Roberto Gualtieri

Archivio Tag: referendum

Referendum: io non ritiro la scheda

Il referendum elettorale che si svolgerà domani e lunedì è sbagliato e pericoloso, e quanti hanno a cuore le sorti della nostra democrazia farebbero bene a respingerlo non andando a votare o, dove si svolgono dei ballottaggi, non ritirando le tre schede relative ai quesiti referendari. Si tratta d’altronde di una possibilità chiaramente prevista dalla nostra Costituzione, che affida ai cittadini la facoltà di respingere un referendum non partecipando al voto e facendo così venire a mancare il quorum (anche per questo sarebbe stato più corretto e coerente con lo spirito della carta costituzionale indire il referendum, come finora è sempre avvenuto, in una data diversa da quella di altre consultazioni elettorali).
Il motivo per cui non bisogna votare a questo referendum è che una eventuale vittoria dei sì avrebbe non già l’effetto di “abrogare” la pessima legge elettorale Calderoli ormai nota come “porcellum” (una definizione del suo stesso autore), bensì quello, del tutto opposto, di consolidarne i principi di fondo accentuandone ulteriormente i difetti. Il referendum infatti non intacca minimamente i due principali pilastri dell’attuale legge: il premio di maggioranza, che non a caso non è previsto in nessuna democrazia occidentale (in tutti i sistemi democratici infatti il maggioritario si accompagna ai collegi uninominali), e le liste bloccate. L’unico effetto che esso avrebbe sull’attuale normativa (oltre all’introduzione del divieto di candidatura multipla) sarebbe quello di attribuire il premio di maggioranza alla lista più votata invece che, come avviene attualmente, alla coalizione premiata dagli elettori. Le possibili conseguenze di questa modifica sarebbero due, entrambe molto negative. Una prima eventualità sarebbe quella di un confronto limitato ai due principali partiti così come essi sono attualmente. In questo caso il più forte di essi (visti gli attuali numeri verosimilmente il Pdl) potrebbe ottenere il 55% dei seggi in parlamento con un livello di suffragi molto inferiore (ad esempio, se si considerano le ultime elezioni europee, con solo il 35% dei voti). Il principio di rappresentatività delle nostre istituzioni ne uscirebbe gravemente compromesso, tanto più perché con le liste bloccate i deputati della maggioranza non sarebbero stati scelti dagli elettori ma nominati tutti dal capo del principale partito, cioè da Berlusconi (il quale a sua volta, occorre ricordarlo, non è stato eletto da un regolare congresso ma “acclamato” da una platea composta in gran parte da delegati “di diritto”). La seconda eventualità sarebbe quella di un sostanziale aggiramento della nuova normativa attraverso la creazione di due “listoni”, in cui confluirebbero diversi partiti. In questo modo non solo si riproporrebbero quei problemi di coesione interna alla maggioranza che gli organizzatori del referendum affermano di voler contrastare, ma verrebbe irrimediabilmente colpito il processo di formazione di due grandi partiti di tipo europeo avviato con la nascita del Pd e del Pdl, ed essi si trasformerebbero in due cartelli elettorali, cioè di fatto in coalizioni camuffate e cementate unicamente dall’antagonismo verso il campo avversario.
Naturalmente non tutti i sostenitori del sì auspicano questi scenari. Fra di essi vi è chi, come il Partito democratico, si è espresso per un “sì per la riforma”, concepito come primo passo per una revisione dell’attuale legge che non dovrebbe fermarsi alle modifiche introdotte per via referendaria. Si tratta tuttavia di una strategia che si è rivelata poco credibile. Da un lato infatti il partito di Franceschini non si è dimostrato capace di prospettare un possibile modello di nuova legge elettorale intorno al quale ricercare un consenso in Parlamento. Dall’altro, sia gli esponenti del Comitato referendario che i principali leader del Pdl hanno chiaramente affermato di considerare la normativa che scaturirebbe da un’eventuale vittoria dei sì non solo perfettamente legittima ma anche auspicabile, in quanto in grado di introdurre in modo “coatto” quel bipartitismo che pure gli italiani con il loro voto si ostinano a dimostrare di non volere (alle ultime elezioni infatti la somma di Pdl e Pd non ha infatti superato il 61% dei voti). Venuti meno gli spazi di un “sì per la riforma” resta dunque come unica strada quella di una consapevole astensione: per esprimere un duplice dissenso nei confronti della legge attuale e del referendum; per evitare il rischio che Berlusconi possa avere la tentazione di affidare la soluzione dei suoi problemi ad una “spallata” politico-istituzionale; e per riaffermare il principio che le leggi elettorali si fanno in parlamento con il consenso di tutti. Visti gli effetti non propriamente positivi che la lunga “stagione referendaria” ha avuto sulla nostra democrazia, sarebbe un segnale non da poco.

(sul “Mattino” di oggi)

L’Europa della Merkel dopo il referendum

Superamento dello “strongly Anglo-Saxon dominated system” a partire dalla creazione di un’agenzia europea di rating, per consolidare la relativa indipendenza che l’Europa ha conquistato grazie all’Euro, e che deve tradursi in una adeguata capacità di influenza sulle regole che governano i mercati finanziari e in un più generale ripensamento del rapporto tra capitale e rischio; costruzione di una “Bildungsrepublik” (repubblica della formazione). Bisogna dire che avviando con un impegnativo discorso e con un’intervista al Financial Times i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dell'”economia sociale di mercato” (ossia della riforma monetaria di Ludwig Ehrard che ne segnò l’avvio), Angela Merkel non si è certo limitata a una celebrazione di maniera, ma ha posto esplicitamente e in modo nuovo il problema delle condizioni di una diffusione della “Soziale Marktwirtschaft” in Europa e nel mondo. Il che se non altro ci consentirà di affrontare la crisi del trattato di Lisbona innescata dall’infausto esito del referendum irlandese su basì politiche e culturali un po’ più solide di quelle su cui si è fondato il discorso pubblico europeo negli ultimi anni.