Roberto Gualtieri

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L’ossessione politologica che ha preso il Pd

Nei giorni scorsi diversi esponenti della mozione Franceschini hanno ripetutamente messo in guardia dalle conseguenze negative, se non addirittura esiziali, che a loro dire una vittoria di Pierluigi Bersani avrebbe sulla tenuta del bipolarismo e sulla stessa sopravvivenza del Partito democratico. Sulle pagine di questo giornale, Giorgio Tonini ha affermato che la strategia bersaniania porterebbe il Pd a schiacciarsi su una posizione “di sinistra” strutturalmente minoritaria e ad assecondare i disegni di disarticolazione del sistema politico italiano e dello stesso bipolarismo. In termini analoghi si sono espressi Michele Salvati e Dario Franceschini, che ha addirittura paventato il rischio, nel caso di una sua sconfitta al congresso, di una vera e propria scomposizione del Pd. Si tratta di accuse che non appaiono giustificate da un reale dissenso nei confronti delle proposte di Bersani sulla politica economica, la politica internazionale o su quella sociale, alle quali non viene rivolto alcun significativo rilievo critico. Se ci si limitasse al confronto di natura programmatica dunque, il singolare sillogismo di Tonini in base al quale non si può chiedere al Pd di rappresentare anche la sinistra perché ciò ne farebbe venir meno l’identità di centrosinistra (e quindi l’unità), apparirebbe unicamente un bizantinismo fumoso e nominalistico (oltre che tipicamente autolesionistico). Un sofisma, peraltro, del tutto paradossale, visto che è stato proprio con una linea identitaria più che politica come quella del Lingotto che il Pd ha perso gran parte dei voti di centro che l’Ulivo aveva saputo intercettare, finendo con l’assomigliare pericolosamente al declinante e impotente Pci degli anni ottanta e rendendo surreale il dibattito sulla sua presunta “vocazione maggioritaria”.
Esaminando con più attenzione le affermazioni di Tonini, Salvati e Franceschini non si fa però fatica a individuare la vera causa del loro allarme: la legge elettorale. I pericoli di dissoluzione del Pd e del bipolarismo sono infatti ricondotti alla possibilità che “attraverso cambi di leggi elettorali […] torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decise dagli elettori ma sono varianti e mobili” (Franceschini). Sul banco degli imputati è in primo luogo il sistema tedesco, ma la critica sembra estendersi a tutti i sistemi che non contemplino il premio di maggioranza o l’elezione diretta dell’esecutivo: cioè praticamente a quelli in vigore in tutte le democrazie parlamentari del mondo, dove come è noto (o dovrebbe esserlo) i cittadini non eleggono direttamente il governo né votano per una maggioranza, ma esprimono il loro voto per un partito (o per un candidato) che è libero di cambiare il Premier (come avviene spesso in Gran Bretagna) e di scegliere con chi allearsi (come fa ad esempio Zapatero all’indomani del voto). Il dibattito potrebbe quindi chiudersi con l’invito a ripassare i testi di diritto costituzionale e di storia patria (compresa la differenza tra bipolarismo, che in Italia c’è dal 1948, e democrazia dell’alternanza, la cui assenza non è dipesa dalla legge elettorale bensì dalla guerra fredda), ma esso merita di essere approfondito.
A veder bene infatti, se c’è una posizione che dovrebbe suscitare allarme è proprio quella di coloro che ritengono che l’unità del Pd sarebbe messa a rischio dall’abbandono di quel pessimo surrogato del presidenzialismo, giustamente bandito in tutte le democrazie del mondo, che è il premio di maggioranza. Pensare che il Pd stia insieme solo perché “costretto” dal vincolo di una determinata legge elettorale, significa infatti non aver compreso le ragioni profonde, di carattere storico-politico oltre che sociale, che sono alla base della fondamentale unità che, ormai da quindici anni, caratterizza il nucleo fondamentale del suo elettorato e rende velleitaria ogni tentazione scissionistica. Il problema della legge elettorale è certo importante, ed esso dovrà essere affrontato in modo non ideologico: recuperando coerenza con la forma di governo parlamentare, guardando alle diverse esperienze europee senza anatemi e pregiudiziali, mettendo al centro alcuni principi (rappresentanza, governabilità e diritto di scelta dei deputati) e affidando al confronto parlamentare l’individuazione del giusto mix tra di essi, magari a partire da quella “seconda bozza Bianco” che, se non fosse stata abbandonata, ci avrebbe dato una buona legge elettorale e avrebbe garantito la sopravvivenza del governo Prodi. Tuttavia, sarebbe bene che il confronto congressuale consentisse finalmente di superare quella vera e propria “ossessione politologica” che da vent’anni caratterizza il nostro dibattito e che, affidando all’ingegneria istituzionale i destini del centrosinistra, ha finora pericolosamente inibito le potenzialità espansive del Pd e la sua capacità di candidarsi credibilmente a chiudere l’interminabile transizione italiana.

(sul Riformista di ieri)

Referendum: io non ritiro la scheda

Il referendum elettorale che si svolgerà domani e lunedì è sbagliato e pericoloso, e quanti hanno a cuore le sorti della nostra democrazia farebbero bene a respingerlo non andando a votare o, dove si svolgono dei ballottaggi, non ritirando le tre schede relative ai quesiti referendari. Si tratta d’altronde di una possibilità chiaramente prevista dalla nostra Costituzione, che affida ai cittadini la facoltà di respingere un referendum non partecipando al voto e facendo così venire a mancare il quorum (anche per questo sarebbe stato più corretto e coerente con lo spirito della carta costituzionale indire il referendum, come finora è sempre avvenuto, in una data diversa da quella di altre consultazioni elettorali).
Il motivo per cui non bisogna votare a questo referendum è che una eventuale vittoria dei sì avrebbe non già l’effetto di “abrogare” la pessima legge elettorale Calderoli ormai nota come “porcellum” (una definizione del suo stesso autore), bensì quello, del tutto opposto, di consolidarne i principi di fondo accentuandone ulteriormente i difetti. Il referendum infatti non intacca minimamente i due principali pilastri dell’attuale legge: il premio di maggioranza, che non a caso non è previsto in nessuna democrazia occidentale (in tutti i sistemi democratici infatti il maggioritario si accompagna ai collegi uninominali), e le liste bloccate. L’unico effetto che esso avrebbe sull’attuale normativa (oltre all’introduzione del divieto di candidatura multipla) sarebbe quello di attribuire il premio di maggioranza alla lista più votata invece che, come avviene attualmente, alla coalizione premiata dagli elettori. Le possibili conseguenze di questa modifica sarebbero due, entrambe molto negative. Una prima eventualità sarebbe quella di un confronto limitato ai due principali partiti così come essi sono attualmente. In questo caso il più forte di essi (visti gli attuali numeri verosimilmente il Pdl) potrebbe ottenere il 55% dei seggi in parlamento con un livello di suffragi molto inferiore (ad esempio, se si considerano le ultime elezioni europee, con solo il 35% dei voti). Il principio di rappresentatività delle nostre istituzioni ne uscirebbe gravemente compromesso, tanto più perché con le liste bloccate i deputati della maggioranza non sarebbero stati scelti dagli elettori ma nominati tutti dal capo del principale partito, cioè da Berlusconi (il quale a sua volta, occorre ricordarlo, non è stato eletto da un regolare congresso ma “acclamato” da una platea composta in gran parte da delegati “di diritto”). La seconda eventualità sarebbe quella di un sostanziale aggiramento della nuova normativa attraverso la creazione di due “listoni”, in cui confluirebbero diversi partiti. In questo modo non solo si riproporrebbero quei problemi di coesione interna alla maggioranza che gli organizzatori del referendum affermano di voler contrastare, ma verrebbe irrimediabilmente colpito il processo di formazione di due grandi partiti di tipo europeo avviato con la nascita del Pd e del Pdl, ed essi si trasformerebbero in due cartelli elettorali, cioè di fatto in coalizioni camuffate e cementate unicamente dall’antagonismo verso il campo avversario.
Naturalmente non tutti i sostenitori del sì auspicano questi scenari. Fra di essi vi è chi, come il Partito democratico, si è espresso per un “sì per la riforma”, concepito come primo passo per una revisione dell’attuale legge che non dovrebbe fermarsi alle modifiche introdotte per via referendaria. Si tratta tuttavia di una strategia che si è rivelata poco credibile. Da un lato infatti il partito di Franceschini non si è dimostrato capace di prospettare un possibile modello di nuova legge elettorale intorno al quale ricercare un consenso in Parlamento. Dall’altro, sia gli esponenti del Comitato referendario che i principali leader del Pdl hanno chiaramente affermato di considerare la normativa che scaturirebbe da un’eventuale vittoria dei sì non solo perfettamente legittima ma anche auspicabile, in quanto in grado di introdurre in modo “coatto” quel bipartitismo che pure gli italiani con il loro voto si ostinano a dimostrare di non volere (alle ultime elezioni infatti la somma di Pdl e Pd non ha infatti superato il 61% dei voti). Venuti meno gli spazi di un “sì per la riforma” resta dunque come unica strada quella di una consapevole astensione: per esprimere un duplice dissenso nei confronti della legge attuale e del referendum; per evitare il rischio che Berlusconi possa avere la tentazione di affidare la soluzione dei suoi problemi ad una “spallata” politico-istituzionale; e per riaffermare il principio che le leggi elettorali si fanno in parlamento con il consenso di tutti. Visti gli effetti non propriamente positivi che la lunga “stagione referendaria” ha avuto sulla nostra democrazia, sarebbe un segnale non da poco.

(sul “Mattino” di oggi)

Riforme quella svolta nel Pd

Il convegno promosso da quindici Fondazioni e associazioni sulle riforme costituzionali ed elettorali che si è svolto lunedì a Roma segna un punto di svolta nel dibattito sulle nostre istituzioni. La lettura tutta politicista dell’evento che è stata data da gran parte degli organi di informazione non aiuta a cogliere il senso di quanto è avvenuto nelle oltre nove ore di discussione che hanno coinvolto il fior fiore del pensiero costituzionalista italiano e una nutrita schiera di esponenti di primo piano del mondo politico. Il documento preparato dai promotori, che ha costituito la base del dibattito, non si è limitato infatti a esprimere la preferenza per un pacchetto di riforme costituzionali e per un modello di legge elettorale, ma ha proposto una visione più complessiva dei problemi e delle prospettive della nostra democrazia, che rappresenta una vera e propria svolta rispetto alla cultura politica che è stata egemone, a destra come a sinistra, nell’ultimo quindicennio.
Il convegno ha messo apertamente in discussione i due principali miti che hanno caratterizzato gran parte del discorso pubblico (e dell’iniziativa politica) sui temi istituzionali almeno a partire dagli anni novanta. Il primo mito è quello della “democrazia immediata”, fondata sull’idea che dagli elettori debba scaturire una investitura diretta del capo del governo e l’identificazione di una maggioranza, della quale il leader prescelto è in sostanza il “padrone”. Il convegno ha sottoposto questa visione a una critica radicale, sottolineando l’impossibilità di realizzare una commistione tra due forme di governo così diverse come la presidenziale e la parlamentare. La prima infatti prevede degli importanti contrappesi al potere del presidente, a partire da quello di un Parlamento eletto separatamente e dotato di poteri, prestigio e autonomia; la seconda invece si fonda sull’elezione di Camere pienamente sovrane e responsabili del rapporto fiduciario con l’esecutivo, ed è incompatibile con qualsiasi forma di legittimazione autonoma del premier. Di qui la denuncia del “presidenzialismo di fatto” che in questi anni si è affermato all’interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare, e che anche grazie a leggi elettorali scellerate come l’attuale sta pericolosamente compromettendo gli equilibri della nostra democrazia senza per questo rendere più efficiente l’azione di governo. E di qui la necessità di una chiara e inequivoca scelta per un sistema parlamentare razionalizzato, cioè dotato di correttivi che favoriscano la governabilità senza ledere le prerogative del parlamento e violare di fatto i principi della nostra Costituzione.
L’altro mito che il convegno ha messo in discussione è la “religione del maggioritario”, cioè l’idea che tra bipolarismo e sistema maggioritario esista un diretto rapporto di causa ed effetto, e la propensione ad assegnare a quest’ultimo la funzione di plasmare in senso bipartitico il sistema politico. Questa convinzione, unita al mito della “democrazia immediata”, ha favorito l’affermazione di un inedito “maggioritario di coalizione” incentrato sui leader invece che sui partiti e del tutto privo di corrispettivi in Europa. Un sistema che ha favorito la frammentazione politica, ha accentuato il carattere di contrapposizione ideologica dello scontro tra gli schieramenti e si è rivelato drammaticamente inadeguato a offrire al paese una rappresentanza politica qualificata. Al convegno è stato ricordato da un lato che alla base della “democrazia bloccata” non vi era il proporzionale ma la “questione comunista”, che non permetteva l’alternanza di governo. E dall’altro che un atteggiamento meno ideologico su questo tema permetterebbe di vedere che il problema principale che l’Italia ha davanti a sé oggi non è garantire con degli artifici legislativi il bipolarismo e l’alternanza, che sono entrambi acquisiti da tempo e non in discussione, ma dotare il paese di una legge elettorale capace di coniugare maggiormente governabilità, rappresentanza e legittimazione delle istituzioni. In questo senso, dal convegno è emersa una chiara opzione per il sistema tedesco. Esso infatti non solo, contrariamente a quanto afferma una cattiva vulgata, grazie a una serie di complessi meccanismi favorisce i partiti maggiori e quindi il bipolarismo, ma a differenza di altri sistemi elettorali non consegue questo effetto bipolarizzante a scapito della rappresentanza. E’ dunque un sistema che risulta più aderente di altri alla effettiva conformazione del sistema politico italiano, che resta assai distante dal bipartitismo. Ma soprattutto, appare il più idoneo a incentivare la nascita e il consolidamento di partiti forti e radicati: perché non offre le “stampelle” maggioritarie e le rendite di posizione che hanno consentito all’attuale “maggioritario di coalizione” di risultare pienamente funzionale alla cristallizzazione dei segmenti di ceto politico emersi dal crollo dei vecchi partiti; perché con i collegi uninominali garantisce la qualità delle candidature e il rapporto tra eletti e territorio; e perché consente ai partiti di presentarsi di fronte all’elettorato per davvero “da soli” e non in coalizione, legando la coerenza tra programmi e alleanze, come avviene in tutta Europa, non all’effetto di un “vincolo esterno” di natura giuridica ma alla loro affidabilità di fronte all’elettorato.
Su questa piattaforma si è registrato il significativo consenso di Roberto Calderoli (oltre a quello dell’Udc e di Rifondazione), a dimostrazione del fatto che la Lega intende mantenere su questi temi una propria autonomia ed è seriamente interessata al dialogo con il Pd. Ma al di là dei concreti e immediati esiti di un negoziato con la maggioranza inevitabilmente tutt’altro che agevole (come ha dimostrato la posizione di netta chiusura di Fabrizio Cicchitto), il dato più significativo è l’ampia convergenza che si è realizzata tra un vasto arco di forze interne al Partito democratico (pur con qualche cautela da parte di Veltroni sul sistema elettorale). Il che non costituisce solo una importante novità politica, ma rappresenta innanzitutto una svolta culturale che chiude un’ambiguità durata troppo a lungo e consente di dare corpo e credibilità all’ambizione del Pd di aprire una nuova stagione nostra democrazia italiana che archivi la lunga transizione italiana e i miti che l’hanno alimentata.

(sul Mattino di ieri)