Roberto Gualtieri

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Politica ed economia nella “crisi dei mutui”

Il precedente post mi impone di chiarire meglio un punto. L’intreccio tra il sistema politico e quello economico e finanziario degli Stati Uniti è talmente profondo e pervasivo da rendere la discussione italiana se la crisi sia colpa dei “politici” o del “mercato” semplicemente ridicola. Peraltro, la separazione tra politica ed economia come due sfere organicamente distinte è una brillante invenzione della cultura liberale che ha avuto molto successo nelle università e nelle redazioni dei giornali (specialmente italiane) ma a cui i suoi inventori si sono sempre guardati bene di credere. In realtà, persino un sistema sommamente “sregolato” come quello attuale è figlio di una peculiare forma di regolazione politica. Perché il meccanismo che fa sì che l’Asia riequilibri con la sua valuta il deficit della bilancia dei pagamenti americani è certo un meccanismo economico, che permette alla Cina di esportare molto tenendo bassa la propria valuta e agli Stati Uniti di consumare e debito. Ma questa particolare integrazione produttiva e finanziaria ora rumorosamente deflagrata (la cosiddetta “seconda Bretton Woods”), è anche il risultato di precise scelte politiche (in parte obbligate e in parte consapevoli) alcune delle quali ormai risalgono a più di trent’anni fa, così come è sorretta dal ruolo politico militare globale degli Usa, che è inscindibile da quello del dollaro come principale moneta internazionale di riserva. Sono scelte di politica internazionale, ma non solo. Perché, come appunto ci ha spiegato Geronimo, i fondamenti politici della “seconda Bretton Woods” e dei suoi corollari (la finanziarizzazione dell’economia, il ruolo delle banche d’affari, il meccanismo dei mutui come strumento per sostenere i consumi interni ecc.) sono anche il riflesso della natura del sistema politico americano e dei rapporti economici, sociali, politici e territoriali che esso esprime e incarna. Quindi per favore smettiamola di parlare di “crisi dei mutui” e di “crisi delle banche”.

L’America senza partiti

Andrea Romano ha ragione a sottolineare che il no del congresso al piano Paulson ci ha mostrato “la differenza che passa tra un parlamento di eletti dal popolo e un parlamento di nominati dai politici”: la diversa fonte di legittimazione tra il congresso e il presidente (che essendo eletto direttamente dai cittadini non ha bisogno della fiducia del parlamento, ma a sua volta non può scioglierlo) e il meccanismo dei collegi uninominali (che garantiscono l’autorevolezza dei parlamentari e il loro rapporto con le rispettive consituencies) costituiscono infatti alcuni di quegli indispensabili contrappesi senza i quali il presidenzialismo (quello vero ma anche quello “di fatto” che esiste in Italia soprattutto con l’attuale legge elettorale) cessa di essere democratico. Ma detto questo, è forse il caso di ricordare che abbiamo di fronte un segretario al tesoro che non si capisce se lavora ancora per Goldman Sachs, una corsa presidenziale tra due outsiders che nessuno dei due partiti voleva, dei congressmen che non rispondono più a nessuno. E allora inviterei a leggere le sacrosante parole con cui oggi Geronimo ha sottolieato che il voto di lunedì mostra anche i limiti di un sistema politico privo di veri partiti. Il sistema finanziario che è appena deflagrato è infatti anche figlio di un “intreccio soffocante tra politica e lobbies” che “mina alla base quel primato della politica che può esercitarsi solo se si ha una cultura politica di riferimento in un sistema di partiti ‘pesanti’ in grado di ammortizzare le pressioni indebite delle lobbies economiche e finanziarie non lasciando soli i singoli deputati e senatori”. Perché “senza il filtro dei partiti quell’intreccio basato sull’intreccio tra lobbies e singolli parlamentari o singoli gruppi genera nella vita della società americana quei fenomeni finanziari e sociali che sono lontano mille miglia dalla più solida democrazia europea […]. Insomma, è la crisi del modello americano sul piano politico oltre che su quello finanziario […]. Quanti fra economisti e politici […] volevano proporci quel modello […] da domani in poi avranno di che riflettere”.

Clinton e Obama

Mario Del Pero, che lo aveva detto da tempo, ci spiega in modo assai convincente perché Hillary Clinton ha perso. Il ruolo svolto dalla critica alla guerra (più netta e coerente in Obama che nella Clinton) nel determinare l’esito della competizione e la crisi di un certo modello di riformismo tecnocratico “anni novanta” che la Clinton incarnava costituiscono certo due elementi positivi. Ma resta il fatto che di fronte alle minori chances di Obama di battere Mac Cain (ha perso in tutti gli stati determinanti ed ha uno scarso appeal verso segmenti strategici dell’elettorato: il che dovrebbe indurre perlomeno a una certa prudenza nonostante il suo attuale vantaggio nei sondaggi) l’enorme popolarità di cui ha goduto nei media non può fare a meno di suscitare qualche interrogativo. 

Anni novanta

Sulla Stampa di oggi bella intervista a Stiglitz sui costi della guerra in Irak, che mette bene in evidenza lo stretto nesso tra la recessione in Usa e l’esigenza di finanziare a debito il conflitto contestualmente alla riduzione delle tasse. Il che da un lato ha costretto la Fed a sommergere l’economia di liquidità ponendo le premesse per la cosiddetta crisi dei mutui (in realtà delle banche), e dall’altro non ha avuto alcun effetto di stimolo per l’economia americana riducendo gli investimenti pubblici e la spesa per il welfare. Chi ritenesse esagerata la stima di Stiglizt (3000 miliardi di dollari), si vada a vedere i risultati del Joint Economic Committee del Congresso americano che ha dedicato una sessione apposita al tema fornendo una stima prudenziale di 2000 miliardi di dollari che smentisce clamorosamente quanti fin qui parlavano di un ordine di grandezza di qualche centinaio di miliardi. Sul tema si può leggere anche l’editoriale di Bob Herbert sul New York Times dell’altroieri, e soprattutto  l’eccellente articolo di Carlo Derrico su Left Wing del 2 gennaio. Chi poi venisse sopraffatto dall’angoscia per questi tempi nuovi e difficili, si può sempre consolare con un nostalgico ritorno ai ruggenti anni novanta: il film di Boldi e De Sica (Anni novanta) è agevolmente scaricabile su Emule. I più tecnologicamente arretrati possono accontentarsi della campagna elettorale italiana (cfr. a proposito il Modello Calearo raccontato da Cundari su Left Wing).