Roberto Gualtieri

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Appunto

“Peccato, mi piaceva il progetto che [Berlusconi e Veltroni ndr.] avevano in mente, quello cioè di creare un sistema sostanzialmente bipartitico. E speravo di vedere l’Italia trasformata in una democrazia anglosassone. Oddio, con i disastri finanziari che hanno fatto in quei paesi, forse il paragone non è dei migliori” (Fedele Confalonieri sul “Corriere della Sera”).

Quegli errori da non ripetere

L’improvvisa scelta di Walter Veltroni di rassegnare le dimissioni dopo la pesante sconfitta delle elezioni regionali sarde lascia il Pd privo di una guida alla vigilia di una tornata elettorale europea ed amministrativa decisiva per la sua stessa sopravvivenza. In questo quadro, la decisione che si profila di eleggere un “reggente” – con ogni probabilità Dario Franceschini – fino ad un congresso da svolgere in autunno appare con ogni evidenza inadeguata. L’idea che, prima di affrontare una discussione di natura congressuale ed eleggere un leader con mandato pieno, sia necessario un periodo di “decantazione”, da affidare a un “traghettatore” nell’ambito di una sorta di direttorio collegiale, è infatti figlia di un’analisi sbagliata degli insuccessi del Pd delle dimissioni di Veltroni. Secondo questa analisi, la sconfitta del partito democratico e del suo leader andrebbero attribuite essenzialmente ad un eccesso di litigiosità interna tra le diverse anime e personalità del partito, che avrebbe impedito di portare fino in fondo l'”innovazione” contenuta nella cosiddetta piattaforma del “Lingotto” (cioè il discorso di candidatura di Veltroni alla segreteria del partito). In realtà, ad essere sconfitte sono state una linea politica ed un’impostazione culturale – appunto quelle del “Lingotto” – che si sono rivelate inadeguate nei confronti della nuova fase politica interna e internazionale, dell’evoluzione in atto nel centro-destra e dell’esigenza di un profondo rinnovamento democratico della classe dirigente del Pd.

I punti più critici di quella piattaforma appaiono soprattutto tre. In primo luogo, mentre il centro-destra, grazie soprattutto al contributo di Giulio Tremonti, avviava una parziale conversione dall’originario liberismo all’economia sociale di mercato e alla convergenza con l’Europa, al Lingotto veniva proposto in modo particolarmente intempestivo un impianto dalla forte ispirazione “mercatista”, fondato su paradigmi (come ad esempio la riduzione fiscale quale strumento fondamentale per rilanciare la crescita e il primato della difesa dei consumi rispetto a quella del lavoro) che la crisi economica mondiale ha reso improvvisamente obsoleti. Il secondo aspetto riguarda il ruolo del Pd nel sistema politico. L’idea politologica di una “vocazione maggioritaria” declinata in chiave tendenzialmente bipartitica e di fatto presidenzialistica, ha infatti offerto ampio spazio allo spostamento al centro operato da Berlusconi, spingendo sempre più il Pd in una posizione analoga a quella assunta dal declinante Pci degli anni ’80 nei confronti del pentapartito. L’esempio più emblematico di questa tendenza è dato proprio dalle elezioni in Sardegna. Mentre infatti Veltroni e il suo gruppo dirigente hanno assecondato la vocazione iper-presidenzialistica di Soru, che è stata alla base della scelta di andare al voto anticipato in aperto contrasto con la sua coalizione, Berlusconi ha sapientemente costruito una larga alleanza di centro (con propaggini persino di centro-sinistra, vista l’inedita presenza del Partito sardo d’Azione e dei socialisti, che sommati all’Udc e ai “Riformatori sardi” hanno ottenuto ben il 20% dei voti), che ha potuto ampiamente compensare la debolezza del candidato presidente Cappellacci “trainandolo” al successo.
Il terzo punto critico riguarda il modo con cui questa ispirazione presidenzialistica è stata tradotta nella concreta gestione del partito. Da un lato infatti la scelta di puntare tutte le carte sulla comunicazione diretta tra il leader e un’opinione pubblica concepita in modo indistinto ha indebolito lo sforzo di costruzione di solidi legami sociali che era alla base del progetto originario del Pd, portando in sostanza a privilegiare la rappresentazione mediatica sulla rappresentanza della società e dei suoi corpi intermedi. Dall’altro, la difficoltà a riconoscere e regolare il pluralismo interno ha avuto la conseguenza di accentuare una certa deriva oligarchica che ha finito con il rivelarsi paralizzante, indebolendo la capacità di decisione del partito e la reale disponibilità del suo gruppo dirigente ad accettare, a tutti i livelli, una effettiva “contendibilità” delle cariche basata sul metodo democratico e non sulla cooptazione di fatto e la nomina dall’alto (basti pensare da ultimo ai timori e alle resistenze che hanno accompagnato le primarie di Firenze).
Se dunque il problema non è la litigiosità delle correnti ma una linea politica che non ha saputo interpretare l’ispirazione e le potenzialità alla base del progetto dell’Ulivo, è urgente aprire una discussione che non può che essere di natura congressuale, e che appare l’unica condizione per dotare il Pd di una guida e di una bussola adeguate ad affrontare le difficili sfide che lo attendono. Perché questa discussione non sia tutta interna al gruppo dirigente ma sia rivolta al corpo del partito ed alla società, essa va affrontata in campo aperto. Cominciando dalla riunione di sabato dell’Assemblea costituente, ma senza temere delle primarie vere e senza rete che, come dimostra l’esperienza di Firenze che ha portato al successo di Matteo Renzi, sono in questo momento lo strumento più adatto a riconciliare il Pd con il suo popolo e a rigenerare le sue classi dirigenti.

(sul “Mattino” di oggi)