastare questa tendenza è indispensabile mettere al centro di un nuovo riformismo l’unificazione politica dell’Europa, la sua apertura verso oriente e verso il Mediterraneo, la sua capacità di integrare più che quella di respingere, la sua coesione interna sociale e territoriale, il suo sviluppo democratico. Ed è indispensabile anche per definire la cornice entro cui ricomporre una visione unitaria dell’Italia e del suo destino di nazione, che appare sempre più smarrita. Ma perché ciò possa avvenire, la dimensione strettamente politica non è sufficiente, e qui veniamo all’ultimo gruppo di nessi da ricostruire: quelli tra individuo e società, tra etica e politica, tra materiale e spirituale.
Amartya Sen ha recentemente ricordato le pagine in cui Adam Smith ricordava come la fiducia tra gli uomini sia un ingrediente indispensabile per il funzionamento del mercato, e ha sottolineato come le società contemporanee si fondino su un’insieme di meccanismi e istituzioni, a cominciare da quelle dello stato sociale, che non rispondono a logiche di mercato. Allo stesso modo, occorre essere consapevoli che la democrazia non vive solo di regole e di istituzioni, ma si basa sulla compresenza di una società politica e di una società civile, su una trama privata di vita associata, di etica condivisa, di rapporti di scambio (economico ma anche morale) tra i cittadini. Un nuovo riformismo che intenda porsi l’obiettivo di favorire l’unificazione dell’Europa deve quindi concorrere allo sviluppo di una società civile continentale. Ciò impone di misurarsi su una serie di piani che sono altrettanto cruciali di quelli più direttamente politici: l’emergenza educativa, la deriva di un’industria culturale e della comunicazione che non può essere ostaggio della comunicazione commerciale e deve poter contribuire alla crescita dello spirito pubblico e dell’identità comune dell’Europa, l’autonomia (e i limiti) della scienza e della ricerca.
Ma quale può essere il cemento di una potenziale società civile continentale? Come si costruisce un campo di etica condivisa che sostenga le istituzioni civili dell’Europa? Un moderno riformismo deve assumere il pluralismo culturale e religioso dell’Europa e delle sue radici come fondamento della sua ricchezza. Deve basarsi sul metodo di una “laicità positiva”, che consenta il riconoscimento reciproco della dimensione pubblica delle diverse scuole filosofiche ed etiche e al tempo stesso salvaguardi la laicità delle istituzioni. E deve trovare il fondamento di un’etica civile e pubblica nel dialogo, inteso socraticamente come cooperazione fattiva di interlocutori disponibili a cercare assieme una verità umana, e come condivisione di una disponibilità al confronto.
Questo terreno – la società – e questo metodo devono vedere protagonisti i partiti politici. La presenza nel Pd di affluenti che originano dalle grandi tradizioni popolari del riformismo italiano lo rende particolarmente predisposto a questo compito di motore di una rinnovata unità degli italiani nella nuova Europa. Ma ciò impone di abbandonare ogni deriva verso il modello di partito d’opinione fondato sulla comunicazione tra il leader e un’indistinta opinione pubblica concepita come aggregato di individui-consumatori, e di costruire una grande forza popolare e democratica che vive nella società e nel dialogo con i suoi corpi intermedi. Una forza che non può che porsi come obiettivo primario quello di offrire una rappresentanza al mondo del lavoro, e di promuovere una nuova etica del lavoro. Un partito capace di rendere partecipati e condivisi i processi di riforma e di ricostruire i luoghi e gli strumenti per elaborare una rinnovata autonomia culturale fondata su un robusto pensiero critico.
La crisi presenta dunque grandi rischi, ma offre anche inedite opportunità. L’opportunità di superare l’economicismo, l’individualismo e il nazionalismo che in questi anni sono stati alla base della crisi politica della sinistra e delle forze riformiste. E di avviare un cammino di rinnovamento politico, culturale e morale capace di realizzare una riscossa civile e politica che dia corpo a un nuovo riformismo all’altezza dei tempi, restituendo senso ed efficacia ai grandi valori di libertà uguaglianza, solidarietà, dignità della persona che hanno animato la storia della democrazia italiana ed europea e delle sue grandi forze popolari.

(Intervento pronunciato il 23 aprile al convegno di Nens “Uno sguardo oltre la crisi”)

Coraggio e responsabilità

“Mut und Verantwortung”. Con comprensibile soddisfazione, l’Spd saluta come un successo la conclusione del negoziato che ha portato, in una conferenza stampa comune tenuta da Angela Merkel, Frank-Walter Steinmeier e del leader della Csu Seehofer, all’annuncio del Konjungtrurpaket II, e sottolinea come esso accolga gran parte delle proposte avanzate dal partito. Naturalmente, il pacchetto di 50 miliardi di euro è frutto di un compromesso e prevede, insieme a 36 miliardi di investimenti pubblici (destinati al risanamento degli edifici scolastici, al miglioramento delle strade ed allo sviluppo della banda larga), a 9 miliardi per la riduzione dei contributi sanitari, a 2.500 euro per la rottamazione delle auto (costo 1,5 miliardi), all’istituzione di un salario minimo per i lavoratori precari, alla creazione di un “Fondo Germania” fino a 100 miliardi di euro per assicurare il credito alle imprese in difficoltà, anche 9 miliardi di euro per una riduzione dal 15 al 14% dell’aliquota minima sui redditi ed un innalzamento della no tax area, come chiesto dalla Csu (mentre manca l’aumento dell’aliquota per i redditi più alti). Ma l’impronta dell’Spd in quello che Angela Merkel ha definito “il più grande intervento economico nella storia della Repubblica federale tedesca”, e che sintetizza la migliore tradizione dell’economia sociale di mercato e della socialdemocrazia, è evidente. E niente più degli acidi commenti degli “economisti” riportati dal Financial Times conferma che la grande coalizione di Berlino è il migliore governo d’Europa.

Qualcosa di sinistra

Sulla Sueddeutsche Zeitung Steinmeier annuncia la linea con cui l’Spd si presenterà al fondamentale vertice di maggioranza di domani dedicato a definire i contenuti di un secondo pacchetto anticrisi del governo di grande coalizione. Rispondendo al leader Csu Seehofer, che sulla Faz di oggi aveva polemizzato con Steinbruck, chiesto una riduzione delle tasse e minacciato la Merkel di una rottura del patto tra Csu e Cdu, Steinmeier ha proposto la creazione di un “Fondo Germania” alimentato da un aumento del deficit e da un’incremento temporaneo del 2,5% dell’aliquota sui redditi superiori ai 150.000 euro. Al centro della manovra, stimata in 40 miliardi di euro, un programma straordinario di modernizzazione delle infrastrutture, delle reti di energia e delle scuole, la riduzione dei contributi sanitari e aiuti all’industria dell’auto. Vedremo domani come si concluderà il negoziato e quale sarà il compromesso raggiunto. Intanto, l’intervista di Steinmaier costituisce per noi una doppia buona notizia: in primo luogo perché un ormai verosimile aumento della spesa pubblica tedesca è destinato a dare sia direttamente che indirettamente maggiore respiro all’Italia; in secondo luogo perché prende corpo una linea anticrisi alternativa a quella di una riduzione fiscale volta a incentivare i consumi, più coerente con i caratteri della crisi e con l’obiettivo di rilanciare lo sviluppo e il modello sociale europeo. Una linea che anche in Italia – mutatis mutandis – diventa ancora più urgente e necessaria.

Il riformismo che sfugge alla sinistra

L’annunciata manifestazione del Pd del prossimo 25 ottobre ha suscitato polemiche e discussioni che non hanno risparmiato lo stesso gruppo dirigente del partito. Mentre diversi esponenti democratici hanno sostenuto la necessità di rivedere il taglio e l’impianto dell’evento, alcuni si sono spinti fino a suggerire l’opportunità di annullare il corteo, giudicandolo non solo inopportuno per la grave situazione dei mercati finanziari ma anche contraddittorio con la disponibilità alla collaborazione con il governo manifestata dal Pd di fronte alla crisi. Alla fine la manifestazione si farà, e se, come è auspicabile, la ripresa dei listini allenterà la tensione dei giorni scorsi, la decisione di svolgerla risulterà paradossalmente rafforzata proprio dal successo dell’intervento coordinato di sostegno del sistema bancario adottato dai paesi europei, che ha visto il governo italiano tra i suoi principali sostenitori. La conferma dell’iniziativa del 25 è d’altronde di una decisione saggia. In primo luogo perché l’annullamento del primo grande appuntamento di massa del Pd, soprattutto se così da tempo annunciato e intensamente preparato, avrebbe avuto delle conseguenze assai negative sul morale di un partito ancora in costruzione proprio all’inizio di un anno politico denso di importanti scadenze elettorali. In secondo luogo, perché le manifestazioni di massa non sono affatto incompatibili con un profilo di forza di governo e neanche con la collaborazione dell’opposizione a risolvere i problemi e ad affrontare le emergenze più gravi del paese. D’altronde, se persino in un partito radicalmente “alternativo” come il Pci la mobilitazione di piazza non è mai stata storicamente in contraddizione con il voto favorevole nei confronti di provvedimenti del governo e neanche con lo svolgimento di una politica di “solidarietà nazionale”, non si vede perché questo problema dovrebbe valere per il Pd. Se dunque il corteo del 25 continua a far discutere, ciò è probabilmente perché la difficoltà del partito di Veltroni a conciliare la critica con il “dialogo” deriva da un non risolto problema di definizione del suo profilo politico e dei contenuti della sua opposizione, ossia in un deficit di identità di cui anche la discussione sull’opportunità della manifestazione costituisce un sintomo.
Se volessimo sintetizzare al massimo il problema che il Pd si trova di fronte, potremmo dire che esso consiste nella necessità (e nella difficoltà) di passare da un’opposizione “politologica” ad un’opposizione “politica”. Fare un’opposizione politologica significa definire il profilo del partito sulla base di un’accentuazione, inevitabilmente meccanica, della sua “alternatività”, concentrando tutto il fuoco sulla critica dell’azione del governo e in particolare del suo leader. Naturalmente, la critica anche molto dura del governo in carica è parte fondamentale di qualsiasi tipo di opposizione. Ma in quella “politologica” tale critica è il punto di partenza invece che essere il punto di arrivo di un’autonoma capacità di iniziativa fondata su una ben definita piattaforma politica, e il risultato rischia spesso di tradursi in un certo grado di subalternità all'”agenda” imposta dalla maggioranza. L’altro rischio insito nel modello “politologico” di opposizione è che esso, non basandosi sulla faticosa costruzione (e rappresentanza) di uno specifico blocco politico e sociale (sia pure definito intorno ad una visione generale degli interessi del paese), può determinare due atteggiamenti entrambi inadeguati soprattutto per una forza di centrosinistra: da un lato l’attitudine a privilegiare l’interlocuzione con un’indistinta opinione pubblica, inevitabilmente tutta mediata dai mass media e quindi incapace di “mordere” realmente nella società; e dall’altro la tendenza a svolgere di fatto un ruolo di rappresentanza di ogni singolo settore sociale colpito dall’azione del governo, che può assumere tratti sindacal-corporativi più che politici.
Se dunque vorrà riuscire a conciliare le manifestazioni con il dialogo, il Pd dovrà proseguire con più decisione sulla strada di un’opposizione di tipo politico, cioè ricostruire una capacità di rappresentanza sociale (da tempo smarrita nel centrosinistra italiano) saldandola con la definizione di una chiara e ben riconoscibile piattaforma politico-culturale. Gli spazi non mancano, visto che la crisi finanziaria mondiale ha prepotentemente riportato alla ribalta il ruolo dello Stato e della politica e il valore del lavoro e dell’industria, aprendo un campo di azione assai vasto alle forze progressiste che non a caso in tutto l’occidente mostrano segni di improvvisa vitalità. Basti pensare alla vera e propria resurrezione di Gordon Brown grazie alla sua incisiva azione di salvataggio (e nazionalizzazione) del sistema bancario britannico, al ruolo determinante svolto in Germania dall’Spd per piegare una riottosa Cdu alla necessità di un massiccio intervento pubblico, o al sorpasso di Obama su MacCain dopo l’esplosione della crisi. Per occupare questo terreno non basta però superare il riflesso condizionato dell’antiberlusconismo, ma è necessario compiere un processo di profonda revisione culturale, che liberi il Pd dalla persistente egemonia di una visione riduttiva e ormai datata del ruolo e dei compiti delle politiche pubbliche e dal logoro cliché dello Stato “arbitro ma non giocatore”. Perché tutto può permettersi una moderna forza riformista, tranne che lasciare questo compito a Tremonti e al nuovo centrodestra italiano.

(sul Mattino di oggi)

Farfalle

In Italia – per fortuna – sta rinascendo l’Iri, persino sul Financial Times ora scrivono che bisogna nazionalizzare le banche e che la crisi mostra che l’era dell’egemonia politica, economica e culturale dell’occidente è al tramonto, Frank Schirrmacher sulla Faz arriva a citare Engels, parla di “bancarotta della metafisica del mercato” e paragonando la tempesta finanziaria al terremoto di Lisbona conclude che essa “non cambierà solo il mondo ma anche il modo di pensare” (non parliamo poi di Heribert Prantl che sulla Sueddeutsche Zeitung dice che bisogna tornare a “dare allo Stato quello che è dello Stato” e non limitarsi a trattarlo come un “utile idiota”che paga e poi si ritira in buon ordine). Il giornalismo italiano si conferma quello culturalmente più di destra (e più ottuso) d’Europa. E noi continuiamo ad andare per farfalle.

La trasformazione del denaro in Capitale tra Marx e Giavazzi

Consapevoli del dramma del militante democratico costretto a rifarsi la biblioteca e a passare da smilzi pamphlet a ponderosi tomi, ci permettiamo di fornirgli un aiutino nella speranza di rendergli meno gravoso il forzato ritorno sui banchi di scuola: le mirabili pagine, opportunamente citate da D’Alema, dedicate a spiegare perché il denaro non crea denaro, ossia perché “la circolazione […] non crea nessun valore”, sono nel primo libro, seconda sezione, capitolo quarto, paragrafo secondo del Capitale (nell’edizione degli Editori Riuniti tradotta da Cantimori pp. 188-199).

Politica ed economia nella “crisi dei mutui”

Il precedente post mi impone di chiarire meglio un punto. L’intreccio tra il sistema politico e quello economico e finanziario degli Stati Uniti è talmente profondo e pervasivo da rendere la discussione italiana se la crisi sia colpa dei “politici” o del “mercato” semplicemente ridicola. Peraltro, la separazione tra politica ed economia come due sfere organicamente distinte è una brillante invenzione della cultura liberale che ha avuto molto successo nelle università e nelle redazioni dei giornali (specialmente italiane) ma a cui i suoi inventori si sono sempre guardati bene di credere. In realtà, persino un sistema sommamente “sregolato” come quello attuale è figlio di una peculiare forma di regolazione politica. Perché il meccanismo che fa sì che l’Asia riequilibri con la sua valuta il deficit della bilancia dei pagamenti americani è certo un meccanismo economico, che permette alla Cina di esportare molto tenendo bassa la propria valuta e agli Stati Uniti di consumare e debito. Ma questa particolare integrazione produttiva e finanziaria ora rumorosamente deflagrata (la cosiddetta “seconda Bretton Woods”), è anche il risultato di precise scelte politiche (in parte obbligate e in parte consapevoli) alcune delle quali ormai risalgono a più di trent’anni fa, così come è sorretta dal ruolo politico militare globale degli Usa, che è inscindibile da quello del dollaro come principale moneta internazionale di riserva. Sono scelte di politica internazionale, ma non solo. Perché, come appunto ci ha spiegato Geronimo, i fondamenti politici della “seconda Bretton Woods” e dei suoi corollari (la finanziarizzazione dell’economia, il ruolo delle banche d’affari, il meccanismo dei mutui come strumento per sostenere i consumi interni ecc.) sono anche il riflesso della natura del sistema politico americano e dei rapporti economici, sociali, politici e territoriali che esso esprime e incarna. Quindi per favore smettiamola di parlare di “crisi dei mutui” e di “crisi delle banche”.

L’America senza partiti

Andrea Romano ha ragione a sottolineare che il no del congresso al piano Paulson ci ha mostrato “la differenza che passa tra un parlamento di eletti dal popolo e un parlamento di nominati dai politici”: la diversa fonte di legittimazione tra il congresso e il presidente (che essendo eletto direttamente dai cittadini non ha bisogno della fiducia del parlamento, ma a sua volta non può scioglierlo) e il meccanismo dei collegi uninominali (che garantiscono l’autorevolezza dei parlamentari e il loro rapporto con le rispettive consituencies) costituiscono infatti alcuni di quegli indispensabili contrappesi senza i quali il presidenzialismo (quello vero ma anche quello “di fatto” che esiste in Italia soprattutto con l’attuale legge elettorale) cessa di essere democratico. Ma detto questo, è forse il caso di ricordare che abbiamo di fronte un segretario al tesoro che non si capisce se lavora ancora per Goldman Sachs, una corsa presidenziale tra due outsiders che nessuno dei due partiti voleva, dei congressmen che non rispondono più a nessuno. E allora inviterei a leggere le sacrosante parole con cui oggi Geronimo ha sottolieato che il voto di lunedì mostra anche i limiti di un sistema politico privo di veri partiti. Il sistema finanziario che è appena deflagrato è infatti anche figlio di un “intreccio soffocante tra politica e lobbies” che “mina alla base quel primato della politica che può esercitarsi solo se si ha una cultura politica di riferimento in un sistema di partiti ‘pesanti’ in grado di ammortizzare le pressioni indebite delle lobbies economiche e finanziarie non lasciando soli i singoli deputati e senatori”. Perché “senza il filtro dei partiti quell’intreccio basato sull’intreccio tra lobbies e singolli parlamentari o singoli gruppi genera nella vita della società americana quei fenomeni finanziari e sociali che sono lontano mille miglia dalla più solida democrazia europea […]. Insomma, è la crisi del modello americano sul piano politico oltre che su quello finanziario […]. Quanti fra economisti e politici […] volevano proporci quel modello […] da domani in poi avranno di che riflettere”.