Roberto Gualtieri

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Crisi economica e culture politiche

Gettare uno sguardo oltre la crisi, significa prima di tutto interrogarsi sulle culture politiche di oggi e sulla loro inadeguatezza a misurarsi con le sfide di una crisi che non ha eguali dal dopoguerra. E’ un problema che riguarda l’Europa, e che in Italia è particolarmente evidente, perché da noi l’esaurimento del ciclo politico connesso alla stagione della democrazia nazionale e dell’economia mista è stato più traumatico che altrove. La crisi dei partiti che hanno animato la democrazia italiana si è accompagnata infatti all’affermazione nel mondo di una nuova cultura (non solo economica ma anche – e soprattutto – politica) che in Italia, proprio a causa delle ragioni e delle modalità del crollo del vecchio sistema politico, è stata fortemente pervasiva. Una cultura che ha posto il buon funzionamento dei mercati finanziari e della concorrenza come unico obiettivo legittimo dell’azione politica. Una vera e propria ideologia, eminentemente “antipolitica”, fondata sulla radicale contestazione dell’utilità, prima ancora che della necessità, della decisione presa in nome del bene comune.
Sul terreno della cultura economica, quella ideologia ha nutrito la cosiddetta “rivoluzione delle aspettative razionali”, o rivoluzione neoliberista, cioè quel ritorno ai modelli neoclassici e paretiani che è stato alla base del processo di deregolamentazione dei mercati finanziari e dello sviluppo abnorme della finanza derivata fondata sul debito invece che sul risparmio. Ma la rivoluzione neoliberista non è una semplice cultura economica: è un’idea della società e della politica, una visione dell’uomo, una concezione del mondo, che fa dell’economia non una semplice tecnica, una mera scienza dei mezzi, ma la eleva a scienza dei fini, ne fa una vera e propria filosofia. Una filosofia che postula – ossia prescrive – la separazione tra la sfera dell’economia e quella della politica, e che quindi ha inevitabilmente un’idea povera della politica, perfettamente esemplificata dalla battuta secondo cui i mercati comandano, i tecnici amministrano, i politici vanno in Tv. E’ un’ideologia che concepisce la società come semplice somma di individui, la persona come mero “homo oeconomicus”, cioè come una sorta di monade animata unicamente dalla spinta alla massimizzazione del proprio utile individuale, e che considera quindi il bene comune come qualcosa che scaturirebbe automaticamente dalla semplice somma delle diverse spinte individuali, tanto maggiore quanto più ciascuna di esse è liberata da ogni vincolo di responsabilità sociale. A ben vedere, il perverso meccanismo della finanza derivata è la perfetta traduzione di questa concezione dell’uomo e della società. Secondo la teoria che lo ha ispirato infatti quanto più è elevata la leva, cioè il debito, tanto più si ridurrebbe il rischio e si produrrebbero risorse per gli investimenti. In altre parole, l’attitudine dei consumatori americani a indebitarsi, cioè a aumentare indefinitamente i propri consumi al di fuori di ogni rapporto con il lavoro svolto e con il reddito da esso prodotto, determinerebbe un aumento ricchezza individuale e collettiva tale da ripagare il debito.
La prima condizione per l’elaborazione di una nuova cultura politica riformista è dunque quella di definire un’autonomia culturale e un pensiero critico nei confronti di questa ideologia, verso cui in questi anni l’atteggiamento prevalente è stato dettato da un misto di subalternità e conservatorismo. E’ un’operazione indispensabile perché sarebbe una pura illusione pensare che una riscossa delle forze di progresso possa scaturire in modo meccanico ed automatico dalla crisi economica. Questa critica deve sforzarsi innanzitutto di ricostruire i nessi che l’ideologia della fine delle ideologie ha spezzato: il nesso tra economia finanziaria ed economia reale, tra economia e politica, tra individuo e società, tra la dimensione materiale e quella spirituale e morale e tra etica e poltica.
Ricostruire il nesso tra economia finanziaria ed economia reale significa vedere come lo sviluppo abnorme della finanza derivata non è solo una patologia dei mercati finanziari e il prodotto di un’assenza di regole, ma è una componente fondamentale di un modello di divisione internazionale del lavoro che, camuffata dall’ideologia della “fine del lavoro”, ha favorito la delocalizzazione delle imprese in Asia e la massiccia deindustrializzazione degli Stati Uniti e di gran parte dell’Europa. Questa nuova divisione internazionale del lavoro ha certo favorito la crescita economica dell’Asia, ma nelle forme in cui si è definita si è accompagnata a un massiccio sfruttamento e a un poderoso aumento delle diseguaglianze. Un massiccio sfruttamento, perché quel modello di sviluppo (la cosiddetta “seconda Bretton Woods”) si basa sul fatto che il ricavato delle esportazioni cinesi negli Stati Uniti non va ai lavoratori cinesi ma viene investito in titoli del tesoro americani per finanziare quelle stesse importazioni e alimentare il meccanismo della finanza derivata e i consumi interni americani. E un poderoso aumento delle diseguaglianze, perché i frutti di quel meccanismo di accumulazione si sono concentrati prevalentemente in poche mani, ed è proprio la crescente diseguaglianza ad aver contribuito all’implosione del modello. Collegare economia finanziaria ed economia reale ci serve dunque non solo a capire meglio le ragioni della crisi, ma a fissare due tasselli che devono tornare ad essere la base di un moderno riformismo. Il primo tassello è la consapevolezza, che è il lascito più solido e duraturo del pensiero di Marx, che il valore, cioè la ricchezza, è prodotta dal lavoro dell’uomo e non dallo scambio di merci o di denaro. Il denaro non crea denaro, il consumo non produce ricchezza, ed è davvero significativo – e coerente con la valorizzazione del lavoro operata dalla dottrina sociale della Chiesa – che per trovare un riferimento alla “puntuale precisione” dell’analisi di Marx dei meccanismi alla base del modo di produzione capitalistico, accompagnato a una giusta sottolineatura della parzialità di quella visione e dei limiti del finalismo rivoluzionario, si debba ricorrere alle pagine dell’enciclica papale Spe Salvi. Il secondo tassello è che la giustizia e l’equità sociale non sono un freno alla crescita economica ma al contrario contribuiscono a renderla più forte e duratura. D’altronde, come ha recentemente sottolineato Dani Rodrik, contrariamente a quello che si ritiene tra il 1950 e il 1973, quando la distribuzione della ricchezza era assai più equa che ora, sia la crescita mondiale che quella del paese con il tasso di crescita maggiore – allora il Giappone, ora la Cina – sono stati superiori che nell’ultimo quindicennio.
L’altro nesso che va ricostruito è quello tra economia e politica. Il modello di sviluppo che si è affermato nel corso dell’ultimo trentennio non è il semplice frutto dell’andamento spontaneo di un mercato sempre più privo di regole. L’economia non è mai separabile dalla politica, e anche quel modello iperliberista è in realtà il risultato di una particolare forma di regolazione politica, fondata sull’unilateralismo, militare, politico ed economico – ormai in crisi – della potenza statunitense, e sull’incapacità che sinora l’Europa ha avuto di concorrere all’edificazione di un ordine mondiale multilaterale più democratico e più giusto. Ricostruire il nesso tra economia e politica dunque è essenziale in primo luogo per riaffermare il ruolo della politica democratica nel governo dello sviluppo. La crisi ci insegna che il risparmio è un bene scarso e che il suo impiego è affare pubblico che non può essere affidato esclusivamente a spregiudicati protagonisti della finanza globale che agiscono al di fuori del controllo e della capacità di indirizzo della democrazia.
Ma, e qui è il problema, in Europa questa capacità di controllo e di indirizzo per essere efficace deve travalicare la dimensione nazionale. Ricostruire su basi democratiche il nesso tra politica ed economia significa dunque assumere come centrale il problema della costruzione dell’Europa politica
e del suo ruolo di attore globale. Una delle ragioni dell’attuale debolezza delle forze progressiste europee è che, quando alla fine degli anni novanta esse si sono trovate al governo nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea, non sono state in grado di superare la dimensione nazionale e di dotare l’Europa di strumenti adeguati di politica fiscale, di governo dello sviluppo, di intervento nel mondo. E così, oggi assistiamo al paradosso che nel momento in cui cresce nel mondo l’interesse per il modello sociale europeo il processo di unificazione europea attraversa una fase di difficoltà. C’è un’incapacità del nucleo economicamente più forte del continente di assumersi il ruolo di motore dell’unificazione. Nell’ultimo quarto di secolo la regione del continente con la più alta concentrazione del Pil (l’Italia del nord, la Baviera, la Renania, la valle del Rodano, l’Île-de-France, il sud dell’Inghilterra) è diventata progressivamente sempre più conservatrice. Ciò si traduce nella tendenza che caratterizza la destra europea a concepire un’Europa fortezza invece che un’Europa aperta, un’Europa intergovernativa invece che comunitaria, un’Europa egoista che rinuncia a sviluppare adeguate politiche per la coesione sociale e territoriale, come se l’area più ricca volesse isolarsi dal resto del continente e consumare le proprie ricchezze accumulate. C’è insomma una dissociazione di economia e politica che è anche dissociazione di materiale e spirituale, di forza e ragione, che si manifesta in un orientamento conservatore che rischia di trasformare l’Europa in una sorta di repubblica dei proprietari fondata sui patrimoni piuttosto che sul lavoro.
Per contrastare questa tendenza è indispensabile mettere al centro di un nuovo riformismo l’unificazione politica dell’Europa, la sua apertura verso oriente e verso il Mediterraneo, la sua capacità di integrare più che quella di respingere, la sua coesione interna sociale e territoriale, il suo sviluppo democratico. Ed è indispensabile anche per definire la cornice entro cui ricomporre una visione unitaria dell’Italia e del suo destino di nazione, che appare sempre più smarrita. Ma perché ciò possa avvenire, la dimensione strettamente politica non è sufficiente, e qui veniamo all’ultimo gruppo di nessi da ricostruire: quelli tra individuo e società, tra etica e politica, tra materiale e spirituale.
Amartya Sen ha recentemente ricordato le pagine in cui Adam Smith ricordava come la fiducia tra gli uomini sia un ingrediente indispensabile per il funzionamento del mercato, e ha sottolineato come le società contemporanee si fondino su un’insieme di meccanismi e istituzioni, a cominciare da quelle dello stato sociale, che non rispondono a logiche di mercato. Allo stesso modo, occorre essere consapevoli che la democrazia non vive solo di regole e di istituzioni, ma si basa sulla compresenza di una società politica e di una società civile, su una trama privata di vita associata, di etica condivisa, di rapporti di scambio (economico ma anche morale) tra i cittadini. Un nuovo riformismo che intenda porsi l’obiettivo di favorire l’unificazione dell’Europa deve quindi concorrere allo sviluppo di una società civile continentale. Ciò impone di misurarsi su una serie di piani che sono altrettanto cruciali di quelli più direttamente politici: l’emergenza educativa, la deriva di un’industria culturale e della comunicazione che non può essere ostaggio della comunicazione commerciale e deve poter contribuire alla crescita dello spirito pubblico e dell’identità comune dell’Europa, l’autonomia (e i limiti) della scienza e della ricerca.
Ma quale può essere il cemento di una potenziale società civile continentale? Come si costruisce un campo di etica condivisa che sostenga le istituzioni civili dell’Europa? Un moderno riformismo deve assumere il pluralismo culturale e religioso dell’Europa e delle sue radici come fondamento della sua ricchezza. Deve basarsi sul metodo di una “laicità positiva”, che consenta il riconoscimento reciproco della dimensione pubblica delle diverse scuole filosofiche ed etiche e al tempo stesso salvaguardi la laicità delle istituzioni. E deve trovare il fondamento di un’etica civile e pubblica nel dialogo, inteso socraticamente come cooperazione fattiva di interlocutori disponibili a cercare assieme una verità umana, e come condivisione di una disponibilità al confronto.
Questo terreno – la società – e questo metodo devono vedere protagonisti i partiti politici. La presenza nel Pd di affluenti che originano dalle grandi tradizioni popolari del riformismo italiano lo rende particolarmente predisposto a questo compito di motore di una rinnovata unità degli italiani nella nuova Europa. Ma ciò impone di abbandonare ogni deriva verso il modello di partito d’opinione fondato sulla comunicazione tra il leader e un’indistinta opinione pubblica concepita come aggregato di individui-consumatori, e di costruire una grande forza popolare e democratica che vive nella società e nel dialogo con i suoi corpi intermedi. Una forza che non può che porsi come obiettivo primario quello di offrire una rappresentanza al mondo del lavoro, e di promuovere una nuova etica del lavoro. Un partito capace di rendere partecipati e condivisi i processi di riforma e di ricostruire i luoghi e gli strumenti per elaborare una rinnovata autonomia culturale fondata su un robusto pensiero critico.
La crisi presenta dunque grandi rischi, ma offre anche inedite opportunità. L’opportunità di superare l’economicismo, l’individualismo e il nazionalismo che in questi anni sono stati alla base della crisi politica della sinistra e delle forze riformiste. E di avviare un cammino di rinnovamento politico, culturale e morale capace di realizzare una riscossa civile e politica che dia corpo a un nuovo riformismo all’altezza dei tempi, restituendo senso ed efficacia ai grandi valori di libertà uguaglianza, solidarietà, dignità della persona che hanno animato la storia della democrazia italiana ed europea e delle sue grandi forze popolari.

(Intervento pronunciato il 23 aprile al convegno di Nens “Uno sguardo oltre la crisi”)

Il riformismo che sfugge alla sinistra

L’annunciata manifestazione del Pd del prossimo 25 ottobre ha suscitato polemiche e discussioni che non hanno risparmiato lo stesso gruppo dirigente del partito. Mentre diversi esponenti democratici hanno sostenuto la necessità di rivedere il taglio e l’impianto dell’evento, alcuni si sono spinti fino a suggerire l’opportunità di annullare il corteo, giudicandolo non solo inopportuno per la grave situazione dei mercati finanziari ma anche contraddittorio con la disponibilità alla collaborazione con il governo manifestata dal Pd di fronte alla crisi. Alla fine la manifestazione si farà, e se, come è auspicabile, la ripresa dei listini allenterà la tensione dei giorni scorsi, la decisione di svolgerla risulterà paradossalmente rafforzata proprio dal successo dell’intervento coordinato di sostegno del sistema bancario adottato dai paesi europei, che ha visto il governo italiano tra i suoi principali sostenitori. La conferma dell’iniziativa del 25 è d’altronde di una decisione saggia. In primo luogo perché l’annullamento del primo grande appuntamento di massa del Pd, soprattutto se così da tempo annunciato e intensamente preparato, avrebbe avuto delle conseguenze assai negative sul morale di un partito ancora in costruzione proprio all’inizio di un anno politico denso di importanti scadenze elettorali. In secondo luogo, perché le manifestazioni di massa non sono affatto incompatibili con un profilo di forza di governo e neanche con la collaborazione dell’opposizione a risolvere i problemi e ad affrontare le emergenze più gravi del paese. D’altronde, se persino in un partito radicalmente “alternativo” come il Pci la mobilitazione di piazza non è mai stata storicamente in contraddizione con il voto favorevole nei confronti di provvedimenti del governo e neanche con lo svolgimento di una politica di “solidarietà nazionale”, non si vede perché questo problema dovrebbe valere per il Pd. Se dunque il corteo del 25 continua a far discutere, ciò è probabilmente perché la difficoltà del partito di Veltroni a conciliare la critica con il “dialogo” deriva da un non risolto problema di definizione del suo profilo politico e dei contenuti della sua opposizione, ossia in un deficit di identità di cui anche la discussione sull’opportunità della manifestazione costituisce un sintomo.
Se volessimo sintetizzare al massimo il problema che il Pd si trova di fronte, potremmo dire che esso consiste nella necessità (e nella difficoltà) di passare da un’opposizione “politologica” ad un’opposizione “politica”. Fare un’opposizione politologica significa definire il profilo del partito sulla base di un’accentuazione, inevitabilmente meccanica, della sua “alternatività”, concentrando tutto il fuoco sulla critica dell’azione del governo e in particolare del suo leader. Naturalmente, la critica anche molto dura del governo in carica è parte fondamentale di qualsiasi tipo di opposizione. Ma in quella “politologica” tale critica è il punto di partenza invece che essere il punto di arrivo di un’autonoma capacità di iniziativa fondata su una ben definita piattaforma politica, e il risultato rischia spesso di tradursi in un certo grado di subalternità all'”agenda” imposta dalla maggioranza. L’altro rischio insito nel modello “politologico” di opposizione è che esso, non basandosi sulla faticosa costruzione (e rappresentanza) di uno specifico blocco politico e sociale (sia pure definito intorno ad una visione generale degli interessi del paese), può determinare due atteggiamenti entrambi inadeguati soprattutto per una forza di centrosinistra: da un lato l’attitudine a privilegiare l’interlocuzione con un’indistinta opinione pubblica, inevitabilmente tutta mediata dai mass media e quindi incapace di “mordere” realmente nella società; e dall’altro la tendenza a svolgere di fatto un ruolo di rappresentanza di ogni singolo settore sociale colpito dall’azione del governo, che può assumere tratti sindacal-corporativi più che politici.
Se dunque vorrà riuscire a conciliare le manifestazioni con il dialogo, il Pd dovrà proseguire con più decisione sulla strada di un’opposizione di tipo politico, cioè ricostruire una capacità di rappresentanza sociale (da tempo smarrita nel centrosinistra italiano) saldandola con la definizione di una chiara e ben riconoscibile piattaforma politico-culturale. Gli spazi non mancano, visto che la crisi finanziaria mondiale ha prepotentemente riportato alla ribalta il ruolo dello Stato e della politica e il valore del lavoro e dell’industria, aprendo un campo di azione assai vasto alle forze progressiste che non a caso in tutto l’occidente mostrano segni di improvvisa vitalità. Basti pensare alla vera e propria resurrezione di Gordon Brown grazie alla sua incisiva azione di salvataggio (e nazionalizzazione) del sistema bancario britannico, al ruolo determinante svolto in Germania dall’Spd per piegare una riottosa Cdu alla necessità di un massiccio intervento pubblico, o al sorpasso di Obama su MacCain dopo l’esplosione della crisi. Per occupare questo terreno non basta però superare il riflesso condizionato dell’antiberlusconismo, ma è necessario compiere un processo di profonda revisione culturale, che liberi il Pd dalla persistente egemonia di una visione riduttiva e ormai datata del ruolo e dei compiti delle politiche pubbliche e dal logoro cliché dello Stato “arbitro ma non giocatore”. Perché tutto può permettersi una moderna forza riformista, tranne che lasciare questo compito a Tremonti e al nuovo centrodestra italiano.

(sul Mattino di oggi)

Cultura ombra

Non pago della sua brillante performance nel già leggendario dibattito con Bondi (invito a guardare per credere, soprattutto i minuti 56-62), il ministro ombra della cultura del Pd Vincenzo Cerami ha imbracciato la penna e a scritto sull’Unità quel che pensa di Gramsci. I passaggi concettualmente più densi dell’impegnativo articolo, con il quale per la prima volta un esponente di primo piano del Pd è entrato in un dibattito che ha visto protagonisti finora esponenti del Pdl (cfr. tra gli altri gli interventi di Bondi e di Zecchi), sono i seguenti: “Gramsci è per noi un caposaldo, un punto di partenza etico fondamentale per una concezione alta della lotta politica[…] ed è la sua lezione che mi ha fatto dire l’altra sera che bisogna guardare il presente per capirlo e per meglio agire politicamente e culturalmente […]. Si impone in questi giorni [sic] un’analisi nuova della nostra società, che ha ben pochi agganci con il passato”, perché rispetto al periodo fascista si è compiuta “l’omologazione pasoliniana”. Qual è questa analisi nuova? “Giorno dopo giorno emerge la nuova classe degli ‘impoveriti’, una classe che i linguisti chiamerebbero ‘sincretica’” [sic], a cui noi dobbiamo offrire “la sicurezza reale”. E Gramsci? “Gramsci, con i suoi scritti e con il suo esempio, esorta gli uomini a non rassegnarsi mai, a non accettare supinamente lo stato delle cose[…], ci dice di studiare, di organizzarci, di agire per ‘cambiare il mondo’. Parole quantomai sacrosante in questo periodo di depressione sociale. Non dimentichiamo, certamente, i nostri padri, ma neanche i nostri figli”.

Non ci permettiamo di giudicare questo scritto di Cerami (anche perché si giudica da sé). Ci limitiamo a consigliare amichevolmente al suo autore di dare corso a quanto ha affermato nel dibattito con Bondi, che a questo punto appare quantomai saggio e opportuno: si conceda una (possibilmente lunga) pausa da Gramsci, riponga nel cassetto i suoi scritti e torni a occuparsi d’altro. Lui gliene sarebbe sicuramente grato. E noi pure.

Sotto i nostri occhi

L’acquisto di Land Rover e Jaguar da parte dell’indiana Tata e l’inaspettato aumento in Germania e in Francia dell’indice che registra la fiducia degli imprenditori (che raggiunge il livello più alto da molti mesi a questa parte in barba alla crisi delle banche e alla recessione negli Stati Uniti) dovrebbero essere due eventi sufficientemente clamorosi per convincere chi si ostina a guardare all’economia globale con gli occhiali del decennio passato che forse il mondo sta cambiando. Noi di evento ne vogliamo però segnalare un altro, che in Italia rischia di passare sotto silenzio e che invece ci sembra particolarmente emblematico della drammatica inadeguatezza di alcune delle principali categorie che hanno infestato per anni il discorso pubblico del nostro paese – e della sinistra – impedendo di cogliere i macroscopici fenomeni in atto sotto i nostri occhi. Che dire infatti della notizia, riportata oggi dalla stampa tedesca, secondo cui i dati rivelano che è in atto in Germania, nonostante l’euro forte, un boom senza precedenti dell’occupazione (50.000 nuovi posti di lavoro nell’ultimo anno, 10.000 solo nel 2008) nell’industria siderurgica e in quella meccanica ? Non ci avevano spiegato che si trattava di industrie “vecchie” destinate a declinare inesorabilmente di fronte all’avvento dell'”economia della conoscenza”, alla “fine del lavoro”, alla “società del tempo libero”, al “postfordismo” e al “postmoderno”? Non ci avevano detto che per essere moderni dovevamo svendere la Terni e chiudere Bagnoli per fare agriturismi e parchi della conoscenza? E il bello è che continuano pure a farci la lezione.