Roberto Gualtieri

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Se l’Italia non scopre l’Europa

Il voto con cui il Senato della Repubblica ceca ha ratificato l’altro ieri il Trattato di Lisbona rappresenta una tappa decisiva lungo la strada del rilancio del processo di integrazione che il referendum irlandese del 2008 aveva bruscamente interrotto. Non solo perché, nonostante i suoi proclami, si riducono i margini di manovra del presidente ceco Klaus per non firmare il Trattato. Ma anche perché il segnale che viene da Praga è destinato a influire positivamente sull’atteggiamento degli irlandesi, che si esprimeranno nuovamente in ottobre su un testo ormai ratificato da 26 parlamenti nazionali su 27.
Il Trattato di Lisbona irrobustisce notevolmente la struttura istituzionale dell’Ue e il ruolo del Parlamento, rendendolo titolare, alla pari del Consiglio, del procedimento legislativo ordinario e attribuendogli il potere decisionale sull’intero bilancio dell’Ue. Sono prerogative fondamentali, che si aggiungono a quelle assai rilevanti che il Parlamento europeo ha già oggi: basti pensare, per fare solo gli esempi più recenti, al no con cui i deputati hanno bocciato la direttiva che prevedeva un innalzamento dell’orario di lavoro oltre le 48 ore, o all’emendamento al “pacchetto Telecom”, approvato due giorni fa a Strasburgo, che nega la possibilità di imporre limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet senza una decisione preliminare dell’autorità giudiziaria.
La prospettiva di un’imminente entrata in vigore del Trattato di Lisbona dovrebbe dunque spingerci ad accentuare ulteriormente lo sforzo, che il Pd sta compiendo, di mettere al centro della campagna elettorale l’Europa. Occorre insomma contrastare con decisione il tentativo del Pdl di sminuire la portata del voto (come dimostra anche la campagna qualunquistica che i giornali vicini alla destra stanno conducendo contro il Parlamento europeo), trasformandolo in un referendum su Berlusconi. In realtà, le elezioni del 6 e 7 giugno sono molto più che un test sulla popolarità del Premier, e gli equilibri che esse determineranno nell’aula di Strasburgo sono destinati a condizionare notevolmente il futuro del nostro continente. A confronto ci sono due diverse idee di Europa: un’Europa chiusa, conservatrice e intergovernativa, e un’Europa aperta, capace di promuovere il proprio sviluppo, rilanciare il suo modello sociale e concorrere a un governo democratico della globalizzazione. Il destino del nostro paese, così intimamente legato a quello della costruzione europea, dipenderà molto da quale prospettiva prevarrà. E tanto più sapremo far emergere questa posta in gioco, quanto più la scelta di serietà che ha contraddistinto la formazione delle nostre liste sarà premiata.

(su l’Unità dell’8 maggio 2009)

L’Europa disinnescherà la mina ceca

La risoluzione approvata dal Consiglio d’Europa che invita i sette stati che non hanno ancora ratiticato il Trattato di Lisbona a procedere con la ratifica (e che punta a indurre l’Irlanda a ritornare sui suoi passi con un secondo referendum da tenere in autunno) è saggia e dimostra che i leader europei hanno saputo tenere i nervi saldi senza farsi condizionare dalla demagogia e dal populismo (e bisogna dare atto  Berlusconi di essersi mosso in modo coerente con gli interessi e la tradizione europeista dell’Italia, dimostrando che la stagione dei “volenterosi” e degli attacchi all’euro è ormai defintivamente alle spalle). Ora i nemici dell’Europa si affidano alla Repubblica Ceca e all’euroscetticismo del suo principale partito di governo (l’Ods) e del presidente della Repubblica Klaus. In realtà anche il governo di Praga alla fine ha firmato la risoluzione, dopo una mediazione della Merkel e della Presidenza slovena che ha inserito nel testo una nota in cui si vincola la ratifica al parere della Corte costituzionale sul ricorso contro il Trattato di Lisbona presentato dallo stesso Ods. Ma una dichiarazione del premier ceco Topolanek sulle scarse probabilità della ratificha ha infiammato le agenzie (siamo curiosi di vedere domani come sarà rilanciata dai giornali). Occorre però considerare che se è vero che l’Ods è euroscettico e smaccatamente filoamericano (come dimostra la sua posizione sull’installazione dei radar del sistema antimissilistico americano), la sua maggioranza è risicatissima (si regge su due deputati transfughi dell’opposizione), si fonda sull’alleanza con i filoeuropei cristiano-democratici, vede nell’esecutivo il ministro degli esteri Schwarzenberg (accusato dall’Ods di essere contrario agli interessi nazionali per i suoi legami con l’Austria) differenziarsi apertamente da Klaus (al Consiglio europeo a dichiarato di prevedere una ratifica entro il 2008), mentre tutti gli ultimi sondaggi danno in largo vantaggio i socialdemocratici. Il che indice a ritenere che il “nocciolo duro” europeista che sotto la guida della Germania sta dirigendo l’Unione avrà più di una carta da giocare per disinnescare anche questa mina.

Alla faccia del Financial Times

Alla faccia dei gufi, dei falsi amici e della retorica sull'”Europa dei cittadini” (esemplare a riguardo il Financial Times di oggi, con un editoriale in cui si afferma che il Consiglio europeo di oggi dovrebbe rinunciare a un nuovo trattato e evitare di “try to gang up and bully Ireland into voting again”, seguito da un articolo di Charles Wyplosz che lamenta l’assenza di democrazia dell’Ue, salvo poi notare che un auspicato approdo di tipo federale fondato sul voto diretto dei cittadini per i vertici dell’Ue “would divide nations and people within each nation”), il Regno Unito ha ratificato il trattato di Lisbona e la Merkel ha detto ieri in Parlamento che occorre “dare a Dublino la possibilità di rientrare in gioco”, respingendo sia l’ipotesi di un’Europa a due velocità che quella di un abbandono del trattato. Come era prevedibile l’Europa dei parlamenti nazionali e dei governi è più saggia di quella dei giornali, ed il Consiglio europeo di oggi pomeriggio dovrebbe confermarlo.

Contro Habermas

Nel suo impegnativo articolo sulla Suddeutsche Zeiting Jürgen Habermas dirà pure le solite cose giuste circa la necessità di uno sviluppo del processo di integrazione che metta l’Europa in condizione di governare i processi economici e svolgere un ruolo globale. Ma la sua polemica contro un trattato “troppo complicato”, la denuncia del “cinismo” con cui i governi avrebbero scelto una “soluzione di ripiego” arrogandosi il diritto di decidere da soli del destino dell’Europa scavalcando i popoli, il suo grottesco “elogio degli irlandesi” (è proprio questo l’infelice titolo dell’articolo), la suicida invocazione di un referendum consultivo da svolgere in tutti i paesi (ne ha parlato anche Gaetano Palombelli, in un post per il resto assai sensato), sono tutti argomenti assai infelici che ripropongano quella “illusione costituzionalistica” del tutto astratta e giacobina che ha già condotto a commettere l’errore di considerare una “costituzione” il testo del trattato poi affossato dai referendum francese e olandese. Quello di Lisbona è un trattato che doveva essere discusso e approvato dai governi e dai parlamenti, che esprimono la sovranità popolare su temi così complessi molto meglio dei referendum. Basta con il mito dell’appello al popolo, che è l’altra faccia di una preoccupante diffidenza verso la democrazia rappresentativa che da troppo tempo si è diffusa a sinistra! Un superstato e una costituzione europei legittimati direttamente dai cittadini sono soluzioni premature e inevitabilmente destinate a scontrarsi contro un muro di diffidenza dei cittadini. Perché ci si arrivi (ammesso e non concesso che mai si giungerà a uno sbocco federale classico) è prima necessario far procedere il processo di formazione di una società civile europea, che non può essere forzato da soluzioni giuridiche (e che potrà svilupparsi proprio grazie al trattato di Lisbona). Smettiamola quindi di dire che il trattato di Lisbona è morto, procediamo alle altre ratifiche di quello che resta un eccellente testo e troviamo un escamotage tecnico per rimediare a un infortunio che deriva innanzitutto da un uso improprio (ancorché previsto dalla legge irlandese) del referendum (sul quale peraltro invito a leggere quanto ha scritto domenica Barbara Spinelli sulla Stampa: “il militante più potente del No è un ricchissimo industriale, Declan ganley, che s’è preparato dal 2007 fondando l’associazione Libertas”, che “riceve finanziamenti ingenti dai neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley – presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati – è membro da anni”).

L’Europa al bivio e il paradosso di Lisbona

E’ presto per valutare se la proposta del ministro degli esteri tedesco Steinmeier di concordare con l’Irlanda una sua temporanea uscita dall’Ue per procedere alla ratifica del trattato di Lisbona a 26 sia praticabile. Certo leggendo i commenti dei alcuni dei principali quotidiani europei (la Faz, le Monde, il Corriere), risulta evidente che se ciò non risulterà possibile la spinta per procedere a due velocità sarà molto forte, così come fin d’ora è agevole rintracciare l’origine e la natura della posizione opposta di quanti, come fa il Financial Times, già dicono che “loosing Lisbon should not be seen as the end of the world”, e che quindi ci si potrebbe limitare a introdurre alcuni miglioramenti al trattato di Nizza rinunciando all’impianto del teato bocciato dagli elettori irlandesi (o meglio da una loro minoranza). Resta un paradosso: il trattato di Lisbona ha opportunamente rinunciato ad assumere quella veste semi-costituzionale che era stata tipica del testo bocciato dai referendum francese e olandese (e che aveva contribuito non poco al suo affossamento); ma l’obbligo del referendum previsto dalla legislazione irlandese (e che di per sé sarebbe del tutto ingiustificato per un trattato internazionale) lo ha reso di fatto quello che non è (cioè una costituzione). Il problema non è quindi, come scrive oggi Francesco Gui su Europa, che l’Europa paga il non aver compiuto fino in fondo la scelta federalista, ma che l’illusione proceduralista di costruire uno superstato con un trattato internazionale ha continuato a fare danni anche dopo essere stata realisticamente messa da parte in favore di un modello di “Europa delle nazioni” fondata su una multilevel governance in cui gli stati non cessano di avere un ruolo centrale.

L’Europa della Merkel dopo il referendum

Superamento dello “strongly Anglo-Saxon dominated system” a partire dalla creazione di un’agenzia europea di rating, per consolidare la relativa indipendenza che l’Europa ha conquistato grazie all’Euro, e che deve tradursi in una adeguata capacità di influenza sulle regole che governano i mercati finanziari e in un più generale ripensamento del rapporto tra capitale e rischio; costruzione di una “Bildungsrepublik” (repubblica della formazione). Bisogna dire che avviando con un impegnativo discorso e con un’intervista al Financial Times i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dell'”economia sociale di mercato” (ossia della riforma monetaria di Ludwig Ehrard che ne segnò l’avvio), Angela Merkel non si è certo limitata a una celebrazione di maniera, ma ha posto esplicitamente e in modo nuovo il problema delle condizioni di una diffusione della “Soziale Marktwirtschaft” in Europa e nel mondo. Il che se non altro ci consentirà di affrontare la crisi del trattato di Lisbona innescata dall’infausto esito del referendum irlandese su basì politiche e culturali un po’ più solide di quelle su cui si è fondato il discorso pubblico europeo negli ultimi anni.