Roberto Gualtieri

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La riforma per chiudere la transizione

Le affermazioni sul presidenzialismo pronunciate da Silvio Berlusconi hanno riportato al centro dell’attenzione il tema delle riforme costituzionali e in particolare il nodo della forma di governo. Si tratta di un tema cruciale, che nei mesi scorsi ha avuto nel dibattito politico una apparente marginalità ma che in realtà è alla base di qualsiasi intervento riformatore in materia istituzionale, a cominciare dall’attuazione del federalismo.

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Riforme quella svolta nel Pd

Il convegno promosso da quindici Fondazioni e associazioni sulle riforme costituzionali ed elettorali che si è svolto lunedì a Roma segna un punto di svolta nel dibattito sulle nostre istituzioni. La lettura tutta politicista dell’evento che è stata data da gran parte degli organi di informazione non aiuta a cogliere il senso di quanto è avvenuto nelle oltre nove ore di discussione che hanno coinvolto il fior fiore del pensiero costituzionalista italiano e una nutrita schiera di esponenti di primo piano del mondo politico. Il documento preparato dai promotori, che ha costituito la base del dibattito, non si è limitato infatti a esprimere la preferenza per un pacchetto di riforme costituzionali e per un modello di legge elettorale, ma ha proposto una visione più complessiva dei problemi e delle prospettive della nostra democrazia, che rappresenta una vera e propria svolta rispetto alla cultura politica che è stata egemone, a destra come a sinistra, nell’ultimo quindicennio.
Il convegno ha messo apertamente in discussione i due principali miti che hanno caratterizzato gran parte del discorso pubblico (e dell’iniziativa politica) sui temi istituzionali almeno a partire dagli anni novanta. Il primo mito è quello della “democrazia immediata”, fondata sull’idea che dagli elettori debba scaturire una investitura diretta del capo del governo e l’identificazione di una maggioranza, della quale il leader prescelto è in sostanza il “padrone”. Il convegno ha sottoposto questa visione a una critica radicale, sottolineando l’impossibilità di realizzare una commistione tra due forme di governo così diverse come la presidenziale e la parlamentare. La prima infatti prevede degli importanti contrappesi al potere del presidente, a partire da quello di un Parlamento eletto separatamente e dotato di poteri, prestigio e autonomia; la seconda invece si fonda sull’elezione di Camere pienamente sovrane e responsabili del rapporto fiduciario con l’esecutivo, ed è incompatibile con qualsiasi forma di legittimazione autonoma del premier. Di qui la denuncia del “presidenzialismo di fatto” che in questi anni si è affermato all’interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare, e che anche grazie a leggi elettorali scellerate come l’attuale sta pericolosamente compromettendo gli equilibri della nostra democrazia senza per questo rendere più efficiente l’azione di governo. E di qui la necessità di una chiara e inequivoca scelta per un sistema parlamentare razionalizzato, cioè dotato di correttivi che favoriscano la governabilità senza ledere le prerogative del parlamento e violare di fatto i principi della nostra Costituzione.
L’altro mito che il convegno ha messo in discussione è la “religione del maggioritario”, cioè l’idea che tra bipolarismo e sistema maggioritario esista un diretto rapporto di causa ed effetto, e la propensione ad assegnare a quest’ultimo la funzione di plasmare in senso bipartitico il sistema politico. Questa convinzione, unita al mito della “democrazia immediata”, ha favorito l’affermazione di un inedito “maggioritario di coalizione” incentrato sui leader invece che sui partiti e del tutto privo di corrispettivi in Europa. Un sistema che ha favorito la frammentazione politica, ha accentuato il carattere di contrapposizione ideologica dello scontro tra gli schieramenti e si è rivelato drammaticamente inadeguato a offrire al paese una rappresentanza politica qualificata. Al convegno è stato ricordato da un lato che alla base della “democrazia bloccata” non vi era il proporzionale ma la “questione comunista”, che non permetteva l’alternanza di governo. E dall’altro che un atteggiamento meno ideologico su questo tema permetterebbe di vedere che il problema principale che l’Italia ha davanti a sé oggi non è garantire con degli artifici legislativi il bipolarismo e l’alternanza, che sono entrambi acquisiti da tempo e non in discussione, ma dotare il paese di una legge elettorale capace di coniugare maggiormente governabilità, rappresentanza e legittimazione delle istituzioni. In questo senso, dal convegno è emersa una chiara opzione per il sistema tedesco. Esso infatti non solo, contrariamente a quanto afferma una cattiva vulgata, grazie a una serie di complessi meccanismi favorisce i partiti maggiori e quindi il bipolarismo, ma a differenza di altri sistemi elettorali non consegue questo effetto bipolarizzante a scapito della rappresentanza. E’ dunque un sistema che risulta più aderente di altri alla effettiva conformazione del sistema politico italiano, che resta assai distante dal bipartitismo. Ma soprattutto, appare il più idoneo a incentivare la nascita e il consolidamento di partiti forti e radicati: perché non offre le “stampelle” maggioritarie e le rendite di posizione che hanno consentito all’attuale “maggioritario di coalizione” di risultare pienamente funzionale alla cristallizzazione dei segmenti di ceto politico emersi dal crollo dei vecchi partiti; perché con i collegi uninominali garantisce la qualità delle candidature e il rapporto tra eletti e territorio; e perché consente ai partiti di presentarsi di fronte all’elettorato per davvero “da soli” e non in coalizione, legando la coerenza tra programmi e alleanze, come avviene in tutta Europa, non all’effetto di un “vincolo esterno” di natura giuridica ma alla loro affidabilità di fronte all’elettorato.
Su questa piattaforma si è registrato il significativo consenso di Roberto Calderoli (oltre a quello dell’Udc e di Rifondazione), a dimostrazione del fatto che la Lega intende mantenere su questi temi una propria autonomia ed è seriamente interessata al dialogo con il Pd. Ma al di là dei concreti e immediati esiti di un negoziato con la maggioranza inevitabilmente tutt’altro che agevole (come ha dimostrato la posizione di netta chiusura di Fabrizio Cicchitto), il dato più significativo è l’ampia convergenza che si è realizzata tra un vasto arco di forze interne al Partito democratico (pur con qualche cautela da parte di Veltroni sul sistema elettorale). Il che non costituisce solo una importante novità politica, ma rappresenta innanzitutto una svolta culturale che chiude un’ambiguità durata troppo a lungo e consente di dare corpo e credibilità all’ambizione del Pd di aprire una nuova stagione nostra democrazia italiana che archivi la lunga transizione italiana e i miti che l’hanno alimentata.

(sul Mattino di ieri)