Roberto Gualtieri

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Slow food

Giornalista: “C’é un filo che unisce l’esperienza di oggi con l’impegno politico di un tempo?”

Intervistato: “La nostra militanza continua oggi valorizzando ciò che migliora la qualità della vita degli esseri umani. Il piacere del bello, del buono, il gusto fa parte di questo”.

Dopo aver letto il libro di Miguel Gotor mi ero chiesto che fine avesse fatto Enrico Fenzi, raffinato filologo ai vertici delle Br tra il 1978 e il 1981, le cui qualità potrebbero esser state utili alla sofisticata opera di denigrazione di Aldo Moro attraverso la manipolazione dei suoi scritti efficacemente ricostruita nel volume. Dovevo immaginare che, poiché non fa il giornalista di vaglia, Fenzi doveva essersi almeno dato allo “Slow food”, aprendo con la sua compagna un’elegante trattoria a Genova, inaugurata lo scorso anno dalla crème dell’intellighentia genovese con in testa Fabio Fazio.

Aldo Moro e la meglio gioventù

Da non perdere la magistrale edizione einaudiana delle lettere dalla prigionia di Aldo Moro curata da Miguel Gotor con la maestria del filologo di razza. Dalla collatio dei testi escono molte cose nuove e importanti: da un lato colpisce la finora sottovalutata (quando non misconosciuta) capacità con cui le Br manipolarono gli scritti del prigioniero inviando solo una parte delle lettere da lui redatte, rendendone pubbliche alcune a sua insaputa, costringendolo spesso a riscriverle per inserire pensieri non suoi (esemplare ad esempio la scelta di rendere pubblica la celebre lettera a Cossiga vanificando la proposta di trattativa in essa prefigurata, così come il mancato recapito di una seconda lettera a Cossiga in cui Moro si lamentava della pubblicità data alla sua precedente missiva attribuendola erroneamente allo Stato invece che alle Br); dall’altro lato commuovono gli strenui sforzi di Moro per mettere in guardia da queste manipolazioni disseminando i testi di studiati errori difficilmente riconoscibili dai suoi carcerieri e di messaggi in codice. E ancora: le due trattative segrete giunte quasi a termine (“la fermezza pubblica e la trattativa segreta sono l’unica condizione possibile dell’esercizio del potere in una situazione di eccezionale emergenza, quando l’autorità centrale è fragile, priva di fiducia reciproca e luogo di un’endemica lotta frazionaria”), la controversa sorte degli scritti: temi sui quali Gotor formula ipotesi stimolanti che dovranno essere verificate ma che mettono in evidenza i limiti e l’inutilità del filone dietrologico come pure l’inadeguatezza della verità giudiziaria e della sua difesa in blocco da parte di Vladimoro Satta (da me finora considerata convincente), rilanciando in parte la tesi del “doppio ostaggio” di Giovanni Pellegrino. E infine, il ritratto spietato ma drammaticamente fedele di una generazione che non è stata all’altezza di quelle che l’avevano preceduta, e che ancora oggi è lì impegnata in prima fila a giocare sulla pelle dell’Italia: “Allora ragazzi, oggi con i capelli imbiancati e i corpi appesantiti dal trascorere del tempo e delle occasioni. Ma sempre scaltri, intelligenti, cinici, ideologici, narcisi, camerateschi, capaci di cogliere gli estremi delle due posizioni in campo, descriverli con efficacia e poi navigarci in mezzo sicuri del loro mestiere, padroni del proprio disincanto, maestri nel soffiare a fasi alterne sul fuoco dell’antipolitica dei partiti, l’ultima traccia dell’extraparlamentarismo di una fuggita gioventù”…

vecchi e giovani

Nel suo monumentale Postwar. A History of Europe since 1945, ora tradotto da Mondadori, Tony Judt nota come la classe dirigente di straordinaria levatura che nel dopoguerra edificò la prosperità dell’Europa fosse composta da uomini anziani: nel 1945 Adenauer aveva 69 anni (e avrebbe governato fino al 1963…), Attlee 62, De Gasperi 64, Beveridge ed Einaudi 71. Togliatti, con i suoi 52 anni costituì “un’eccezione […] alla qualità in generale piuttosto mediocre dei politici più giovani” (anche grazie al fatto che “aveva trascorso i venti anni precedenti a Mosca come funzionario politico”), mentre De Gaulle, nato nel 1890, nel 1946 si ritirò per tornare al governo solo nel 1958, all’età di 68 anni. D’altronde, visti i risultati del periodo precedente, quando “la moda del nuovo e del moderno aveva dominato” e al potere erano giunti giovani leader nel pieno del loro vigore (Hitler a 43 anni, Mussolini a 39), non deve sorprende che “l’ottuso compromesso della democrazia costituzionale” assunse nuovo fascino spingendo gli europei ad affidarsi a statisti sperimentati. Che si rivelarono all’altezza del compito e a loro volta formarono la classe dirigente che resse l’Europa per il successivo quarantennio.