Roberto Gualtieri

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La regola e le eccezioni. Ovvero degli usi più o meno utili della cellulosa

Uno legge sul Corriere Tremonti intervistato da Sergio Rizzo dire che “Il Nord e il Centro hanno 38 milioni di abitanti e sono fra le aree più ricche d’Europa […]. Il dramma dell’Italia è nel Sud, l’unica area europea che non ha una sua banca, ma soprattutto che vive un deficit culturale e sociale generale. E questa è una grande responsabilità della politica. Non c’è futuro per l’Italia se non c’è futuro per il Sud”. Poi va a pagina 30 e trova Mucchetti che spiega che dopo il fallimento della deregolamentazione del mercato del lavoro “ci si dovrà pur chiedere se una più equa ripartizione della ricchezza non sia meglio per l’intera economia e se non debba cominciare già in azienda, tra capitale e lavoro”. E allora pensa di avere le allucinazioni e di sognare che l’Italia è diventato un normale paese europeo, con giornali degni di questo nome che parlano di cose importanti, dicono cose serie e vanno letti da cima a fondo. Ma poi (proprio nel giorno del cessate il fuoco a Gaza e della conferenza di Sharm el Sheik in cui l’Europa e l’Egitto hanno avviato una mediazione tra Israele e Hamas) incappa nell’editoriale di Panebianco, secondo cui “Hamas ha avuto a disposizione, in questa guerra, soprattutto una carta e l’ha giocata fino in fondo: le vittime civili”, sfoglia l’ampia sezione monografica che il Corriere dedica quotidianamente al suo tema prediletto (l’antisemitismo nella sinistra italiana e le equivoche posizioni di Massimo D’Alema) e, rassicurato di trovarsi sempre nella solita italietta dannunziana, ripone l’inutile pezzo di carta e in attesa delle news della Bbc torna a godersi in santa pace “Tutti pazzi per amore”.

Il giornalismo italiano

Sui giornali “d’opinione” italiani può capitare di leggere “articoli” come questi (e giuro che è una trascrizione letterale):

“In tema di Ds e dintorni va peraltro corretto un equivoco investigativo circa la circolazione di copie di dossier su presunte disponibilità ds legate a Telecom. Infatti, anche la e-mail del 29 marzo 2004 tra due agenti dell’agenzia investigativa Kroll (Carr e Erginsoy) pubblicata il 6 giugno 2007 da un quotidiano, insieme a due righe in inglese (sempre su ipotetici legami tra una società e fondi di D’Alema) presenti dal 2004 pure sul sito internet brasiliano www.ucho.info, arriva in realtà da una delle tante versioni in giro di Project Tokyo: cioè dal dossier redatto dalla Kroll su incarico dei rivali brasiliani di Tronchetti e “rubato” a Erginsoy (cioè alla Kroll) dal “Tiger Team” informatico della Security di Telecom a Rio nel 2004. La prova è che la email stava anche nel file “83.txt” del dvd criptato K2, sequestrato il 18 gennaio 2007 a Rocco Lucia (uno del Tiger Team) e copia appunto del Project Tokyo. E’ invece un’altra la email arrivata davvero da un anonimo mittente, che allo stesso giornale offriva il 3 aprile 2007 materiale assertitamente top secret. Un’offerta della quale il cronista diffidò, come si ricava ora dalle sue deposizioni in Procura, dove poi l’1 giugno consegnò un altro dossier pervenutogli: Project Lewago, aggiornamento del Project Tokyo. Nel risalire fino a una casella di posta elettronica di Value team (società consulente di Telecom), l’indagine all’inizio ha però sequestrato il computer alla persona sbagliata: una donna rivelatasi estranea all’invio dell’email anonima, spedita invece da un uomo vicino a un analista della Security di Telecom” (Luigi Ferrarella sul “Corriere della sera” del 3 agosto 2008).

Linee immaginarie, fobie tedesche e allucinazioni

Secondo Michele Salvati nel Pd esisterebbero due linee: una (quella di Veltroni), che “scommette su un futuro bipolare del sistema politico, su una competizione dei due principali partiti nel campo degli elettori centristi, su un possibile sfondamento al Nord, su politiche economiche e sociali attente ai bisogni dei più deboli, ma modernizzanti e liberali”; l’altra (presumibilmente quella di D’Alema), che “vede il Pd come strutturalmente perdente in un confronto bipolare e il Nord come una fortezza inespugnabile del centrodestra”, che considera “l’intera strategia dell’Ulivo, il tentativo di fusione dei riformisti laici e cattolici […] un errore”, secondo cui “il terreno di scontro sarebbe il Sud, non il Nord”, e “anche l’antiberlusconismo più radicale può servire a cementare coalizioni incoerenti”, che afferma la necessità di “stare molto attenti a proposte modernizzanti, quando queste sono percepite come una minaccia dai ceti più vicini al centrosinistra”, che intende provare a tornare al governo “pagando lo scotto di un rafforzamento dei partiti centristi e di un Pd dimagrito e più vicino alla sua componente Ds”. Ci asteniamo dal fornire una nostra descrizione altrettanto tendenziosa della prima linea (accontentandoci di osservare i suoi fino ad ora non esaltenti risultati pratici e invitando Salvati a leggere la assai più equilibrata relazione di Veltroni all’Assemblea nazionale del Pd). Quanto alla seconda linea, pur consapevoli che la fobia per il sistema tedesco che affligge i commentatori del Corriere della sera inducendo loro allucinazioni è probabilmente incurabile, noiosamente ripetiamo che: 1) il sistema tedesco non cementa coalizioni incoerenti ma al contrario consente di andare per davvero da soli alle elezioni, senza doversi alleare ad esempio con l’Italia dei Valori in quella che difficilmente definirei una “coalizione coerente”. Inoltre esso è tutt’alltro che un prorzionale puro, e oltre a ri9durre la frammentazione determina una forte “disproporzionalità” a favore dei due partiti maggiori. 2) L’antiberlusconismo radicale mi sembra lo stia praticando l’alleato prescelto dagli strateghi della prima linea come unico degno di apparentarsi con il Pd, e se dovessi dare un consiglio al mio partito lo inviterei a non inseguire Di Pietro su questo terreno (io poi personalmente considero giusto ed equilibrato il lodo Alfano, anche se non sono in grado di dire se esso possa essere oggetto di una legge ordinaria o di una revisione costituzionale, e riterrei una vera sciagura impostare la nostra opposizione sui guai giudiziari del premier, che dovrebbero rimanere rigosamente al di fuori dalla lotta politica). 3) Bipartitismo e bipolarismo sono due cose diverse che Salvati evidentemente confonde, e criticare il primo come artificioso non significa certo voler rinunciare al secondo (che fortunatamente è nelle cose e non nella disponibilità dei politilogi). In ogni caso le leggi bipartitizzanti che vanno per la maggiore (come la spagnola) avrebbero il paradossale risultato di premiare la coalizione di centrodestra tra il Pdl, la Lega e l’Mpa (che come partiti regionali sarebbero premiati da quel sistema elettorale), e punire tutti i potenziali alleati del Pd. Inoltre, l’effetto principale di un bipartitismo coatto come quello che ad esempio scaturirebbe da una vittoria dei sì al referendum sarebbe quello di trasformare il Pd in un cartello elettorale privo di fisionomia (e probabilmente di voti). 4) La scarsa fiducia nel Pd e nell’Ulivo non è di chi propone una legge tedesca ma semmai di chi ritiene che il Pd possa esistere solo in presenza di un vincolo derivante dal sistema elettorale. Fortunatamente gli italiani non la pensano così, e alle europee del 2004, con un proporzionale puro senza soglia di sbarramento e senza ombra di voto utile (oltre che senza i radicali nelle proprie liste, che presero il 2,2%), hanno dato alla lista Uniti nell’Ulivo (che si presentava per la prima volta) il 31,1% (una percentuale ahimè asssai superiore di quella che i sondaggi attribuiscono attualmente al Pd). 5) L’identificazione meccanica (e assai ideologica) tra modernità e liberismo andrebbe forse sottoposta a qualche revisione critica, magari dopo aver osservato la politica economica di tutti i principali paesi europei (sia con governi di centrodestra che di centrosinistra). 6) La storia del Sud e del Nord e quella che uno dei suoi principali inventori e protagonisti considererebbe l’intera strategia dell’Ulivo un errore preferiamo non commentarle per educazione. In ogni caso, quando prima o poi si farà un congresso, Salvati sarà liberissimo di scriversi la sua mozione. Ma forse concederà che la nostra ce la scriveremo da soli.

Meli e partiti

Tanto per dire come è andata a finire, ieri il Parteirat dell’Spd ha poi deciso di togliere il veto ad una cooperazione con la Linke nei Länder dell’ovest, ma solo come estrema ratio (nel senso che in Assia si ribadisce la preferenza per una coalizione “semaforo” con Verdi e Fdp) e ribadendo che ciò non riguarda in alcun modo il livello nazionale. La notizia è comunque di un certo rilievo, al punto che, incredibile dictu, ben due quotidiani italiani l’hanno riportata (Il Sole 24 Ore e il Manifesto). A noi però colpisce e strugge soprattutto un’altra cosa: un organismo di 150 membri (organizzati per correnti) che discute (e vota) a porte chiuse sulla strategia, e il giorno dopo sui giornali non trovi un virgolettato, un’indiscrezione un retroscena capzioso o almeno una dichiarazione di Caldarola neanche a pagarle a peso d’oro. Sono i tedeschi che non hanno le Meli o gli italiani che non hanno i partiti?