Roberto Gualtieri

Archivio Tag: Ferrero

A sinistra la sfida possibile

L’esito del congresso di Rifondazione comunista, con l’elezione sul filo di lana di Paolo Ferrero alla segreteria nazionale e le aspre polemiche che l’hanno accompagnata, ha sorpreso gran parte degli osservatori. La lettura che è risultata largamente prevalente è quella di un arroccamento identitario e ideologico che chiude ogni prospettiva di dialogo con le altre forze di centrosinistra (e in primo luogo con il Pd), segnando una brusca cesura – e un arretramento – non solo con l’esperienza della Sinistra arcobaleno ma con l’intera storia di Rifondazione comunista. Si tratta di un giudizio che senza dubbio coglie alcuni elementi di realtà, ma ridurre una complessa vicenda congressuale al confronto tra i fautori delle alleanze e quelli dell’identità – o addirittura tra politica e antipolitica – rischia di impedire di cogliere appieno i nodi di fondo sui quali si è svolto lo scontro interno a Rifondazione e di prefigurare il possibile impatto del congresso sul sistema politico italiano.
Se si supera la tendenza, che si è affermata nel corso dell’ultimo quindicennio, a considerare i congressi dei referendum tra leader in cui esito è determinato dal loro appeal sui media, e i partiti politici delle oligarchie non contendibili e non degli organismi democratici la cui linea politica e il cui gruppo dirigente sono decisi di volta in volta dagli iscritti sulla base di una valutazione dei risultati conseguiti negli anni precedenti, l’esito del congresso di Rifondazione dovrebbe apparire assai meno sorprendente. Nonostante le indubbie qualità personali di Nichi Vendola e la novità rappresentata della sua candidatura alla segreteria infatti, lo schieramento che ha sostenuto il presidente della Regione Puglia portava l’evidente marchio di Fausto Bertinotti, e proponeva, sia sotto il profilo dell’impostazione politico-culturale che sotto quello del gruppo dirigente diffuso, una sostanziale continuità con un’esperienza di direzione politica durata oltre un decennio, e il cui esito si è rivelato incontestabilmente fallimentare. Di quell’esperienza l’opzione governativa ha costituito un aspetto importante ma non certo l’unico. A Bertinotti vanno infatti ascritte altre scelte che hanno avuto un ruolo non meno determinante per il catastrofico risultato delle elezioni del 2008: dalla scelta per una postazione prestigiosa e visibile come la Presidenza della Camera invece che per un ministero di maggior peso, all’annunciata “separazione consensuale” dal Pd (del tutto speculare e contestuale alla decisione di Veltroni di “correre da soli”), che ha contribuito non poco alla caduta del governo e ha aperto la strada alla campagna sul “voto utile”, privando l’intero progetto della Sinistra arcobaleno di ogni credibile prospettiva politica. La sconfitta dei congressuale dei bertinottiani dipende dunque non solo e non tanto dalla partecipazione in quanto tale al governo Prodi, quanto soprattutto dal giudizio negativo degli iscritti sull’incapacità di Rifondazione comunista e del suo leader di condizionare maggiormente le scelte e la politica dell’esecutivo e sul modo con cui ne ha gestito la crisi: dall’essere stata cioè Rifondazione allo stesso tempo troppo dentro (sul piano simbolico) e troppo fuori (su quello dei risultati concreti) dalle stanze del potere. Sarebbe naturalmente ingeneroso imputare questo risultato solo a Rifondazione e al suo leader. Ma certo la peculiare e multiforme cultura politica espressa da Bertinotti e dal suo gruppo dirigente, nell’evidente difficoltà che essa ha manifestato di affrontare in modo rispondente alle condizioni reali del paese il problema della rappresentanza sociale del mondo del lavoro e delle classi popolari interpretandone sul terreno politico la potenziale conflittualità, ha contribuito non poco a tale esito (basti pensare alla scarsa incisività manifestata da Rifondazione in occasione della prima manovra finanziaria varata da Padoa Schioppa, rivelatasi poi sovradimensionata, che è stata fatale per il consenso dell’esecutivo).
Il fatto che a guidare il fronte avverso a Bertinotti sia stato un uomo come Ferrero, che nella sua esperienza di ministro si è rivelato persona ragionevole e molto meno incline di numerosi suoi colleghi al diffuso sport della dichiarazione polemica e della distinzione ad ogni costo, è dunque meno paradossale di quanto possa sembrare. Certo, la conformazione assai poco razionale degli schieramenti congressuali, che è stata condizionata in misura rilevante dall'”abbraccio fatale” di Bertinotti a Nichi Vendola, ha esasperato una polarizzazione che ha schiacciato notevolmente Ferrero a sinistra, in un’alleanza con le componenti più estremiste da cui sarebbe saggio aiutarlo a uscire quanto prima. Ciononostante, anche alla luce dell’elementare constatazione che alle porte non ci sono elezioni politiche ma una lunga stagione di opposizione, una proposta politica incentrata sul rilancio della questione sociale e sull’attenzione per quella consistente fascia di elettorato popolare che nel nord si è rivolta alla destra (e in primo luogo alla Lega) non appare priva di una sua razionalità.
A suo modo dunque, la scelta di Rifondazione per un profilo più classico di sinistra radicale e la fine del bertinottismo e degli “arcobaleni”, cioè di quel confuso impasto di radicalismi postmoderni rivolti prevalentemente a segmenti del cosiddetto “ceto medio riflessivo” che hanno prosperato nel quindicennio della “seconda repubblica”, può costituire un altro tassello verso la strada della europeizzazione del sistema politico italiano che è stata innescata dalla costituzione del Pd. Le prossime elezioni amministrative ci diranno se il partito di Ferrero sarà – come dice di voler essere – un partner più esigente ma comunque disponibile a misurarsi con la prova del governo, o se la deriva massimalista da molti paventata è un dato reale e non un semplice argomento di polemica congressuale. E se la nascita di una sinistra radicale “normale” in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale potrà costituire, invece che un elemento di regressione, una utile sfida e uno stimolo positivo per il Pd e per l’intero sistema politico.

(sul Mattino di oggi)

Il congresso di Rifondazione

L’esito del congresso di Rifondazione è – e non lo diciamo con il senno di poi – il più logico e il più sensato. Dispiace per una persona di valore come Nichi Vendola, ma l’impostazione della sua campagna congressuale era del tutto sbagliata, politicamente confusa, e pagava l’identificazione suicida con Bertinotti, cioè con il principale responsabile della catastrofe del partito (oltre che uno dei congiurati che più attivamente hanno tramato per la caduta di Prodi). L’abbraccio mortale di Bertinotti non ha solo affossato Vendola, ma soprattutto ha impedito un diverso e più razionale assetto del confronto congressuale e degli schieramenti interni, e successivamente ha probabilmente contribuito a determinare quel rifiuto sdegnoso ad un accordo che ha spinto Ferrero (insieme a Russo Spena una delle figure di maggior valore espresse dal suo partito nella stagione del governo Prodi) nelle braccia dei trotzkisti. Auspichiamo che, raffreddatisi i bollori congressuali, la parte più ragionevole dello schieramento che ha sostenuto Vendola rinunci a ogni proposito scissionista e accetti la proposta di gestione unitaria, senza farsi influenzare da una campagna di stampa tanto deformante quanto poco disinteressata. Per parte sua il Pd e il sistema politico non potranno che trarre giovamento dalla presenza di una sinistra radicale “normale”, in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale – soprattutto al nord – senza baloccarsi con attrezzi inservibili come le rimasticature della “cultura dei diritti” della Fgci degli anni Ottanta o le suggestioni degli psicanalisti alla moda. Di fronte a tutto ciò, sarebbe del tutto paradossale che il Pd rinunciasse alla sfida della definizione di un coerente profilo riformista per giocare alla scissione di Rifondazione e per imbarcare i naufraghi del bertinottismo e dell'”arcobaleno”: quanto prima i quali cadranno nel mertitato oblio, tanto più ci avvicineremo al traguardo di un sistema politico finalmente europeo.