Roberto Gualtieri

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Prediche utili

“I dati in cui si riassume il divario – leggermente attenuatosi nella seconda metà degli anni ’90 e nuovamente aggravatosi negli ultimi anni – tra il tasso di crescita del Centro Nord e quello del Mezzogiorno, sono troppo noti, non occorre richiamarli, sono stati certificati anche dalla Banca d’Italia. Tali dati riguardano sia la crescita del Pil, sia quella dell’occupazione, specie femminile, e della disoccupazione, al netto di una ripresa di flusso migratorio dal Sud verso il Centro Nord; essi riguardano anche il grado di efficienza di servizi e prestazioni fondamentali. Non si può non trarre da ciò materia di seria riflessione sulla validità delle politiche portate avanti nell’ultimo quindicennio dallo Stato e dalle istituzioni regionali e locali rispetto all’obbiettivo di una riduzione del divario tra Nord e Sud e di un’efficace promozione dello sviluppo del Mezzogiorno.”

Mentre il Pd era intento ad occuparsi degli abbonati di Sky e dei profitti di Murdoch, il Presidente Napolitano ha affrontato il vero problema che è alla base della crisi italiana: la questione meridionale. Espunta dal discorso pubblico nella furia iconoclasta degli anni novanta, ridotta a un patchwork di inefficaci patti territoriali e accordi di programma conditi dalla retorica ingannevole dello “sviluppo locale” e del “piccolo è bello”, la questione meridionale è più viva che mai ed alimenta la stessa cosiddetta “questione settentrionale”, che di essa è in realtà solo un derivato. Definire il profilo di un moderno riformismo in Italia significa essenzialmente fare i conti con questo nodo, innanzitutto attraverso una severa riflessione critica (ed autocritica) sulle politiche per il Mezzogiorno dell’ultimo quindicennio e sulla cultura che le ha alimentate. Sarebbe bello se le importanti parole di Napolitano consentissero finalmente di aprire questo dibattito.

L’uovo di Colombo

Dopo quindici anni di fallimentare ideologia che ha contribuito non poco al tracollo del Mezzogiorno, capita di leggere sul Corriere di oggi delle considerazioni sensate e critiche verso il pensiero unico che ha portato a derubricare la questione meridionale dall’agenda politica. Piacevolmente sorpresi, vediamo argomentata la tesi che “la chiusura dell’intervento straordinario abbia segnato la rottura fra Mezzogiorno e Stato e abbia determinato quella fluttuazione senza ormeggi di un’area civile che non ha più saputo pensarsi nella sua unità strategica”; e troviamo la constatazione che “lo sforzo immaginativo di quel meridionalismo che ha puntato generosamente e finanche giustamente sull’autoreferenzialità, sulle virtù dell’ordinarietà, della buona amministrazione, dell’efficienza e del salto delle classi dirigenti dentro i paradigmi della modernità, della relazionalità vittuosa, della distrettualità, ha finito con il disperdere il senso di una missione che restava quella di riconnettere, in uno stadio più avanzato, Mezzogiorno, Stato ed Europa”. Finalmente delle idee nuove rispetto alla cultura politica oggi dominante. Infatti sono di Emilio Colombo.