Roberto Gualtieri

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Il Pd tra anarchia e stalinismo

Nel suo ricco blog, Stefano Ceccanti risponde a un mio precedente post sul “caso Villari” sostenendo che io sarei favorevole a partiti “anarchici e gassosi” e contrapponendo lodevolmente a tale modello quello dei disciplinati partiti tedeschi. In questo modo però Ceccanti sembra trascurare una constatazione banale che è sotto gli occhi di tutti: la positiva conclusione della vicenda della Commissione di vigilanza Rai con l’individuazione dell’autorevole candidatura di Sergio Zavoli è stata resa possibile proprio dall’elezione di Villari, cioè di un vero e proprio schiaffo politico che il Pd ha subito per la sua stupefacente incapacità di fare autonomamente e per tempo ciò che esso è poi stato costretto a fare dopo l’elezione di Villari e la conseguente rinuncia di Orlando, ossia abbandonare l’insostenibile candidatura dell’esponente dell’Idv e individuare un nome autorevole proveniente dalle proprie file di concerto con la maggioranza. Ovviamente, se ora Villari non si dimetterà, contraddicendo le sue precedenti affermazioni, sarei il primo ad essere favorevole a una sua espulsione, ma resta il fatto, su cui occorrerebbe riflettere seriamente prima di lanciarsi, come fa ad esempio oggi Goffredo Bettini in un’incredibile intervista sul Corriere della sera, in pomposi proclami di vittoria, che la sgradevole circostanza della sua elezione con i voti della maggioranza si è rivelata decisiva per sbloccare una vicenda che l’insipienza politica con cui essa è stata condotta aveva portato a uno stallo ormai insostenibile. In questo quadro, il fatto che ora, invece di avviare questa riflessione, Veltroni si proponga di cacciare dalla commissione di vigilanza Nicola Latorre, mi sembra indicativo di una fragilità politica sempre più imbarazzante del gruppo dirigente del Pd e di una preoccupante tendenza stalinista che non ha nulla a che vedere con il modello dei grandi partiti europei. Quanto all’Spd che Ceccanti porta (giustamente) a modello, vorrei ricordagli che in Assia tre parlamentari dell’Spd hanno reso ripetutamente impossibile la formazione di una maggioranza a guida socialdemocratica con il sostegno esterno della Linke perché non condividevano quella linea, fino a rendere inevitabili nuove elezioni. I tre sono ancora al loro posto, mentre il leader nazionale Kurt Beck, che aveva ispirato l’apertura alla Linke, no.

Il “caso Villari” tra politica e stalinismo

L’equilibrata e saggia intervista di Nicola Latorre sul caso Villari (che meglio dovrebbe essere chiamato caso-vigilanza Rai) ha suscitato una scomposta reazione di Stefano Ceccanti, il quale ancora una volta dimostra di non avere ben chiara la differenza tra un partito politico e un tribunale. E’ infatti del tutto evidente che un partito e un gruppo parlamentare devono essere in grado di comminare sanzioni a propri membri indisciplinati, ma tale facoltà non è un obbligo, e il suo esercizio dovrebbe essere sempre sottoposto a valutazioni di ordine politico (oltre che di buon senso) e non regolamentare. E ciò a maggior ragione di fronte a un caso politicamente e istituzionalmente complesso come l’elezione di Villari alla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza. E’ vero infatti che la maggioranza non può pensare di scegliere lei il candidato dell’opposizione, ma è altrettanto vero che l’assurdo incaponimento del Pd sul nome di Orlando è un grave errore politico e istituzionale. Politico perché dimostra tutti i limiti e le conseguenze negative dell’innaturale “alleanza coatta” tra Pd e Idv (ma Ceccanti non era per il bipartitismo?), istituzionale perché sta determinando delle pesanti conseguenze di ordine costituzionale, paralizzando l’attività di un organo vitale come la commissione di vigilanza. Stupisce che non si capisca che non essendoci un obbligo formale di elezione bipartisan (altrimenti sarebbe previsto il quorum che c’è per i giudici costituzionali), l’elezione di un presidente dell’opposizione non può essere presa a prescindere da un confronto con la maggioranza, e la sua scelta deve quindi esser affidata al buon senso politico, prescindendo tanto da veti quanto da pregiudiziali. Per di più, l’elezione di Villari, che ha dichiarato la disponibilità a dimettersi di fronte a un nome condiviso e ha risolutamente smentito ogni ipotesi di cambio di campo, ha già avuto il salutare effetto di far cadere l’insostenibile candidatura di Orlando. Per cui il Pd, invece di minacciare di espellere Villari a norma di regolamento, dovrebbe forse cominciare a pensare di ringraziarlo.