Roberto Gualtieri

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Il Pd davanti alle sfide del Pdl

E’ senz’altro vero, come è stato sottolineato da molti osservatori, che il congresso del Pdl non ha offerto particolari sorprese ed è stato innanzitutto una celebrazione assai efficace dell’azione del governo e del cammino sin qui compiuto dal centrodestra italiano sotto la guida di Silvio Berlusconi. E tuttavia per il Pd sarebbe un errore derubricare l’evento a mera kermesse elettorale evitando di misurarsi con le oggettive novità che la nascita del nuovo partito è destinata a introdurre nel sistema politico italiano. La fusione tra Forza Italia, An e gli altri partiti minori del centrodestra costituisce un indubbio successo che non può essere nascosto. Ma se la credibilità della “vocazione maggioritaria” del Pdl è oggettivamente uscita rafforzata dal congresso di Roma, assai meno convincente appare l’aspirazione del suo leader all’autosufficienza. Infatti, se la “partitizzazione” del nucleo della vecchia Cdl è destinata a dare maggiore solidità e radicamento alla leadership di Berlusconi, allo stesso tempo tale risultato non può che approfondire i confini tra il nuovo partito, la Lega e l’Udc. Non a caso, la rottura con Casini è avvenuta sull’ipotesi di confluenza in una lista unitaria in cui l’incontro tra Forza Italia e An era destinato inevitabilmente a marginalizzare la componente più moderata dell’alleanza, e ora la fondazione del Pdl non fa che consolidare quel dato aprendo oggettivamente un maggiore spazio al centro per l’Udc. Un processo analogo avviene sul terreno della rappresentanza territoriale, dove lo spostamento del baricentro del nuovo partito verso il centro-sud non potrà che accentuare le distinzioni tra il Pdl e la Lega, che non a caso già alle ultime elezioni si è avvantaggiata non poco della lista unitaria tra Forza Italia e An. In altre parole, con la nascita del Pdl il passaggio da un bipolarismo di coalizioni imperniate sui leader ad una democrazia dell’alternanza incentrata sui partiti, compie un decisivo passo avanti. Ciò determina da un lato una riduzione della frammentazione che premia le due forze maggiori, ma dall’altro, a dispetto delle ambizioni bipartitiche di molti, delinea un moderato multipartitismo in cui il ruolo delle forze intermedie è tutt’altro che irrilevante ed anzi appare destinato ad accentuarsi.
E’ uno scenario che il Pd ha tutto l’interesse a favorire, ma ciò ha alcune implicazioni che non possono essere eluse. La prima è quella di riconoscere pienamente la realtà del nuovo partito, superando ogni residua concezione ideologica del bipolarismo fondata sull’antiberlusconismo e coniugando la nettezza dell’opposizione con la capacità di proposta e la costruzione di alleanze politiche e sociali capaci di evitare il ricompattamento intorno a Berlusconi di un più ampio blocco sociale di centrodestra. La seconda condizione è abbandonare definitivamente l’interpretazione sostanzialmente bipartitica della “vocazione maggioritaria” che era stata fatta propria dalla segreteria Veltroni. Ciò significa accogliere positivamente e rilanciare, sulla base di una diversa visione del futuro della democrazia italiana, la sfida costituente lanciata da Fini e ripresa da Berlusconi nelle sue conclusioni, ed evitare ogni ambiguità nei confronti di un referendum che, in caso di vittoria dei sì, avrebbe come effetto quello di determinare un bipartitismo artificiale che trasformerebbe inevitabilmente i partiti in cartelli elettorali e consoliderebbe la centralità del Pdl nel sistema politico. La terza condizione è rafforzare la proiezione europea del Pd. L’ingresso del Pdl nel Ppe costituisce un indubbio successo per Silvio Berlusconi, che se da un lato registra l’evoluzione “centrista” che in questi mesi ha caratterizzato l’azione del governo soprattutto sul terreno della politica estera e di quella economica, dall’altro è destinato a irrobustire positivamente il vincolo europeo sulla politica italiana. Allo stesso tempo, tale risultato condizionerà non poco il sistema politico europeo, accentuando ulteriormente quello spostamento a destra del Ppe che proprio l’ingresso di Forza Italia aveva inaugurato. Tutto ciò rende indispensabile (e al tempo stesso favorisce) l’esigenza di sciogliere il nodo della collocazione del Pd nel parlamento europeo, facendo del suo ingresso in un gruppo parlamentare comune con il Pse la prima tappa di un’evoluzione e un rafforzamento del campo progressista continentale che veda al suo interno un ruolo adeguato del nostro paese.
L’ultima sfida che il congresso del Pdl lancia al Partito democratico riguarda la cultura politica. La relazione di Berlusconi e alcuni interventi hanno evidenziato lo sforzo di elaborazione di una genealogia culturale che affonda le sue radici in modo abbastanza coerente nel liberal-conservatorismo italiano e nel pensiero di intellettuali come Nicola Matteucci e Augusto Del Noce. La rifondazione del liberalismo italiano e la costruzione di un rapporto con il cattolicesimo di tipo profondamente diverso da quello realizzato dalla Dc costituisce un progetto ambizioso, ma che allo stesso tempo si colloca su un terreno tradizionalmente minoritario che lascia aperto al Pd uno spazio molto ampio. Per occuparlo, è necessario però abbandonare, anche sul terreno culturale, la retorica del nuovismo, e cimentarsi finalmente con un vero sforzo di rielaborazione del rapporto con i filoni principali del riformismo italiano.
Il Partito democratico deve dunque raccogliere la sfida che il congresso del Pdl ha lanciato sul terreno politico e su quello della battaglia delle idee. Nella consapevolezza che si tratta di una sfida difficile che può apparire persino impari. Ma anche sapendo che il fatto che essa si compia sul terreno della costruzione di un rinnovato sistema dei partiti costituisce già una prima vittoria che, a dispetto delle apparenze, crea per la prima volta le condizioni per trasformare i rapporti di forza che per quindici anni hanno caratterizzato la politica italiana e per aprire una nuova stagione della mostra democrazia.

(sul Mattino di ieri)